Il CEO di OpenAI traccia la rotta verso un mondo trasformato dall’intelligenza artificiale: dal lavoro alla scienza, dalla robotica all’AGI personale, passando per la responsabilità di dare una “personalità” a uno strumento usato da oltre 900 milioni di persone
Sam Altman, CEO di OpenAI, ha delineato in una lunga intervista la sua visione del futuro dell’intelligenza artificiale: un mondo di prosperità quasi inimmaginabile, in cui l’AI non sostituisce l’uomo ma ne moltiplica le capacità, accelera la scoperta scientifica, ridefinisce il lavoro e trasforma il modo in cui gli individui interagiscono con la conoscenza. Una visione ambiziosa, ma non priva di responsabilità e interrogativi profondi.
Oltre 900 milioni di utenti e una domanda filosofica
C’è un dato che colpisce, nell’universo di Sam Altman: ogni settimana, oltre 900 milioni di persone utilizzano ChatGPT. Un numero che rende il CEO di OpenAI non solo uno dei protagonisti della rivoluzione tecnologica in corso, ma anche il responsabile di una delle decisioni con il maggiore impatto mondiale: come impostare la personalità di un’intelligenza artificiale usata da quasi un miliardo di esseri umani.
È da questa consapevolezza che Altman parte. Non da grafici di crescita o annunci di nuovi modelli, ma da una domanda di fondo: che tipo di strumento stiamo costruendo? E per chi?
La risposta, secondo Altman, non è semplice. Le necessità degli utenti variano enormemente. C’è chi vuole un assistente che lo assecondi, chi cerca un interlocutore critico, chi ha bisogno di stimoli per crescere. Per questo motivo, il CEO di OpenAI afferma di consultare psicologi e leader spirituali per costruire veri e propri “manuali di istruzione” in grado di orientare il comportamento dei modelli verso la massimizzazione del benessere umano a lungo termine, e non soltanto la soddisfazione immediata dell’utente.
L’obiettivo dichiarato è eliminare la necessità di impostazioni manuali — quei cursori che regolano il tono, la “simpatia”, la proattività di un modello — puntando a un’intelligenza artificiale capace di comprendere il contesto in modo naturale, adattandosi a ciò che la persona di fronte ha davvero bisogno, non necessariamente a ciò che chiede esplicitamente.
L’intelligenza come compressione del mondo
Per capire dove si sta dirigendo l’AI, Altman cita una frase del ricercatore Ilya Sutskever: “la predizione è molto vicina all’intelligenza”. L’idea è potente nella sua semplicità: per prevedere con precisione cosa accadrà dopo — in un testo, in un fenomeno fisico, in una sequenza biologica — un sistema deve aver sviluppato una comprensione profonda di come funziona il mondo.
È questo processo di compressione e rappresentazione della realtà che permette ai modelli più avanzati di non limitarsi a riprodurre ciò che hanno appreso, ma di applicare la conoscenza a situazioni nuove, di ragionare, di scoprire. Ed è per questo che Altman vede nell’intelligenza artificiale non solo uno strumento utile, ma un motore di nuova conoscenza.
I dati più recenti sembrano dargli ragione. I modelli di ultima generazione stanno già contribuendo alla risoluzione di teoremi matematici che resistevano da decenni e stanno aprendo nuove strade nella comprensione di fenomeni fisici complessi. Altman si aspetta che nei prossimi mesi si assisterà a progressi sbalorditivi nella matematica, e guarda con grande interesse alle applicazioni in campo medico: dai vaccini mRNA personalizzati per il cancro all’accelerazione della ricerca sull’Alzheimer, malattia che considera una delle sfide più urgenti per la scienza contemporanea.
I tre pilastri del progresso: algoritmi, dati e calcolo
Come si costruisce un’intelligenza artificiale più potente? Altman identifica tre leve fondamentali:
- Algoritmi migliori, che rappresentano la via più difficile ma anche la più dirompente: piccole innovazioni architetturali possono produrre salti qualitativi enormi.
- Più dati, sia in quantità che in qualità, con la sfida crescente di trovare dati nuovi e diversificati su cui addestrare i modelli.
- Maggiore potenza di calcolo, che Altman definisce “la via più certa per il progresso”: un investimento costoso, ma con rendimenti prevedibili.
È su questo ultimo fronte che si comprende la portata del Progetto Stargate, l’iniziativa da 500 miliardi di dollari annunciata all’inizio del 2025 per costruire la più grande infrastruttura AI della storia negli Stati Uniti, con il coinvolgimento di SoftBank, Oracle e Microsoft. Un’infrastruttura necessaria non solo per i modelli attuali, ma per ciò che Altman immagina per il futuro prossimo.
Il futuro del lavoro: né catastrofe né illusione
Uno degli argomenti più dibattuti — e più fraintesi — riguarda l’impatto dell’intelligenza artificiale sul mercato del lavoro. I timori di una massiccia eliminazione di posti sono reali e comprensibili. Altman non li nega, ma li ridimensiona con un argomento storico: ogni grande rivoluzione tecnologica ha trasformato i lavori esistenti senza cancellarli del tutto, generando al tempo stesso nuove forme di impegno professionale che prima erano impensabili.
La sua tesi è che gli esseri umani abbiano un desiderio intrinseco di competere, creare e sentirsi utili. Questo desiderio non scomparirà con l’AI. Al contrario, strumenti come i più recenti modelli di OpenAI permettono già oggi di svolgere in un’ora compiti che richiedevano settimane, rendendo le persone più produttive, non superflue.
Altman è però critico verso chi, nel settore, parla con leggerezza della sparizione dei lavori. Definisce “privo di tatto” l’atteggiamento di alcuni CEO tecnologici che sembrano quasi compiacersi nel prevedere l’obsolescenza del lavoro umano. E se riconosce che il pessimismo fa notizia — “il pessimismo vende”, dice esplicitamente — denuncia la narrativa catastrofista come un ostacolo alla comprensione reale di una trasformazione che richiede invece attenzione, formazione e nuovi contratti sociali.
Il suo modello ideale è quello delle startup composte da una, due, tre persone, capaci di fare ciò che un tempo richiedeva grandi organizzazioni. Un modello che, a suo avviso, libererà un potenziale umano finora impossibile da esprimere.
Robotica e hardware: l’AI deve agire nel mondo fisico
Per Altman, limitare l’intelligenza artificiale al mondo digitale sarebbe un errore strategico e quasi filosofico. La robotica è una priorità di OpenAI proprio perché l’AI deve poter operare nel mondo fisico. In caso contrario, spiega, gli esseri umani finirebbero per diventare “attuatori” — braccia esecutrici di decisioni prese da sistemi digitali — con un ribaltamento del rapporto tra uomo e macchina che nessuno dovrebbe accettare.
Su questo fronte, Altman ha rivelato di collaborare con Jony Ive, il leggendario designer che ha contribuito a creare l’iPhone e i prodotti più iconici di Apple. L’obiettivo è immaginare un nuovo hardware capace di assorbire il contesto della vita quotidiana di una persona — i suoi ritmi, le sue abitudini, i suoi bisogni — senza risultare invasivo come uno smartphone. Un dispositivo che stia sullo sfondo, intelligente e discreto.
L’AGI personale: un “capo dello staff” per ogni individuo
La visione più ambiziosa di Altman riguarda l’AGI personale: un’intelligenza artificiale generale che conosca tutto il contesto della vita di un individuo e lavori costantemente in background per supportarlo. Non un chatbot a cui si fanno domande, ma qualcosa di più simile a un capo dello staff — quella figura che nei grandi uffici gestisce l’agenda, filtra le comunicazioni, anticipa i problemi, coordina le risorse.
Un’AGI personale di questo tipo gestirebbe messaggi, email e compiti complessi, permettendo all’individuo di concentrarsi su ciò che conta davvero. È un futuro in cui la democratizzazione dell’intelligenza non riguarda solo l’accesso agli strumenti, ma la distribuzione reale del potere cognitivo: Altman ha dichiarato che entro il 2035 chiunque potrebbe avere accesso a una capacità intellettuale equivalente a quella complessiva di tutti gli esseri umani del 2025.
I tre focus del presente e il sogno del 2050
Interrogato sui suoi obiettivi attuali, Altman ne identifica tre:
- Accelerare la ricerca scientifica, con particolare attenzione a fisica e biologia.
- Accelerare l’economia attraverso startup sempre più automatizzate e capaci.
- Sviluppare l’AGI personale, che conosca il contesto di vita di ogni individuo e lo supporti in modo continuativo.
Sul lungo periodo, la visione è ancora più ampia. Per il 2050, Altman immagina una prosperità quasi inimmaginabile, un’agenzia umana radicale — cioè la capacità di ogni individuo di agire efficacemente nel mondo —, colonie spaziali e forse persino le proverbiali auto volanti. Un catalogo di sogni che suona utopico, ma che Altman radica in una convinzione tecnica precisa: l’intelligenza artificiale è la tecnologia generalista più abilitante della storia, superiore anche al fuoco e alla stampa a caratteri mobili.
Il suo pensiero quotidiano più urgente, però, rimane più terra terra: come garantire un rollout sociale di successo e un contratto sociale equo in questo nuovo mondo. Perché costruire l’intelligenza artificiale più potente della storia non ha senso, se i suoi benefici si concentrano nelle mani di pochi.
Una responsabilità senza precedenti
Ciò che emerge dall’intervista ad Altman non è solo la visione di un tecnologo entusiasta, ma la consapevolezza — spesso sottovalutata nei dibattiti pubblici sull’AI — che costruire strumenti usati da centinaia di milioni di persone è un atto politico e culturale, oltre che ingegneristico.
La personalità di un’intelligenza artificiale, i valori che incorpora, il modo in cui risponde, il confine tra compiacere e sfidare l’utente: sono tutte scelte che hanno conseguenze reali sulla vita delle persone, sul modo in cui pensano, decidono, crescono. Altman ne è consapevole, e questa consapevolezza — più ancora delle previsioni sull’AGI — è forse l’elemento più significativo della sua visione.

