Tracce di vita su un pianeta alieno: la scoperta più promettente di sempre

Individuato un possibile biomarcatore atmosferico su un esopianeta: si apre una nuova era nella ricerca della vita oltre la Terra

Una nuova osservazione astronomica potrebbe rappresentare un punto di svolta nella storia dell’umanità: per la prima volta, sono stati rilevati segnali atmosferici compatibili con la presenza di vita su un pianeta al di fuori del nostro sistema solare.

La scoperta riguarda K2-18 b, un esopianeta che orbita intorno a una nana rossa distante circa 124 anni luce dalla Terra, nella costellazione del Leone. La sua importanza non risiede solo nel fatto che si trovi nella zona abitabile della sua stella — quella fascia in cui l’acqua potrebbe esistere allo stato liquido — ma soprattutto nella rilevazione nell’atmosfera di DMS (dimetilsolfuro), una molecola che sulla Terra viene prodotta esclusivamente da organismi viventi.

DMS: la molecola della vita (almeno sulla Terra)

Il dimetilsolfuro è una sostanza organica nota per essere prodotta unicamente da microrganismi marini, come il fitoplancton. Non esiste alcun processo geochimico conosciuto che possa generare questa molecola senza l’intervento della vita. Per questo motivo, da oltre vent’anni i teorici della vita extraterrestre la indicano come uno dei biomarcatori più affidabili in atmosfere ricche di idrogeno, come quella che avvolge K2-18 b.

Ma come si è arrivati a questa rilevazione? Gli scienziati hanno utilizzato la spettroscopia di transito, una tecnica che permette di analizzare la composizione atmosferica di un pianeta mentre transita davanti alla sua stella. Parte della luce stellare attraversa l’atmosfera planetaria, e le diverse molecole presenti lasciano una sorta di “firma” nell’assorbimento della luce. È proprio analizzando queste firme che è stato possibile ipotizzare la presenza di DMS.

Un segnale forte, ma non ancora definitivo

La rilevazione attuale si basa su osservazioni più precise e su un diverso intervallo di lunghezze d’onda rispetto a quelle precedenti, risalenti al 2023. A quel tempo il segnale era considerato solo un indizio molto tenue. Oggi, invece, il livello di significatività statistica ha raggiunto i tre sigma: una probabilità pari al 99,7% che il segnale non sia un errore strumentale o un’illusione statistica.

Tuttavia, per la comunità scientifica questo non basta. Il traguardo da raggiungere per parlare di scoperta confermata è quello dei cinque sigma, corrispondente a una probabilità su un milione che si tratti di un falso positivo.

DMDS: un altro biomarcatore in gioco

Oltre al DMS, le analisi suggeriscono la possibile presenza di un’altra molecola affine, il dimetildisolfuro (DMDS), anch’esso prodotto biologicamente sulla Terra e teoricamente compatibile con atmosfere esoplanetarie ricche di idrogeno. L’eventuale coesistenza di entrambe le molecole rafforzerebbe ulteriormente l’ipotesi di attività biologica.

Gli studiosi sono cauti, ma entusiasti. Hanno condotto il processo di analisi con molteplici metodi e algoritmi, e in tutti i casi il segnale ha continuato a manifestarsi. Questo aumenta notevolmente la fiducia nella validità dei risultati, anche se non è ancora possibile trarre conclusioni definitive.

La natura alternativa del segnale

È importante sottolineare che non possiamo ancora parlare di vita extraterrestre. Gli scienziati sono i primi a ricordare che potrebbero esistere processi chimici sconosciuti in grado di generare DMS o DMDS in condizioni estreme, senza l’intervento di organismi viventi.

Anche se si trattasse di una scoperta puramente chimica, avrebbe comunque un impatto rivoluzionario: ci troveremmo davanti a un nuovo tipo di chimica planetaria, mai osservata prima, che modificherebbe profondamente la nostra comprensione delle atmosfere al di fuori del sistema solare.

Cosa rende K2-18 b così interessante

K2-18 b è un pianeta di tipo “Hycean”, ovvero dotato di atmosfera ricca di idrogeno e probabilmente coperto da oceani profondi. Ha una massa circa 8,6 volte quella terrestre e un raggio 2,6 volte quello del nostro pianeta. Le sue caratteristiche lo rendono un candidato ideale per lo sviluppo di forme di vita microbica, almeno in teoria.

La presenza di acqua in forma liquida, di molecole organiche e di condizioni di stabilità climatica potrebbero creare un ambiente simile a quello primordiale della Terra. In tale contesto, la presenza di biomarcatori come il DMS acquista un significato ancora più potente.

Una scoperta che cambia la prospettiva umana

Che si tratti di vita o di una chimica alternativa mai vista prima, questa rilevazione rappresenta un momento trasformativo per la scienza planetaria e per la nostra specie. Per la prima volta, potremmo essere vicini a rispondere alla più antica e profonda delle domande: siamo soli nell’universo?

Ma la scienza procede con rigore. Saranno necessarie nuove osservazioni per verificare la persistenza del segnale e per ottenere dati ancora più accurati. L’obiettivo è chiaro: confermare la presenza del DMS con una significatività più elevata e, parallelamente, escludere ogni possibile alternativa non biologica.

Nel frattempo, la comunità scientifica lavora anche su esperimenti di laboratorio e modelli teorici per verificare se esistano scenari in cui molecole come DMS possano formarsi senza la presenza della vita. Se queste ricerche non porteranno a spiegazioni convincenti, la strada verso la prima scoperta di vita extraterrestre sarà sempre più concreta.