Eletto con il 68,58% dei voti all’assemblea federale di Roma, l’ex presidente del Coni e della Fondazione Milano Cortina eredita una Federcalcio in crisi dopo la terza consecutiva mancata qualificazione ai Mondiali
Il calcio italiano ha un nuovo presidente. Giovanni Malagò, 67 anni, ex numero uno del CONI e presidente della Fondazione Milano Cortina 2026, è stato eletto alla guida della Federazione Italiana Giuoco Calcio (FIGC) con il 68,58% dei voti, pari a 343.084 preferenze, nettamente davanti all’unico sfidante Giancarlo Abete, che si è fermato al 29,17% (145.936 voti). Un mandato che inizia tra l’entusiasmo di una parte del mondo del calcio e la consapevolezza di dover affrontare la crisi più profonda degli ultimi decenni: la terza esclusione consecutiva dell’Italia dai Mondiali.
L’assemblea di Roma: un risultato ampiamente annunciato
L’assemblea elettiva si è tenuta al Rome Cavalieri – A Waldorf Astoria Hotel di Roma, alla presenza di 266 delegati su 273 aventi diritto, per un totale di 502.946 voti espressi. L’esito era atteso: già alla vigilia del voto, Malagò poteva contare sul sostegno dichiarato delle componenti più pesanti in termini di pesi elettorali, ovvero Lega Serie A, Lega Serie B, Associazione Calciatori e Associazione Allenatori, che insieme totalizzano il 54% dei consensi disponibili. A queste si è aggiunta una porzione significativa dei voti della Lega Nazionale Dilettanti, in particolare dalla Lombardia.
Il risultato ha superato persino l’asticella che lo stesso Malagò si era prefissato per definire la propria elezione un successo straordinario: più dei due terzi delle preferenze. Le schede bianche si sono fermate all’2,25%, segnale di un sistema che, almeno in questa fase, ha scelto compattamente di affidarsi a una figura esterna alla Federcalcio.
Prima dell’inizio delle votazioni, all’esterno dell’hotel si era radunato un gruppo di circa cinquanta tifosi provenienti da diverse curve italiane, portando in piazza le circa 143.000 firme raccolte con la petizione “Per un calcio giusto e popolare”. Tra i cori: “Trasferte libere per tutti”, “Le partite alle tre” e “Il calcio siamo noi”. Un segnale che la base dei sostenitori del calcio guarda con occhio critico alla governance federale, indipendentemente da chi siede sulla poltrona più alta di via Allegri.
Le prime parole: “Da solo non posso fare nulla, ma con voi posso fare tutto”
Visibilmente emozionato al momento della proclamazione, Malagò ha rivolto all’assemblea parole che mixano senso di responsabilità e appello all’unità. “È veramente molto profondo ed emozionante questo senso di responsabilità. Da solo non posso fare nulla, ma con voi posso fare tutto”, ha dichiarato il neo presidente. Un esordio volutamente sobrio per chi sa bene che la luna di miele con il mondo del calcio durerà poco e che i risultati — sul campo, prima di tutto — sono l’unica valuta che conta davvero.
Prima del voto, il nuovo numero uno della FIGC aveva anticipato il tono del suo mandato: “Avverto uno spaventoso peso della responsabilità. Se è successo quello che è successo è necessario cambiare”. E ancora: “Non sono un Papa nero, sono uno di voi, sono figlio della Figc e ho un solo scopo, fare grande l’Italia”. Una risposta diretta a chi, nei giorni scorsi, aveva definito la sua candidatura quella di un “outsider” rispetto al calcio federale.
Chi è Giovanni Malagò: il curriculum di un “uomo di sistema”
Nato a Roma il 13 marzo 1959, laureato in Economia e Commercio, Malagò viene da una famiglia con radici nel mondo sportivo e imprenditoriale: il padre Vincenzo fu vicepresidente della Roma e fondatore del gruppo Samocar. Prima di diventare dirigente di vertice, ha avuto anche un passato da giocatore di calcio a 5: con la Roma RCB ha vinto tre scudetti e quattro Coppe Italia, ha vestito la maglia della Nazionale italiana di futsal e ha partecipato al Mondiale del 1986 in Brasile.
La sua carriera dirigenziale è iniziata dal Circolo Canottieri Aniene, di cui è stato a lungo presidente, e dagli Internazionali d’Italia di tennis. Nel 2013 è stato eletto presidente del CONI, battendo Raffaele Pagnozzi in quella che fu considerata una sorpresa. Ha poi guidato l’ente olimpico per tre mandati consecutivi, fino al giugno 2025, costruendo un sistema di alleanze che ha attraversato federazioni, politica e grande sport internazionale. Nel 2018 è entrato come membro del CIO, diventando il 22° italiano della storia a far parte del Comitato Olimpico Internazionale.
L’ultima grande impresa della sua carriera è stata la presidenza della Fondazione Milano Cortina 2026, i Giochi Olimpici e Paralimpici invernali che si sono conclusi pochi mesi fa. Un’esperienza di gestione di un evento globale di prima grandezza, che ha contribuito a consolidare la sua credibilità come organizzatore e mediatore. Non è mancata però anche qualche polemica, con alcune voci critiche sulla gestione dei costi e delle infrastrutture dei Giochi.
Il percorso verso la FIGC non è stato privo di ostacoli. Prima dell’assemblea elettiva era stato sollevato il nodo del cosiddetto pantouflage, la norma anticorruzione che limita il passaggio di dirigenti pubblici a ruoli in enti correlati. Il parere dell’ANAC ha però escluso l’applicazione della norma all’ambito sportivo, spianando definitivamente la strada alla candidatura.
Il congedo amaro di Gravina: “Ho scelto per dignità”
Prima dell’inizio delle votazioni, l’assemblea ha ascoltato il discorso di congedo di Gabriele Gravina, il presidente dimissionario che ha guidato la FIGC per otto anni. Un intervento lungo, carico di tensione e di stoccate velate — e non così velate — al governo e alle forze che hanno accelerato la sua uscita di scena.
“La scelta delle dimissioni è stata convinta, meditata e, non di meno, molto sofferta. Una scelta di dignità personale e di responsabilità istituzionale”, ha detto Gravina, che ha rivendicato i progressi compiuti: le nazionali giovanili, il professionismo del calcio femminile, le misure per la sostenibilità finanziaria dei club. Ha poi attaccato direttamente il governo, criticando le politiche fiscali che hanno avvantaggiato il settore cinematografico a discapito del calcio, e rimproverando il ministro Abodi per aver definito Malagò un “diversamente amico”.
Sulla mancata qualificazione ai Mondiali — la terza consecutiva, dopo Russia 2018 e Qatar 2022 — Gravina ha provato a difendersi: “La nostra reputazione non si può misurare sul saper calciare bene o male i rigori”. Una frase che ha suscitato più di qualche mal di pancia tra i presenti, a dimostrazione di quanto profonde siano le ferite lasciate da quella sconfitta contro la Bosnia, al termine dei playoff.
Gravina aveva peraltro tracciato un’agenda riformista che il calcio italiano non è riuscito ad attuare: “I problemi del calcio italiano non si risolvono cambiando il presidente della Figc. Si risolvono con una riforma coraggiosa dei campionati, con investimenti seri nei vivai, con la politica che voglia essere partner e non parte”. Parole che, in qualche misura, descrivono esattamente il terreno su cui Malagò dovrà misurarsi.
Il Consiglio federale confermato in blocco
Contestualmente all’elezione presidenziale, l’assemblea ha confermato integralmente il Consiglio federale. Non ci sarà dunque una rivoluzione negli organismi dirigenti: la continuità istituzionale è stata scelta come prima risposta alla crisi. I consiglieri eletti per la Lega Serie A sono Stefano Campoccia, Giorgio Chiellini e Giuseppe Marotta; per la Serie B è stato confermato Antonio Gozzi; per la Lega Pro il consigliere uscente Giulio Gallazzi ha prevalso sul candidato Donato Macchia. Per la Lega Nazionale Dilettanti sono stati eletti Daniele Ortolano, Ilaria Bazzerla, Sergio Pedrazzini, Giacomo Fantazzini e Giuliana Tambaro. Confermati anche i rappresentanti tecnici e degli atleti: Davide Biondini, Sara Gama, Valerio Bernardi, Umberto Calcagno (atleti) e Giancarlo Camolese e Silvia Citta (allenatori).
Il nome di Sara Gama, ex capitana della Nazionale femminile, circola anche come potenziale vicepresidente della FIGC: un segnale che Malagò potrebbe voler dare di apertura verso il calcio femminile, cresciuto molto anche grazie all’introduzione del professionismo avvenuta durante la gestione Gravina.
Il programma: Coverciano come laboratorio, giovani come priorità, Mondiali 2030 come obiettivo
Il programma presentato da Malagò durante la campagna elettorale è un documento di 23 pagine che tocca tutti i nodi strutturali del calcio italiano. Il filo conduttore è la visione di una FIGC come “arbitro istituzionale, motore strategico e piattaforma di servizio” — non solo ente regolatorio, ma soggetto attivo nella costruzione del sistema.
Il primo asse riguarda la Nazionale. Malagò è esplicito: l’obiettivo principale è ricostruire una continuità tecnica tra settore giovanile, club e rappresentative azzurre. Coverciano, il centro tecnico federale, deve diventare il cuore metodologico del calcio italiano: “Non si tratta di imporre un modulo o una scuola unica, ma di creare un linguaggio comune e una capacità di confronto costante tra Federazione e Club”, ha dichiarato il neo presidente. L’orizzonte temporale è chiaro: i Mondiali 2030, in quattro anni, devono vedere nuovamente l’Italia protagonista.
Il secondo asse riguarda la valorizzazione dei giovani talenti italiani. La dispersione del talento è uno dei problemi strutturali più gravi: i calciatori italiani faticano sempre di più a trovare spazio nelle prime squadre della Serie A, schiacciati dalla concorrenza dei giocatori stranieri. Malagò propone incentivi sul minutaggio per i giovani, senza ricorrere a quote obbligatorie: un approccio graduale che vuole convincere i club, non costringerli.
Il terzo asse è quello delle infrastrutture. Il tema degli stadi è da anni un’emergenza italiana: la maggior parte degli impianti è obsoleta, di proprietà pubblica, con costi di gestione insostenibili e burocrazia che rallenta qualsiasi progetto di ristrutturazione o nuova costruzione. Malagò propone un piano nazionale per stadi e centri sportivi, con semplificazioni procedurali e supporto economico.
Sul piano dei rapporti con la politica, Malagò parte da un terreno diverso rispetto a Gravina: la sua storia al CONI gli ha consegnato una rete di relazioni trasversale e una capacità di mediazione riconosciuta da quasi tutti gli schieramenti. Tra le priorità concrete c’è la reintroduzione delle misure del Decreto Crescita, lo sgravio fiscale per i calciatori stranieri ingaggiati in Italia, abolito nel 2023 con effetti negativi sulla competitività del campionato.
La prima urgenza: il nuovo commissario tecnico
Prima ancora delle riforme strutturali, Malagò dovrà affrontare la questione più urgente e visibile: la nomina del nuovo commissario tecnico della Nazionale. L’attuale ct ad interim è Silvio Baldini, che ha guidato gli azzurri nelle ultime partite senza cambiare le sorti del ciclo fallimentare.
La prima mossa sarà però la nomina di un direttore tecnico, figura che negli ultimi anni è mancata alla FIGC e che Malagò considera indispensabile come raccordo tra presidenza federale e commissario tecnico. I nomi più accreditati sono quelli di Paolo Maldini, ex difensore del Milan e dirigente sportivo di lungo corso, e di Frederic Massara, appena conclusa l’esperienza alla Roma. L’ipotesi Maldini è quella che suscita più entusiasmo nell’opinione pubblica, anche per il valore simbolico di una bandiera del calcio italiano chiamata a guidarne la rinascita tecnica.
Solo dopo aver definito questa figura, Malagò si pronuncerà sul nome del nuovo ct. Tutti gli indizi portano a un Roberto Mancini bis: il tecnico di Jesi ha di recente annunciato il proprio addio all’Al-Sadd, la squadra del Qatar con cui aveva un contratto fino al 2027, ha ammesso pubblicamente di aver commesso errori — a partire dalle dimissioni da ct per accettare la panchina dell’Arabia Saudita nel 2023 — e non ha nascosto la propria disponibilità a tornare in azzurro. Nel 2021 aveva portato l’Italia alla vittoria degli Europei a Wembley, costruendo una squadra compatta e di grande spirito di squadra. Non era riuscito però a qualificarla ai Mondiali 2022 in Qatar.
Malagò, pur non citando esplicitamente nomi, ha tracciato un identikit che sembra cucito su misura: “A prescindere dal curriculum, l’allenatore deve abbracciare il progetto in tutto e per tutto”. Circola anche il nome di Antonio Conte, ma il tecnico pugliese — impegnato in Premier League — sembra uno scenario meno probabile. Tra i papabili per il ruolo di direttore tecnico si discute anche di Claudio Ranieri.
Un mandato di due anni, una sfida di lungo periodo
Va ricordato che il mandato di Malagò alla FIGC durerà solo due anni: subentra a Gravina a metà del quadriennio, e dovrà quindi presentarsi a nuove elezioni nel 2028 per ottenere un mandato pieno. Un orizzonte relativamente breve, ma sufficiente per imprimere una direzione tecnica, riformare le strutture di governance e soprattutto — rimettendo insieme un sistema lacerato — costruire le basi per affrontare le qualificazioni ai Mondiali 2030.
La sfida è enorme. La terza esclusione consecutiva dai Mondiali non è un incidente: è il sintomo di una crisi sistemica che riguarda la formazione dei giovani calciatori, la competitività delle squadre di club, la qualità tecnica del calcio italiano rispetto a quello dei principali competitors europei. Malagò lo sa bene, e nel suo intervento in assemblea ha evitato trionfalismi: “Non succede in nessun altro settore che tu abbia un mandato praticamente all’unanimità e di fatto non riesci a fare nulla delle cose che hai proposto nel tuo programma. Oggettivamente la situazione è completamente ingessata”.
Il calcio italiano si è affidato a un professionista con grande esperienza di sistema, reti relazionali robuste e una credibilità costruita in dodici anni alla guida del CONI. Ora spetta a lui trasformare quella credibilità in risultati concreti. Con i Mondiali 2030 all’orizzonte, il tempo per sbagliare è pochissimo.


