Save the Children: 41,8 % degli adolescenti in difficoltà chiede aiuto all’IA

L’allarme: i ragazzi sempre più orientati verso strumenti digitali piuttosto che percorsi tradizionali di supporto psicologico

In breve:
Una recente indagine evidenzia che il 41,8 % degli adolescenti che vivono una situazione di difficoltà ha dichiarato di aver chiesto aiuto a un sistema di intelligenza artificiale (IA). Questo dato — reso noto da Save the Children — pone interrogativi importanti riguardo al ruolo dell’IA nel supporto psicologico giovanile e alle modalità di intervento adeguate per i più giovani.


Le principali evidenze

  • L’indagine segnala che quasi la metà degli adolescenti in difficoltà si rivolge all’IA piuttosto che, o oltre, ai canali tradizionali di sostegno.

  • Una ricerca parallela condotta su giovani under 35 aveva già mostrato che circa un giovane su quattro utilizza strumenti di IA per parlare di problemi personali.

  • Parallelamente, altri studi sull’uso dell’IA tra i più giovani sottolineano anche timori rilevanti: ad esempio, il 40 % dei ragazzi italiani teme la diffusione di contenuti falsi generati da IA.


Perché questo dato è significativo

  • Fragilità giovanile in aumento: un contesto già caratterizzato da un incremento dei disturbi d’ansia, depressione e isolamento tra adolescenti.

  • Nuovi comportamenti di auto-aiuto digitale: i ragazzi non attendono sempre l’intervento di professionisti ma si rivolgono direttamente a strumenti automatizzati.

  • Domande aperte: qual è la qualità del “supporto” fornito da un’IA? Quanto è consapevole il giovane dell’utilizzo? Quali sono i limiti e i rischi?

  • Implicazioni per la prevenzione: se una quota significativa di giovani chiede aiuto all’IA, è necessario pensare a interventi che integrino i canali tradizionali con quelli digitali, garantendo sicurezza, qualità e accesso.


Quali scenari e criticità emergono

1. Qualità e affidabilità del supporto

  • Se da un lato l’IA può essere immediata e accessibile, dall’altro non sempre garantisce la stessa accuratezza o empatia di un professionista.

  • Studi accademici suggeriscono che, in contesti sensibili (come pensieri suicidi o crisi emotive gravi), i giovani preferiscono risposte umane piuttosto che automatizzate.

2. Accesso e disparità

  • L’uso dell’IA potrebbe essere una risposta al ritardo nell’accesso a servizi di salute mentale o di supporto psicologico professionale, ma rischia di diventare un surrogato, non una soluzione.

  • È necessario considerare le disparità territoriali, socio-economiche e generazionali nell’accesso tanto alle tecnologie quanto ai servizi in presenza.

3. Rischi legati all’uso dell’IA

  • Possibili errori, contenuti inadatti, rischio di dipendenza o di isolamento aumentato.

  • Necessità di tutelare i minori: chi controlla, modera, regola l’IA? Quali sono le garanzie di privacy, sicurezza ed efficacia?

4. Ruolo degli educatori, delle famiglie e delle scuole

  • Serve promuovere una educazione digitale consapevole: i ragazzi devono sapere quando e come usare l’IA, quando cercare un aiuto umano e quali segnali di allarme riconoscere.

  • Le istituzioni scolastiche e le famiglie hanno un ruolo centrale nel riconoscere le difficoltà e nell’indirizzare verso percorsi di sostegno adeguati.


Alcune raccomandazioni per interventi futuri

  • Rafforzare i servizi di supporto psicologico nelle scuole e nei territori, garantendo tempi più rapidi di accesso.

  • Integrare le soluzioni digitali con quelle umane: l’IA può essere un punto di ingresso, non l’unica risposta.

  • Garantire trasparenza e qualità nei sistemi di IA: chi li sviluppa, che dati usano, quali limiti hanno.

  • Promuovere campagne informative e percorsi formativi per genitori e insegnanti sull’uso sicuro e consapevole dell’IA tra i giovani.

  • Monitorare e valutare costantemente gli effetti di questo nuovo modello di “auto-aiuto digitale” sulla salute mentale adolescenziale.


Conclusione

La rilevazione che oltre il 41 % degli adolescenti in difficoltà si affida a un’IA per cercare aiuto rappresenta un segnale forte della mutazione dei canali di supporto nella generazione Z. È un campanello d’allarme per il sistema della salute mentale, che richiede una riflessione immediata e interventi mirati. Il digitale non può sostituire la relazione umana nei momenti di fragilità, ma può e deve integrarsi con essa in modo etico e responsabile.