L’inflazione spinge verso l’alto salari e pensioni nominali, ma scaglioni e detrazioni non si adeguano automaticamente: così una parte degli aumenti finisce al Fisco. Per il biennio in corso il drenaggio fiscale viene stimato nell’ordine di diversi miliardi di euro.
Lo stipendio aumenta, ma il lavoratore non diventa necessariamente più ricco. Se l’aumento serve soltanto a recuperare l’inflazione, il suo potere d’acquisto può infatti restare pressoché invariato. Eppure il Fisco può chiedergli più tasse. È il meccanismo del cosiddetto fiscal drag, o drenaggio fiscale: un fenomeno poco visibile che, soprattutto nei periodi di inflazione elevata, può trasferire miliardi dalle tasche di lavoratori e pensionati alle casse dello Stato senza bisogno di aumentare formalmente le aliquote Irpef.
Il tema torna al centro del dibattito mentre il governo prepara la prossima manovra economica. Secondo le stime circolate in queste ore, nel biennio il fiscal drag potrebbe valere complessivamente circa 13 miliardi di euro. La cifra può cambiare anche sensibilmente a seconda del metodo utilizzato per calcolare il fenomeno, ma il meccanismo economico alla base del drenaggio fiscale è ben noto ed è stato analizzato anche dalla Banca d’Italia.
Cos’è il fiscal drag
Per capire il problema bisogna partire da una caratteristica fondamentale dell’Irpef italiana: è un’imposta progressiva. All’aumentare del reddito aumenta anche il peso della tassazione secondo scaglioni, aliquote, detrazioni e altre regole che determinano quanto viene effettivamente versato.
Immaginiamo un lavoratore che guadagni 30.000 euro all’anno. Dopo un periodo nel quale i prezzi sono aumentati del 10%, il suo stipendio viene portato a 33.000 euro per permettergli di recuperare la perdita causata dall’inflazione.
In termini nominali guadagna 3.000 euro in più. In termini reali, però, potrebbe non essere diventato affatto più ricco: con quei 33.000 euro riesce semplicemente ad acquistare più o meno ciò che acquistava prima con 30.000.
Per il sistema fiscale, invece, il suo reddito è effettivamente aumentato. Una parte dell’incremento può quindi essere sottoposta a una tassazione più elevata, alcune detrazioni possono ridursi e altre agevolazioni collegate al reddito possono diventare meno vantaggiose.
Il risultato è un paradosso solo apparente: il lavoratore riceve un aumento pensato per proteggerlo dall’inflazione, ma una parte di quell’aumento viene assorbita dalle maggiori imposte.
Un esempio semplice
Il meccanismo può essere spiegato con un esempio semplificato.
Supponiamo che una persona guadagni 2.000 euro al mese e che, dopo un periodo di forte aumento dei prezzi, il suo stipendio salga a 2.100 euro. Se nel frattempo il costo della vita è aumentato del 5%, quei 100 euro aggiuntivi non rappresentano un vero miglioramento economico: servono semplicemente a mantenere lo stesso livello di consumi.
Se però il sistema fiscale continua a utilizzare gli stessi scaglioni, le stesse soglie e le stesse detrazioni stabilite prima dell’inflazione, il contribuente viene trattato come una persona diventata più ricca anche se, nella realtà, il suo potere d’acquisto non è aumentato.
È proprio questa differenza tra aumento nominale e aumento reale del reddito a generare il fiscal drag.
Perché viene chiamata una “tassa invisibile”
Il fiscal drag viene spesso definito una “tassa invisibile” perché non richiede necessariamente una nuova legge che aumenti le aliquote.
Nessun governo deve annunciare: “da domani l’Irpef aumenta”. È sufficiente lasciare invariati alcuni parametri fiscali mentre salari e pensioni nominali crescono a causa dell’inflazione.
In questo modo il gettito può aumentare automaticamente.
- Gli stipendi nominali salgono.
- Le pensioni vengono rivalutate.
- Il reddito dichiarato aumenta.
- Scaglioni e altri parametri fiscali rimangono invariati.
- Il Fisco incassa una quota maggiore del reddito.
Per questo il fenomeno può essere politicamente poco visibile. L’aumento del prelievo non deriva necessariamente da una nuova aliquota, ma dal funzionamento automatico del sistema in presenza di inflazione.
Quanto vale il drenaggio fiscale
La quantificazione del fiscal drag è uno degli aspetti più discussi. Non esiste infatti un’unica cifra universalmente accettata, perché il risultato dipende dal periodo considerato, dai contribuenti inclusi nel calcolo e soprattutto dalla definizione utilizzata.
Alcune analisi considerano esclusivamente l’aumento dell’aliquota fiscale media provocato dalla crescita nominale dei redditi. Altre confrontano invece il sistema attuale con quello che esisterebbe se scaglioni, detrazioni e altri parametri fossero stati completamente indicizzati all’inflazione.
Le differenze sono importanti.
Per gli anni caratterizzati dalla forte inflazione successiva alla crisi energetica sono state elaborate stime che hanno quantificato il drenaggio fiscale in decine di miliardi di euro. L’Osservatorio sui Conti Pubblici Italiani dell’Università Cattolica, per esempio, ha sottolineato come stime differenti possano produrre risultati molto diversi a seconda della metodologia adottata.
Anche la Banca d’Italia ha analizzato il periodo 2022-2025 evidenziando l’effetto congiunto del fiscal drag e dell’erosione di alcune prestazioni sociali. Nello stesso periodo, tuttavia, diversi interventi discrezionali di politica fiscale hanno compensato almeno in parte questi effetti.
Questo punto è fondamentale: dire che esiste il fiscal drag non significa automaticamente affermare che ogni contribuente abbia perso l’intero importo generato dal fenomeno. Negli ultimi anni sono infatti intervenuti tagli contributivi, modifiche dell’Irpef, bonus e altre misure che hanno restituito parte delle risorse alle famiglie.
Perché il problema riguarda soprattutto lavoratori e pensionati
Il drenaggio fiscale interessa in modo particolare i redditi sottoposti all’Irpef progressiva, quindi soprattutto lavoratori dipendenti e pensionati.
Quando un contratto collettivo viene rinnovato dopo anni di inflazione, l’aumento riconosciuto al lavoratore serve spesso a recuperare almeno una parte del potere d’acquisto perduto. Ma il recupero avviene attraverso un aumento dello stipendio nominale e quindi produce effetti fiscali.
Un problema analogo riguarda le pensioni. La rivalutazione periodica serve a evitare che l’inflazione riduca eccessivamente il valore reale dell’assegno. Anche in questo caso, però, un aumento nominale può determinare un aumento del prelievo fiscale.
La questione diventa ancora più delicata quando al reddito sono collegate detrazioni, bonus o prestazioni soggette a soglie. Un incremento nominale può infatti non soltanto aumentare l’Irpef, ma anche ridurre il valore di alcuni benefici.
Inflazione e fiscal drag: il doppio effetto sulle famiglie
L’inflazione colpisce le famiglie innanzitutto attraverso l’aumento dei prezzi. Se alimentari, energia, carburanti, servizi e affitti diventano più costosi, con lo stesso stipendio è possibile acquistare meno beni e servizi.
Quando successivamente arrivano gli aumenti salariali, dovrebbe iniziare il recupero.
Ma se una parte dell’aumento finisce in maggiori imposte, il recupero del potere d’acquisto diventa più lento.
Il lavoratore può quindi essere colpito due volte:
- prima dall’inflazione, che riduce il valore reale dello stipendio;
- poi dal fiscal drag, che assorbe una parte dell’aumento ricevuto per recuperare quell’inflazione.
È uno dei motivi per cui un aumento contrattuale apparentemente significativo può trasformarsi in un incremento molto più modesto nella busta paga effettivamente disponibile.
Il fiscal drag aiuta anche i conti pubblici
C’è poi il rovescio della medaglia. Se il drenaggio fiscale penalizza i contribuenti, migliora automaticamente le entrate dello Stato.
Con redditi nominali più elevati cresce il gettito dell’Irpef anche senza modificare formalmente le aliquote. Nei periodi di inflazione questo effetto può contribuire al miglioramento dei saldi di finanza pubblica.
Ed è proprio qui che la questione diventa politicamente sensibile.
Da una parte lo Stato deve ridurre il deficit, tenere sotto controllo il debito pubblico e rispettare i vincoli europei. Dall’altra, una parte del miglioramento dei conti può derivare da un incremento del prelievo reale su lavoratori e pensionati provocato dall’inflazione.
Il fiscal drag può quindi trasformarsi in una sorta di entrata aggiuntiva automatica per il bilancio pubblico.
Perché non indicizzare automaticamente l’Irpef all’inflazione
Una soluzione teoricamente semplice sarebbe adeguare periodicamente all’inflazione gli scaglioni, le detrazioni e le principali soglie fiscali.
Se i prezzi aumentassero del 3%, per esempio, anche alcune soglie del sistema tributario potrebbero essere aumentate nella stessa misura. In questo modo un incremento di stipendio destinato esclusivamente a compensare l’inflazione non produrrebbe automaticamente un aumento della pressione fiscale reale.
Una soluzione simile avrebbe però un costo rilevante per lo Stato, perché ridurrebbe la crescita automatica del gettito.
Inoltre il sistema italiano è estremamente complesso: non esistono soltanto gli scaglioni Irpef, ma anche detrazioni, deduzioni, bonus, addizionali regionali e comunali e numerose prestazioni collegate direttamente o indirettamente al reddito.
Una vera neutralizzazione del fiscal drag richiederebbe quindi una revisione molto più ampia della semplice indicizzazione delle aliquote.
Il nodo della prossima manovra
La questione arriva in un momento particolarmente delicato. Il governo sta lavorando alla prossima legge di Bilancio e tra le ipotesi discusse ci sono nuovi interventi sulla tassazione del lavoro e sul ceto medio.
Il punto politico sarà capire quanta parte delle maggiori entrate generate dalla crescita nominale dei redditi verrà utilizzata per migliorare i conti pubblici e quanta verrà restituita ai contribuenti attraverso riduzioni fiscali.
Negli ultimi anni alcuni interventi hanno già compensato una parte del drenaggio fiscale. Secondo l’Ufficio parlamentare di bilancio, per alcune fasce di reddito da lavoro le modifiche introdotte dal 2021 hanno più che compensato il fiscal drag, mentre la situazione varia per altre categorie e livelli di reddito.
Questo spiega anche perché il dibattito sui numeri sia così acceso. Due affermazioni apparentemente contraddittorie possono essere entrambe corrette: il fiscal drag può aver generato miliardi di maggiore gettito e, contemporaneamente, alcune categorie possono aver ricevuto riduzioni fiscali sufficienti a compensarne l’effetto.
Il punto centrale: nominalmente più ricchi, realmente no
Al di là delle differenti stime, il cuore del problema rimane semplice.
Quando c’è inflazione, un euro di reddito in più non equivale necessariamente a un euro di ricchezza in più.
Se un lavoratore passa da 30.000 a 32.000 euro perché nel frattempo i prezzi sono aumentati nella stessa proporzione, il suo tenore di vita non è migliorato. Considerarlo fiscalmente più ricco significa aumentare il prelievo su un incremento che esiste soprattutto sulla carta.
È per questo che il fiscal drag torna periodicamente al centro del dibattito ogni volta che l’inflazione accelera.
Il fenomeno non appare direttamente sullo scontrino e non viene indicato in busta paga con una voce chiamata “fiscal drag”. Si manifesta lentamente nella differenza tra gli aumenti nominali riconosciuti a lavoratori e pensionati e quanto di quegli aumenti rimane realmente disponibile dopo tasse e perdita di potere d’acquisto.
E proprio questa scarsa visibilità rappresenta la sua caratteristica principale: le aliquote possono anche rimanere ferme, ma il peso effettivo del Fisco può comunque aumentare.


