Italia fuori dai Mondiali per la terza volta consecutiva: una crisi che viene da lontano, e che affonda nelle radici del calcio italiano

La Bosnia elimina gli Azzurri ai rigori a Zenica: finisce 1-1 dopo i supplementari, decisivi gli errori di Pio Esposito e Cristante. Ma la vera sconfitta non è di stasera.

Per la terza volta di fila l’Italia non si qualifica ai Mondiali di calcio. A Zenica, nella finale dei playoff, la Bosnia ha vinto ai rigori, lasciando gli Azzurri fuori da una competizione che ormai sembra aver dimenticato il tricolore. Finisce 1-1 dopo i tempi supplementari: in gol Moise Kean nel primo tempo, pareggio di Tabakovic nella ripresa. Ai calci di rigore, gli errori di Pio Esposito e Cristante condannano l’Italia.

Una serata che era già scritta

La Bosnia vince ai rigori, e l’Italia non giocherà i Mondiali per la terza edizione consecutiva. Non era mai successo nella storia alle nazionali che hanno vinto almeno una volta la Coppa del Mondo. Un primato negativo senza precedenti, figlio non di una notte storta ma di anni di declino strutturale.

La partita aveva offerto momenti di speranza. L’Italia era passata in vantaggio con Kean al 14′ del primo tempo, ma l’espulsione di Bastoni aveva complicato tutto, costringendo gli Azzurri a difendersi in dieci per lunghi tratti. La Bosnia ha trovato il pareggio nel secondo tempo e ha continuato a premere fino all’ultimo secondo dei supplementari.

A fine partita, un Gattuso devastato ha dichiarato: “Oggi i ragazzi non meritavano una prestazione così. Sono orgoglioso del loro cuore e del loro attaccamento. Fa male, ci serviva. Chiedo scusa perché non ce l’ho fatta, ma i ragazzi mi hanno impressionato.”

Tre Mondiali saltati: una generazione perduta

Tre edizioni consecutive senza qualificazione significano almeno sedici anni senza Mondiali per l’Italia. Da Russia 2018 al torneo del 2030, un’intera generazione di tifosi crescerà senza vedere la maglia azzurra in una Coppa del Mondo. Un dato che non ha precedenti nella storia del calcio italiano, quattro volte campione del mondo.

L’Italia è tornata a giocarsi l’accesso al Mondiale dopo dodici anni di assenza dalla manifestazione. E anche stavolta ha fallito, in modo diverso ma ugualmente doloroso.

Eppure, come si è arrivati qui? La risposta non sta nei rigori sbagliati di Zenica. Sta nel sistema.

La vera crisi: dove sono i giovani italiani?

Il nodo più irrisolto del calcio italiano è la mancanza di giovani talenti pronti per il grande calcio. Non perché non nascano più, ma perché il sistema li disperde, li rallenta, li ignora.

Solo il 5% degli Under 22 trova spazio nei campionati di Serie A e Serie B. Un dato emerso durante una tavola rotonda a Milano con figure come Demetrio Albertini, Cristian Chivu e Roberto Samaden: i vivai non riescono ad avere un reale sbocco verso il calcio professionistico. Nel confronto con l’estero, in un principale campionato europeo un giocatore tra i 20 e i 22 anni può già vantare oltre 100 presenze nella massima serie, mentre in Italia l’età media per raggiungere quella cifra è di 24 anni.

Secondo l’Osservatorio CIES, nel 2025 la Serie A è quasi in fondo in Europa per minuti concessi agli Under 21 eleggibili per la Nazionale: appena l’1,9%. Un dato che non è episodico, ma fotografa una cultura tecnica che non accompagna il salto.

Il paradosso è bruciante: le nazionali giovanili continuano a produrre risultati — l’Under 20 ha raggiunto il secondo posto al Mondiale 2023 in Argentina — ma i ragazzi non proseguono il percorso di crescita diventando protagonisti a livello internazionale. Tra i motivi, lo scarso utilizzo da parte delle squadre di Serie A, che preferiscono dare fiducia a calciatori stranieri e d’esperienza anziché ai giovani italiani.

Il sistema che non lancia: vivai, prestiti, risultatismo

Il problema non è solo quantitativo, ma culturale. Gasperini lo ha detto chiaramente: “In Italia commettiamo l’errore di chiedere subito i risultati anche ai ragazzi dei settori giovanili anziché lasciarli liberi di giocare e di sbagliare.”

La cultura calcistica italiana è fortemente risultatista: le società non sono disposte a sperimentare rischiando di non raggiungere gli obiettivi prefissati a inizio stagione. C’è poi un problema legato alle scuole calcio e ai vivai che tendono a reprimere l’estro e la creatività calcistica a beneficio della tattica.

La situazione ha raggiunto livelli paradossali: in alcune recenti partite del campionato Primavera si sono viste formazioni composte da undici stranieri su undici titolari. Le società italiane hanno smesso di credere nei propri ragazzi anche per il campionato under 20.

A tutto questo si aggiunge un sistema dei prestiti caotico. L’assenza diffusa di seconde squadre realmente integrate nel sistema, unita a una politica dei prestiti spesso disordinata, fa sì che molti talenti si perdano in una terra di mezzo, senza continuità tecnica né identità tattica.

La voce dei campioni del passato

A dare l’allarme non sono solo osservatori e analisti, ma leggende del calcio italiano. Gianni Rivera ha denunciato: “In società ormai non credono più alle politiche che creavano, facevano crescere i Baresi e i Maldini. In Serie A i pochi calciatori bravi sono praticamente tutti stranieri. La colpa? Soprattutto dei club che, invece di far crescere i ragazzi, hanno lasciato tutto in mano ai procuratori.”

Anche Luca Toni ha lanciato un allarme: senza investimenti in campi, foresterie, staff e didattica, i vivai perdono attrattività e qualità. Con il rischio concreto che si apra anche un mercato delle famiglie, con offerte economiche per convincere i genitori a portare i figli in determinati club.

Il confronto con l’Europa condanna l’Italia

Il divario con gli altri grandi Paesi europei è strutturale, non contingente. Spagna, Francia, Germania, Inghilterra, Paesi Bassi e Portogallo dispongono tutte di una struttura che tutela il percorso dei giovani, ne valorizza la tecnica e li accompagna, invece di caricarli di aspettative. Grazie a questa attenzione nascono talenti come Pedri, Doué e Wirtz.

In Bundesliga l’età media dei titolari è storicamente più bassa e l’inserimento dei giovani avviene con naturalezza. I club francesi sanno che valorizzare giovani significa generare plusvalenze, sostenere il sistema e alimentare la competitività della nazionale.

In Italia, invece, si continua a comprare l’usato sicuro e a rimandare il futuro.

Cosa serve per uscirne

Le ricette esistono, ma richiedono coraggio politico e visione a lungo termine.

  • Seconde squadre obbligatorie per i club di Serie A, che offrano ai giovani uno step intermedio tra la Primavera e il grande calcio
  • Quote obbligatorie di minuti per gli Under 21 in Serie A, con incentivi economici per i club virtuosi
  • Riforma dei vivai, con standard minimi di infrastrutture, formatori qualificati e continuità metodologica tra settore giovanile e prima squadra
  • Investimento strutturale della FIGC e delle leghe nella formazione, sottraendo risorse alla logica delle plusvalenze immediate

Cambiare significa intervenire alla radice: riformare i vivai, formare meglio gli allenatori, alleggerire la pressione su bambini e adolescenti, e tornare a privilegiare la tecnica sull’atletismo.

Zenica è solo la fine del capitolo

La notte di Zenica fa male. Ma sarebbe un errore leggerla come la causa del problema: è solo la sua ultima conseguenza visibile. L’Italia non si è qualificata ai Mondiali questa sera, ma ha smesso di costruire il futuro del proprio calcio molto prima.

Finché la FIGC non cambierà davvero passo, finché i club di Serie A continueranno a preferire l’esperienza straniera alla scommessa sul talento italiano, finché i vivai resteranno luoghi dove i ragazzi vengono selezionati anziché formati, il digiuno continuerà.

E i rigori sbagliati a Zenica saranno solo l’alibi più comodo.