Le dichiarazioni dell’ex presidente rilanciano un tema già controverso, ma la scienza invita alla cautela: ecco cosa dicono davvero gli studi più recenti
Donald Trump ha collegato pubblicamente l’uso del paracetamolo in gravidanza a un aumento del rischio di autismo nei bambini, una dichiarazione che ha suscitato reazioni immediate nel mondo scientifico. Ma cosa c’è davvero di fondato? Un’analisi approfondita degli studi più recenti mostra che le prove disponibili non sono sufficienti a stabilire una relazione causale.
Una dichiarazione controversa che ha fatto discutere
Durante un comizio tenuto nel mese di settembre 2025, Donald Trump ha affermato che l’assunzione del paracetamolo (acetaminofene, commercializzato negli Stati Uniti con il nome Tylenol) in gravidanza sarebbe responsabile di un incremento dei casi di autismo nei bambini. L’ex presidente ha parlato di “legami evidenti” e di “verità tenute nascoste per troppo tempo”, generando un’ondata di reazioni tra scienziati, medici e rappresentanti delle autorità sanitarie.
Negli stessi giorni, la Food and Drug Administration (FDA) ha annunciato di voler avviare una revisione dell’etichettatura del paracetamolo, riconoscendo che alcune evidenze scientifiche recenti suggeriscono una possibile associazione tra l’esposizione prenatale a questo principio attivo e l’insorgenza di disturbi del neurosviluppo. Tuttavia, l’agenzia ha sottolineato che non esistono al momento prove conclusive e ha invitato alla prudenza.
Cosa dice davvero la scienza
Il paracetamolo è uno dei farmaci più utilizzati durante la gravidanza, raccomandato da decenni come analgesico e antipiretico sicuro. Proprio per la sua larga diffusione, da anni è oggetto di studi osservazionali che cercano di comprendere eventuali effetti avversi sul feto, in particolare in relazione a disturbi dello spettro autistico (ASD) e deficit dell’attenzione e iperattività (ADHD).
I principali studi epidemiologici
Uno degli studi più significativi degli ultimi anni è stato pubblicato nel 2024 sulla rivista JAMA Pediatrics, firmato da Ahlqvist et al., e ha preso in esame oltre 2,4 milioni di bambini nati in Svezia tra il 1995 e il 2019. I ricercatori hanno confrontato i tassi di autismo, ADHD e disabilità intellettiva tra figli di madri che avevano assunto paracetamolo in gravidanza e figli di madri che non lo avevano fatto.
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Nella popolazione generale, si è osservata una leggera associazione tra esposizione al farmaco e aumento del rischio di disturbi del neurosviluppo.
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Tuttavia, quando l’analisi è stata ristretta ai fratelli — cioè bambini cresciuti nello stesso contesto familiare, uno dei quali esposto al farmaco e l’altro no — l’associazione scompare.
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Questo suggerisce che i fattori familiari, genetici e ambientali, più che l’uso del paracetamolo in sé, possano spiegare l’aumento di rischio osservato nei dati grezzi.
Il problema del “confondimento per indicazione”
Molti studi osservazionali soffrono di quello che viene definito confondimento per indicazione: il farmaco viene usato in risposta a una condizione (ad esempio, febbre o infezioni), e potrebbe essere la condizione stessa a influire sullo sviluppo neurologico del feto, più che il medicinale. Inoltre, le madri che assumono paracetamolo in gravidanza potrebbero presentare altri fattori di rischio — come stress, problemi immunitari, esposizione ad agenti ambientali — non sempre controllati nei modelli statistici.
Le evidenze attuali: associazione sì, causalità no
Sulla base delle ricerche disponibili, si possono riassumere così le principali evidenze scientifiche:
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Alcuni studi mostrano una debole associazione tra l’uso prolungato o frequente di paracetamolo in gravidanza e un rischio leggermente aumentato di autismo o ADHD nei figli.
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Tuttavia, nessuno studio ha dimostrato una relazione causale diretta.
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Gli studi meglio disegnati, in particolare quelli che analizzano coppie di fratelli, non confermano un rischio concreto dovuto al solo uso del paracetamolo.
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La comunità scientifica internazionale invita alla cautela: servono ulteriori ricerche, ma non esiste al momento motivo per sconsigliare l’uso del farmaco secondo le attuali linee guida.
Cosa dicono le autorità sanitarie
Stati Uniti
La FDA ha riconosciuto l’esistenza di alcune evidenze preliminari, ma ha dichiarato che esse non giustificano modifiche immediate nelle raccomandazioni. L’agenzia ha comunque avviato una revisione delle informazioni di sicurezza relative al farmaco, in particolare per quanto riguarda l’uso durante la gravidanza.
Europa e Italia
L’Agenzia europea per i medicinali (EMA) e l’Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA) non hanno emesso allarmi specifici né modificato le indicazioni sul paracetamolo. In Italia, il farmaco è raccomandato come prima scelta per la gestione del dolore e della febbre in gravidanza, purché usato nei dosaggi e tempi indicati dal medico.
Cosa devono fare le donne in gravidanza?
Le donne in attesa che si trovino a dover assumere farmaci devono sempre consultare il medico. Tuttavia, non esistono indicazioni ufficiali che vietino l’uso del paracetamolo. Le principali buone pratiche consigliate includono:
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Evitare l’assunzione prolungata e ad alte dosi del farmaco, specialmente senza controllo medico.
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Usare il paracetamolo solo quando necessario, per sintomi come febbre alta o dolori importanti.
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Non sospendere un trattamento già in corso senza aver consultato il ginecologo.
Le reazioni della comunità scientifica
Dopo le dichiarazioni di Trump, numerosi esperti hanno espresso preoccupazione per la diffusione di informazioni potenzialmente fuorvianti:
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Alcuni hanno accusato l’ex presidente di strumentalizzare la scienza per fini politici.
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Altri hanno ricordato i danni già prodotti in passato da campagne di disinformazione, come quelle contro i vaccini, che hanno alimentato paure infondate e abbassato la fiducia nei farmaci sicuri.
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I principali esperti di pediatria e neurologia hanno ribadito che l’autismo è un disturbo complesso, determinato da una molteplicità di fattori, genetici e ambientali, spesso ancora poco compresi.
Un precedente pericoloso: la candeggina contro il Covid
Le recenti affermazioni sul paracetamolo non sono un caso isolato nella comunicazione sanitaria dell’ex presidente. Già durante la pandemia di Covid-19, nel corso di una conferenza stampa alla Casa Bianca nell’aprile 2020, Donald Trump aveva suggerito l’ipotesi di iniettare disinfettanti o esporre il corpo a raggi UV per “uccidere il virus”, ipotizzando che “la candeggina potesse essere efficace”.
Queste dichiarazioni, subito smentite e condannate dagli esperti sanitari di tutto il mondo, avevano generato un’impennata di chiamate ai centri antiveleni negli Stati Uniti e costretto la stessa Casa Bianca a una parziale rettifica. Le autorità sanitarie avevano dovuto ribadire con forza l’estrema pericolosità di un simile gesto, che avrebbe potuto causare gravi danni agli organi interni e perfino la morte.
Questo episodio rappresenta un precedente allarmante, che evidenzia i rischi concreti della disinformazione medica, soprattutto quando proviene da figure con grande visibilità e influenza sull’opinione pubblica. Anche in quel caso, come oggi sul tema del paracetamolo, la comunità scientifica ha dovuto intervenire per contrastare la diffusione di notizie infondate, proteggendo la salute pubblica e la fiducia nella medicina basata su prove.
Il rischio della disinformazione
Questo episodio riporta l’attenzione sul ruolo della comunicazione pubblica, soprattutto quando a intervenire sono figure di rilievo. In ambito medico-scientifico, affermazioni non supportate da evidenze possono generare confusione, allarmismo e comportamenti pericolosi, come l’automedicazione o la sospensione non giustificata di terapie.
Conclusioni
In attesa di ulteriori conferme dalla ricerca, il consiglio degli esperti è non allarmarsi e continuare a seguire le raccomandazioni dei professionisti sanitari. Il paracetamolo rimane uno dei farmaci più sicuri per l’uso in gravidanza, a patto che venga usato correttamente e con giudizio. Le donne che hanno dubbi o necessità particolari devono rivolgersi al proprio medico per una valutazione personalizzata, evitando decisioni autonome basate su informazioni incomplete o sensazionalistiche.
