Dal crollo delle piazze asiatiche alle revisioni dell’Ocse, il conflitto in Medio Oriente ridisegna gli equilibri economici mondiali. Per l’Italia il Pil 2026 si ferma a +0,4%
Il mondo non faceva i conti con uno shock energetico e geopolitico di questa portata da decenni. La guerra tra Stati Uniti e Iran ha innescato una reazione a catena che scuote ogni angolo dell’economia globale: mercati finanziari in caduta, prezzi del petrolio e del gas fuori controllo, inflazione in risalita e banche centrali costrette a riconsiderare le proprie strategie. La domanda che si pongono governi, analisti e cittadini è sempre la stessa: fino a quando il sistema potrà reggere?
Le borse asiatiche sotto shock
I primi a pagare il conto sono stati, come quasi sempre accade nei momenti di crisi globale, i mercati dell’area Asia-Pacifico. Il Nikkei 225 di Tokyo, indice di riferimento della terza economia mondiale, ha raggiunto perdite fino al 4,5% nel corso delle contrattazioni, chiudendo poi a -2,79%. Ancor più drastico il crollo di Seul, con il Kospi che in una delle giornate più pesanti ha lasciato sul terreno oltre il 7%, mentre Hong Kong e Shanghai hanno registrato flessioni rispettivamente del 4,16% e del 3,6%.
Non è una coincidenza geografica: Giappone, Corea del Sud e India sono considerati dagli analisti i Paesi più esposti alle interruzioni delle forniture energetiche globali. Economie fortemente dipendenti dalle importazioni di petrolio e gas, per le quali ogni rialzo del prezzo del greggio o ogni rischio di chiusura dello Stretto di Hormuz si traduce quasi automaticamente in una crisi di approvvigionamento, aumento dei costi industriali e frenata della crescita.
Lo Stretto di Hormuz: un collo di bottiglia per il mondo intero
Al centro di tutto c’è uno specchio d’acqua largo pochi chilometri che separa la penisola arabica dall’Iran: lo Stretto di Hormuz, attraverso cui transita circa il 20% del petrolio mondiale e una quota significativa del gas naturale liquefatto. La sua chiusura — o anche solo la minaccia concreta di una tale eventualità — è sufficiente a far impennare i prezzi delle materie prime energetiche sui mercati internazionali.
Il Brent, il riferimento internazionale per il prezzo del petrolio, è balzato da circa 70 dollari al barile — valore pre-conflitto — fino a superare i 115 dollari, con picchi ancora più alti nelle fasi di maggiore tensione. Il gas naturale ad Amsterdam ha toccato rialzi del 32% in una singola seduta. Teheran ha minacciato apertamente di spingere il greggio oltre i 200 dollari al barile qualora gli attacchi americani continuassero, invocando il principio che «il prezzo del petrolio dipende dalla sicurezza regionale».
L’Agenzia internazionale dell’Energia ha risposto con il rilascio record di 400 milioni di barili dalle riserve strategiche dei Paesi membri — oltre il doppio dei 182 milioni immessi sul mercato nel 2022 dopo l’invasione russa dell’Ucraina. Una mossa che ha parzialmente calmato i mercati ma che, secondo gli analisti delle principali sale operative, rischia di essere letta come un segnale che il conflitto si prepara a durare più a lungo del previsto.
Wall Street e le borse europee: nessuno è immune
Le turbolenze non si sono fermate all’Asia. Wall Street ha chiuso in netto calo nelle sedute più critiche, con il Dow Jones in flessione di oltre l’1%, l’S&P 500 che ha ceduto quasi il 2% e il Nasdaq che ha perso oltre il 2,3% — fino a entrare in zona di correzione tecnica. Le settimane più pesanti hanno segnato la terza perdita consecutiva per l’indice tecnologico americano, segnale di una paura strutturale che va oltre la singola giornata volatile.
In Europa, Piazza Affari ha subito alcune delle perdite più significative: in una delle giornate peggiori il Ftse Mib ha ceduto quasi il 4%, a 44.468 punti. Le utilities e i titoli dell’energia sono stati i più penalizzati, con Moncler, Italgas e A2a tra le performance più negative. Francoforte ha lasciato sul terreno il 3,2%, Madrid il 3,7%, Parigi il 2,6%.
Sul mercato obbligazionario, lo spread tra Btp italiani e Bund tedeschi ha toccato i 101 punti base, ai massimi da maggio 2025, mentre il rendimento del decennale italiano si è stabilizzato sopra il 4%. I Treasury americani a dieci anni si sono attestati intorno al 4,38%.
| Mercato / Indice | Variazione (seduta peggiore) | Note |
|---|---|---|
| Tokyo – Nikkei 225 | -3,48% / -4,5% | Tra i più vulnerabili alle forniture energetiche |
| Seul – Kospi | -6,5% / -7,2% | Crollo tra i più pesanti in Asia |
| Hong Kong – Hang Seng | -4,16% | Pressioni da guerra e rallentamento Cina |
| Shanghai – CSI | -3,6% | Cina alla presa con obiettivi di crescita rivisti |
| Milano – Ftse Mib | -3,92% | Spread BTP/Bund sopra 101 punti base |
| Francoforte – DAX | -3,2% | Bund oltre il 3%: massimi dal 2011 |
| New York – Nasdaq | -2,38% | Tre settimane consecutive in ribasso |
| Petrolio Brent | da ~70$ a +115$/barile | Minacce Iran fino a 200 dollari |
| Gas naturale (Amsterdam) | +32% in un giorno | Volatilità estrema sullo Stretto di Hormuz |
L’allarme dell’Ocse: siamo davanti a un vero shock
A dare la misura di quanto il conflitto stia incidendo sulle prospettive economiche globali è il rapporto intermedio dell’Ocse, intitolato significativamente Testing Resilience — ossia “mettere alla prova la resilienza”. Il messaggio è chiaro: la guerra in Medio Oriente non è più soltanto un’emergenza umanitaria o una crisi geopolitica regionale. È uno shock economico sistemico.
Secondo le nuove previsioni dell’organizzazione con sede a Parigi, il Pil mondiale è stimato al 2,9% nel 2026, ma con una distribuzione profondamente diseguale degli impatti tra le diverse aree del pianeta. L’inflazione del G20 è ora attesa al 4% nel 2026, 1,2 punti percentuali in più rispetto alle previsioni di dicembre, con un rientro al 2,7% nel 2027 solo nell’ipotesi — ancora incerta — che le tensioni si attenuino e i prezzi energetici inizino a calare dalla metà dell’anno.
Il rapporto Ocse non usa giri di parole: «La guerra in Medio Oriente ha costi umani ed economici per i Paesi direttamente coinvolti e metterà alla prova la resilienza dell’economia globale». E ancora: la «paralisi del trasporto marittimo nello Stretto di Hormuz e la chiusura o il deterioramento delle infrastrutture energetiche» hanno innescato una fiammata dei prezzi con effetti che si propagano ben oltre l’energia, colpendo fertilizzanti, materie prime e catene di fornitura globali.
Particolarmente significative le parole della presidente della Bce Christine Lagarde, che ha definito la crisi «un vero shock, che probabilmente va oltre quello che immaginiamo al momento», aggiungendo che i mercati finanziari «forse sono troppo ottimisti», convinti di poter scontare uno scenario di rapida normalizzazione che potrebbe non materializzarsi.
Le banche centrali nell’occhio del ciclone
Il conflitto ha messo in una posizione di estremo disagio le principali banche centrali del mondo, chiamate a gestire contemporaneamente due rischi opposti: l’inflazione in risalita — alimentata dal caro energia — e la frenata della crescita — causata dall’incertezza e dalla perdita di potere d’acquisto.
La Bce ha lasciato invariati i tassi di interesse, confermando il costo del denaro al 2% sui depositi. Nel comunicato finale del Consiglio direttivo si legge che «la guerra in Medio Oriente ha reso le prospettive significativamente più incerte, generando rischi al rialzo per l’inflazione e rischi al ribasso per la crescita». Lagarde ha tuttavia avvertito che un eventuale protrarsi del conflitto potrebbe rendere necessario un rialzo dei tassi, strumento con cui la banca centrale punta a contenere le spinte inflazionistiche riducendo la quantità di moneta in circolazione.
Stessa logica di attesa per la Bank of England, che ha mantenuto i tassi al 3,75%, e per la Federal Reserve americana, alle prese con dati di inflazione più alti del previsto. L’Ocse ha rivisto le previsioni di inflazione statunitense al 4,2% per il 2026, rispetto al 3% stimato in precedenza, mentre il Pil Usa è atteso tenere al +2%, sostenuto dagli investimenti nell’intelligenza artificiale.
L’Italia tra i più esposti: Pil a +0,4%, consumi in calo
Per l’Italia, il quadro tracciato dall’Ocse è tra i più preoccupanti nell’area euro. La crescita del Pil è stimata ad appena lo 0,4% nel 2026, in calo rispetto allo 0,6% previsto a dicembre. Nel 2027 la ripresa dovrebbe essere limitata a +0,6%. A pesare sono la politica fiscale più restrittiva, la debolezza dei consumi interni e — soprattutto — la dipendenza dalle importazioni di energia.
L’inflazione italiana è attesa risalire dall’1,6% del 2025 al 2,4% nel 2026, 0,7 punti in più rispetto alle previsioni precedenti. Il dato “core” — depurato dalle componenti più volatili — è visto al 2,6% nell’anno in corso. Già un mese fa il Centro studi di Confindustria aveva tracciato uno scenario allarmante: crescita dello 0,5% se la guerra si chiudesse entro marzo, recessione al -0,7% in caso di conflitto prolungato per tutto il 2026.
La percezione dei cittadini riflette questa preoccupazione: a marzo 2026, l’indicatore Istat di fiducia dei consumatori è crollato da 97,4 a 92,6 punti, con un peggioramento diffuso in tutte le componenti — dal clima economico generale alle attese sul futuro personale. Il clima economico cade da 99,1 a 88,1, il clima futuro scende da 93,1 a 85,3. Per Codacons e Confesercenti, la guerra sta erodendo rapidamente la fiducia degli italiani.
Quanto allo spread tra Btp e Bund, già sopra i 100 punti base, anche Moody’s ha lanciato un avvertimento: il conflitto pesa sulle prospettive dell’economia italiana, con la crescita del Pil reale 2026 rivista dallo 0,8% allo 0,7%.
Il nodo della diplomazia: accordo possibile o conflitto lungo?
Sul fronte diplomatico, la situazione resta fluida e contraddittoria. Il presidente Donald Trump ha oscillato tra l’annuncio di imminenti accordi e minacce sempre più radicali, arrivando a dichiarare al Financial Times di volersi impadronire del petrolio iraniano conquistando l’isola di Kharg, uno dei principali terminal di esportazione del greggio. Contemporaneamente, il suo inviato speciale Steve Witkoff ha riferito di «segnali positivi» da parte iraniana.
Teheran, invece, ha mantenuto una posizione rigida: nessuna trattativa è possibile, secondo il ministro degli Esteri Abbas Araghchi, finché gli attacchi americani continuano. Il piano in 15 punti elaborato da Washington e trasmesso tramite il Pakistan — che prevedrebbe tra l’altro la rimozione delle riserve di uranio arricchito e la limitazione del programma missilistico balistico — è considerato dagli analisti difficilmente accettabile per Teheran senza un accordo più ampio.
In questo scenario, la proroga al 6 aprile dell’ultimatum di Trump ha concesso qualche ora di respiro ai mercati, con il petrolio che ha rallentato la corsa e le borse che hanno tentato rimbalzi tecnici. Ma la sensazione dominante tra gli operatori è che si tratti di sollievo temporaneo: senza una svolta diplomatica strutturale, la volatilità è destinata a rimanere alta.
Quanto può reggere ancora l’economia globale
La domanda che circola tra economisti, banchieri centrali e policy maker è proprio questa. E la risposta, per quanto scomoda, è che i margini di resistenza si stanno assottigliando.
Prima del conflitto, come ricorda l’Ocse, «la crescita globale reggeva bene, con un’attività stimolata dal vigore degli investimenti e della produzione legati all’intelligenza artificiale, come anche da favorevoli condizioni finanziarie». Quel momentum positivo non è scomparso del tutto, ma non è più sufficiente a compensare lo shock energetico.
Gli scenari che si profilano sono essenzialmente tre:
- Scenario breve (risoluzione diplomatica entro il secondo trimestre 2026): i mercati si riprendono, il petrolio torna sotto i 90 dollari, l’inflazione rimane sotto controllo e la crescita globale rimbalza nel secondo semestre. Questo è lo scenario su cui scommettono oggi molti investitori, probabilmente con eccessivo ottimismo secondo la Bce.
- Scenario intermedio (conflitto che si protrae per sei-dodici mesi): recessione tecnica in diversi Paesi europei, inflazione strutturalmente sopra il 3-4%, politiche monetarie più restrittive, frenata dei consumi e aumento delle disuguaglianze. Per l’Italia significherebbe probabilmente stagnazione.
- Scenario lungo (escalation con chiusura prolungata di Hormuz): crollo delle catene di fornitura energetica globale, recessione nei Paesi importatori di petrolio, crisi del debito nei mercati emergenti, pressioni insostenibili sui bilanci pubblici europei.
La BCE e le istituzioni internazionali continuano a calibrare le proprie risposte cercando di non sbagliare il timing: agire troppo presto con rialzi dei tassi rischia di soffocare un’economia già frenata dalla guerra, aspettare troppo a lungo rischia di far radicalizzare le aspettative inflazionistiche.
Un dato è già certo: il costo di questa guerra, per l’economia globale, è già molto più alto di quanto si potesse prevedere due mesi fa. E ogni giorno che passa senza una soluzione diplomatica, quel conto continua a lievitare.

