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Scienza e Tecnologia

In futuro parleremo con i nostri animali grazie all’AI: la scienza prova a decifrare versi, abbai e miagolii

Dalle vocalizzazioni ultrasoniche dei topi agli abbai dei cani e ai miagolii dei gatti: reti neurali e machine learning stanno cercando schemi nella comunicazione animale. Ma siamo ancora lontani da un vero traduttore tra specie.

Capire cosa vuole comunicarci un cane quando abbaia, distinguere un miagolio di richiesta da uno associato a una situazione di disagio o persino riconoscere schemi nascosti nei suoni che l’orecchio umano non riesce a percepire. L’idea di poter un giorno “parlare” con gli animali sembra uscita da un film di fantascienza, ma l’intelligenza artificiale sta trasformando questa possibilità in un vero campo di ricerca. Non esiste ancora un traduttore capace di convertire il linguaggio di un cane o di un gatto in frasi italiane, ma alcuni esperimenti dimostrano che gli algoritmi possono già individuare relazioni tra vocalizzazioni, contesto e comportamento degli animali.

L’esperimento sui topi che avvicina l’AI alla comunicazione animale

Uno degli esempi più recenti arriva dall’Università di Brescia. Nel luglio 2026 un gruppo di ricercatori ha pubblicato su Scientific Reports uno studio dedicato alle vocalizzazioni ultrasoniche dei topi durante le interazioni sociali.

I topi producono infatti vocalizzazioni a frequenze che possono trovarsi al di sopra della capacità uditiva umana. Per noi una parte importante della loro comunicazione è quindi letteralmente impercettibile senza strumenti adeguati. Per un sistema informatico, al contrario, questi segnali possono essere trasformati in dati e analizzati in maniera sistematica.

Gli studiosi hanno sviluppato un sistema di deep learning progettato per prevedere il comportamento degli animali utilizzando come input soltanto le loro vocalizzazioni ultrasoniche. I risultati hanno mostrato una relazione tra i segnali vocali prodotti dagli animali e alcuni comportamenti osservati durante l’interazione sociale.

È importante però comprendere bene cosa significa questo risultato. L’intelligenza artificiale non ha tradotto il “linguaggio dei topi” in una lingua umana e non ha scoperto che un determinato verso corrisponde, per esempio, alla parola “paura”, “cibo” oppure “amico”. Ha fatto qualcosa di diverso: ha imparato a riconoscere schemi nei segnali acustici sufficientemente informativi da essere messi in relazione con il comportamento.

La distinzione può sembrare sottile, ma è fondamentale. Un conto è riconoscere che una determinata configurazione sonora compare frequentemente in una certa situazione; un altro è dimostrare che quella configurazione costituisca una vera parola dotata di un significato paragonabile a quello delle lingue umane.

Non è ancora un Google Translate per animali

È probabilmente questo il punto sul quale bisogna essere maggiormente prudenti. Parlare di un “traduttore per animali” è suggestivo, ma rischia di far immaginare una tecnologia molto più avanzata di quella che oggi esiste realmente.

Un futuro dispositivo potrebbe essere in grado di ascoltare un cane e indicare che i suoi segnali sono compatibili con una situazione di allerta, gioco, eccitazione o richiesta di attenzione. È molto diverso, però, dal sostenere che l’animale abbia formulato mentalmente una frase e che l’algoritmo l’abbia semplicemente tradotta.

La questione non dipende soltanto dalla potenza dei computer. Dipende soprattutto da come comunicano le diverse specie animali e da quale complessità possiedano i loro sistemi comunicativi.

Il linguaggio umano consente di combinare parole secondo regole estremamente sofisticate, parlare di eventi avvenuti anni prima, immaginare scenari futuri, formulare ipotesi, mentire, raccontare storie e discutere di oggetti che in quel momento non sono presenti. Non è affatto scontato che un cane o un gatto possiedano un sistema comunicativo equivalente.

Potrebbe quindi accadere che l’intelligenza artificiale diventi estremamente efficace nel comprendere gli animali senza riuscire mai a produrre una traduzione simile a quella che possiamo ottenere passando dall’italiano all’inglese.

Cosa significa davvero quando un cane abbaia

Il caso dei cani è particolarmente interessante perché convivono con gli esseri umani da moltissimo tempo e hanno sviluppato modalità di interazione estremamente sofisticate con noi.

Non tutti gli abbai sono uguali. Studi condotti sulle vocalizzazioni canine hanno mostrato differenze acustiche associate al contesto nel quale vengono prodotte. Sono stati analizzati, per esempio, abbai registrati quando uno sconosciuto si avvicina, quando il cane rimane isolato oppure durante il gioco. Frequenza, ritmo, tonalità e intervallo tra i singoli abbai possono cambiare.

Ancora più interessante è il fatto che anche gli altri cani riescono a ricavare informazioni dagli abbai. Esperimenti di riproduzione di vocalizzazioni registrate hanno mostrato che i cani possono distinguere segnali prodotti in contesti differenti e riconoscere differenze legate all’identità dell’animale che li ha emessi.

Questo significa che l’abbaio non è semplicemente un rumore casuale prodotto per attirare l’attenzione. Può trasportare informazioni.

Ma anche in questo caso bisogna evitare un’eccessiva semplificazione. Il cane non comunica soltanto attraverso la voce. Per comprendere quello che sta accadendo bisogna osservare contemporaneamente:

  • la frequenza e l’intensità delle vocalizzazioni;
  • il ritmo con cui vengono prodotti gli abbai;
  • la postura del corpo;
  • la posizione delle orecchie;
  • la posizione e il movimento della coda;
  • lo sguardo e l’espressione;
  • la distanza da persone e altri animali;
  • gli odori e gli altri segnali ambientali;
  • il contesto nel quale avviene il comportamento.

Un ringhio, per esempio, non dovrebbe essere interpretato isolatamente. La postura, la situazione e gli altri segnali possono essere indispensabili per comprenderne correttamente la funzione.

Il vero traduttore potrebbe osservare tutto contemporaneamente

Ed è proprio qui che l’intelligenza artificiale applicata agli animali potrebbe avere un vantaggio enorme rispetto all’essere umano.

Un sistema futuro potrebbe non limitarsi a utilizzare un microfono. Potrebbe combinare contemporaneamente immagini e suoni, analizzando la posizione del corpo, i movimenti, la direzione dello sguardo, le vocalizzazioni e ciò che sta accadendo nell’ambiente.

Immaginiamo, per esempio, una telecamera domestica collegata a un modello addestrato sul comportamento del cane. Il sistema potrebbe osservare che l’animale guarda ripetutamente la porta, assume una determinata postura e produce una particolare sequenza di vocalizzazioni. Confrontando l’episodio con migliaia di situazioni precedenti potrebbe stabilire che quel comportamento è frequentemente seguito dall’uscita per la passeggiata.

In quel caso il risultato non sarebbe necessariamente:

“Il cane ha detto: voglio andare al parco.”

Sarebbe scientificamente più corretto qualcosa come:

“Elevata probabilità di una richiesta associata all’uscita.”

Allo stesso modo potrebbe individuare segnali compatibili con gioco, allerta, paura, eccitazione, richiesta di attenzione o disagio.

La differenza è enorme. Nel primo caso attribuiamo all’animale una frase umana che potrebbe non aver mai formulato. Nel secondo utilizziamo una grande quantità di dati per interpretare il suo comportamento.

Con i gatti la situazione è ancora più curiosa

Anche i gatti domestici potrebbero diventare candidati ideali per sistemi di questo tipo. Le loro vocalizzazioni cambiano in relazione al contesto e alcune caratteristiche acustiche dei miagolii possono variare in base alla situazione nella quale vengono prodotti. Uno studio dedicato ai miagolii rivolti agli esseri umani ha rilevato variazioni nella durata, nella frequenza fondamentale e nell’intonazione associate al contesto.

Chi vive con un gatto da molti anni probabilmente ha già sperimentato qualcosa di simile in maniera intuitiva. Il proprietario impara progressivamente a riconoscere determinati comportamenti: il miagolio davanti alla ciotola, quello davanti a una porta chiusa, il verso utilizzato per richiamare l’attenzione o una particolare vocalizzazione prodotta in una situazione insolita.

Non significa necessariamente che esista una parola felina equivalente a “cibo” o “apri la porta”. Significa piuttosto che animale e proprietario possono costruire nel tempo una forma di comunicazione basata sull’esperienza reciproca.

L’AI potrebbe imparare il “dialetto” del singolo animale

Ed è forse questa una delle possibilità più affascinanti.

Un futuro interprete per animali domestici potrebbe non funzionare soltanto attraverso un grande modello universale addestrato su migliaia di cani o gatti. Potrebbe avere anche una componente fortemente personalizzata sul singolo animale.

Un gatto potrebbe produrre un particolare miagolio ogni volta che desidera entrare in una determinata stanza. Un altro gatto potrebbe utilizzare un segnale differente. Allo stesso modo, due cani potrebbero manifestare una richiesta simile attraverso comportamenti diversi.

Un sistema capace di osservare lo stesso animale per mesi o anni potrebbe imparare queste regolarità.

Potrebbe sapere, per esempio, che quando quel particolare cane cammina verso l’ingresso, guarda il proprietario, torna verso la porta e produce una determinata vocalizzazione, nella grande maggioranza dei casi sta anticipando una passeggiata.

In sostanza, invece di avere soltanto un improbabile “Google Translate cane-italiano”, potremmo avere qualcosa di più realistico: un interprete digitale che impara progressivamente il repertorio comunicativo e comportamentale del nostro animale.

Potrebbe essere utile anche per capire dolore e disagio

Le possibili applicazioni non riguardano soltanto la curiosità dei proprietari.

La capacità di individuare automaticamente cambiamenti nel comportamento potrebbe avere prospettive interessanti anche nel monitoraggio del benessere animale. Un sistema sufficientemente affidabile potrebbe segnalare variazioni rispetto alle abitudini di un cane o di un gatto e aiutare il proprietario ad accorgersi che qualcosa è cambiato.

Naturalmente un’applicazione del genere non potrebbe sostituire la valutazione di un veterinario. Il comportamento animale è complesso e uno stesso segnale può avere cause differenti. Ma la capacità di monitorare continuamente un animale potrebbe fornire informazioni aggiuntive.

Lo stesso principio potrebbe trovare applicazione nei rifugi, nei centri di recupero della fauna e nella ricerca scientifica, dove osservare manualmente migliaia di ore di comportamento richiede enormi quantità di tempo.

Non solo cani e gatti: l’AI sta ascoltando anche il mondo selvatico

Il tentativo di comprendere la comunicazione animale non riguarda esclusivamente gli animali domestici. Uno dei campi più affascinanti è quello dei cetacei, animali che utilizzano sistemi acustici complessi e che possono essere difficili da osservare direttamente per lunghi periodi.

Nel 2026 sono stati utilizzati anche sistemi robotici autonomi dotati di idrofoni per seguire e registrare in tempo reale le vocalizzazioni dei capodogli, raccogliendo dati sulle sequenze di click utilizzate dagli animali. La possibilità di acquisire quantità sempre maggiori di registrazioni è fondamentale perché gli algoritmi moderni funzionano particolarmente bene quando possono analizzare grandi dataset.

Il principio generale rimane simile: raccogliere una quantità enorme di segnali, individuare strutture ricorrenti e mettere queste strutture in relazione con ciò che gli animali stanno facendo.

Il problema più difficile: capire se esistono davvero “parole” da tradurre

Supponiamo che tra qualche anno un’intelligenza artificiale diventi capace di classificare con precisione straordinaria migliaia di vocalizzazioni di una determinata specie. Avremmo automaticamente decifrato il suo linguaggio?

Non necessariamente.

Riconoscere una correlazione non equivale a conoscere un significato.

Se un particolare verso compare quasi sempre quando un cane vede uno sconosciuto, quel suono potrebbe essere collegato alla presenza dell’estraneo, ma potrebbe anche esprimere allerta, eccitazione, minaccia, paura o una combinazione di più elementi.

Per attribuire un vero significato è necessario effettuare esperimenti, confrontare situazioni differenti e verificare come gli altri animali reagiscono allo stesso segnale.

È per questo che la ricerca sulla comunicazione animale non può essere sostituita semplicemente da un algoritmo. Servono etologia, neuroscienze, bioacustica, osservazione del comportamento e sperimentazione.

L’intelligenza artificiale può però diventare uno strumento potentissimo per trovare schemi che un ricercatore, ascoltando manualmente migliaia o milioni di vocalizzazioni, avrebbe enormi difficoltà a individuare.

E se un giorno potessimo rispondere agli animali?

C’è infine una possibilità ancora più affascinante. Se riuscissimo a comprendere con sufficiente precisione la funzione di determinati segnali, la domanda successiva sarebbe inevitabile: potremmo riprodurli per comunicare intenzionalmente con gli animali?

È un problema ancora più delicato della semplice interpretazione.

Riprodurre un suono non significa necessariamente utilizzarlo correttamente. Nella comunicazione animale possono essere fondamentali il contesto, l’identità dell’individuo che produce il segnale, la postura e numerosi altri elementi.

Tuttavia, in prospettiva, sistemi capaci di analizzare le risposte degli animali potrebbero permettere esperimenti sempre più sofisticati sulla comunicazione tra specie.

È in questo passaggio che l’idea di “parlare con gli animali” smette almeno in parte di essere soltanto una fantasia: non perché avremo necessariamente una conversazione simile a quella tra due esseri umani, ma perché potremmo diventare molto più capaci di comprendere i loro segnali e produrre risposte interpretabili da loro.

Parleremo davvero con il nostro cane o il nostro gatto?

La risposta, almeno per il momento, è: dipende da cosa intendiamo per parlare.

Se immaginiamo un collare che trasformi un abbaio nella frase “oggi preferirei mangiare pollo invece di manzo”, non esistono attualmente prove scientifiche che una tecnologia del genere sia dietro l’angolo. Prima ancora di costruire il traduttore bisognerebbe dimostrare che il sistema comunicativo dell’animale contiene realmente un messaggio equivalente.

Se invece per “parlare” intendiamo comprendere molto meglio intenzioni, emozioni, richieste e stati comportamentali, allora lo scenario diventa decisamente più plausibile.

Le vocalizzazioni dei topi possono contenere informazioni collegate al comportamento. Gli abbai dei cani cambiano in relazione alle circostanze e possono trasmettere informazioni ad altri cani. I miagolii dei gatti mostrano caratteristiche acustiche che possono variare con il contesto. Su questa base, algoritmi sempre più sofisticati potrebbero trovare strutture che oggi riusciamo a riconoscere soltanto in parte.

E il salto decisivo potrebbe arrivare quando l’AI non analizzerà più soltanto un suono isolato, ma l’intero comportamento dell’animale: voce, postura, movimento, sguardo, ambiente e storia individuale.

A quel punto probabilmente non sentiremo il nostro gatto raccontarci com’è trascorsa la sua giornata. Potremmo però capire molto meglio perché sta miagolando, cosa sta cercando di ottenere o se qualcosa nel suo comportamento è improvvisamente cambiato.

Forse non avremo un traduttore universale tra esseri umani e animali. Potremmo però ottenere qualcosa di altrettanto sorprendente: una finestra molto più precisa sul loro modo di comunicare.