Il farmaco per l’asma che potrebbe cambiare la lotta ai tumori aggressivi: la scoperta pubblicata su Nature Cancer

Uno studio della Northwestern University rivela che il montelukast, comune antiasmatico già approvato dalla FDA, è in grado di rallentare la crescita di cinque tipologie di cancro difficili da trattare e di riattivare la risposta immunitaria anche laddove l’immunoterapia aveva smesso di funzionare

Un farmaco usato ogni giorno da milioni di persone per combattere l’asma e le allergie potrebbe rivelarsi un’arma inaspettata contro i tumori più aggressivi. È la scoperta contenuta in uno studio pubblicato sulla prestigiosa rivista scientifica Nature Cancer, condotto da un team internazionale guidato dalla Northwestern University di Chicago: il montelukast, noto anche con il nome commerciale Singulair, ha dimostrato in esperimenti su modelli animali e cellule umane in coltura di essere efficace nel rallentare la crescita di cinque forme tumorali difficili da trattare, ripristinando al contempo la capacità del sistema immunitario di combattere il cancro. Una scoperta che, grazie al fatto che il farmaco è già approvato dalle autorità regolatorie, potrebbe accelerare significativamente il passaggio alla sperimentazione clinica.

Il montelukast: un farmaco noto da decenni

Il montelukast è un antagonista dei recettori dei leucotrieni cisteininici (CysLTR), una classe di farmaci utilizzata da oltre vent’anni nel trattamento dell’asma bronchiale e della rinite allergica. Agisce bloccando i recettori a cui si legano i leucotrieni, molecole prodotte dal sistema immunitario in risposta ad allergeni e agenti irritanti, che causano infiammazione, contrazione della muscolatura bronchiale e produzione di muco nelle vie respiratorie. La molecola è disponibile in farmacia sotto vari nomi commerciali e viene somministrata per via orale, in compresse o granuli, anche ai bambini. La sua sicurezza e tollerabilità sono ben documentate, sebbene negli ultimi anni siano stati segnalati effetti avversi neuropsichiatrici — in particolare nei bambini — tra cui disturbi del sonno, ansia e alterazioni del comportamento.

La scoperta dei suoi potenziali effetti antitumorali non è del tutto nuova: studi precedenti avevano già osservato che tra i pazienti asmatici in trattamento con questo farmaco si registrava una minore incidenza di alcune forme di cancro. Un’osservazione epidemiologica che aveva incuriosito la comunità scientifica, ma che fino ad ora non aveva trovato una spiegazione molecolare convincente né conferme sperimentali così dettagliate come quelle appena pubblicate su Nature Cancer.

La scoperta: il recettore CysLTR1 come “interruttore” della crescita tumorale

Al centro della nuova ricerca c’è il recettore CysLTR1 (cysteinyl leukotriene receptor 1), noto principalmente per il suo ruolo nell’asma e nei processi infiammatori. Il team guidato dal professor Bin Zhang, docente di immunologia oncologica alla Feinberg School of Medicine della Northwestern University di Chicago e responsabile della Divisione di Ematologia e Oncologia del Robert H. Lurie Comprehensive Cancer Center, ha scoperto che molte forme di cancro sfruttano questo stesso recettore per resistere alle terapie.

In particolare, i ricercatori hanno dimostrato che i tumori “ingannano” il sistema immunitario dell’organismo, inducendolo a favorire la propria crescita anziché contrastarla. Lo fanno attraverso un meccanismo preciso: stimolano la produzione sostenuta di neutrofili, un tipo di globuli bianchi che, in questo contesto patologico, invece di difendere l’organismo, sopprimono l’attività dei linfociti T — le cellule immunitarie deputate a riconoscere e distruggere le cellule tumorali — e favoriscono la crescita della massa tumorale. Accanto ai neutrofili, anche le cosiddette cellule MDSC (Myeloid-Derived Suppressor Cells) svolgono un ruolo immunosoppressivo che contribuisce alla resistenza ai trattamenti.

Questo intero processo risulta controllato proprio dal recettore CysLTR1, che il professor Zhang ha definito un vero e proprio “interruttore di accensione/spegnimento” della risposta tumorale. E poiché il montelukast blocca esattamente questo recettore per combattere l’asma, gli scienziati hanno verificato se lo stesso meccanismo potesse essere sfruttato in oncologia.

I risultati: cinque forme di cancro rallentate, immunoterapia ripristinata

Gli esperimenti condotti dal team della Northwestern University, in collaborazione con ricercatori del Centro di Bioterapie del Primo Ospedale Affiliato dell’Università di Zhengzhou (Cina), hanno riguardato modelli murini e cellule tumorali umane in coltura. I ricercatori hanno adottato due approcci paralleli: la rimozione genetica del recettore CysLTR1 tramite ingegneria genetica e il suo blocco farmacologico attraverso il montelukast. Entrambi i metodi hanno prodotto risultati analoghi e significativi.

Le tipologie tumorali analizzate sono tra le più aggressive e difficili da trattare:

  • Cancro al seno triplo negativo — la forma più aggressiva di tumore mammario, priva dei tre recettori ormonali che guidano le terapie mirate standard
  • Cancro alle ovaie — spesso diagnosticato in stadio avanzato, con limitate opzioni terapeutiche
  • Cancro al colon-retto — tra le neoplasie più diffuse a livello mondiale
  • Cancro alla prostata — la neoplasia maschile più comune, con forme resistenti alle terapie ormonali
  • Melanoma — il tumore della pelle più pericoloso, con un’elevata tendenza a formare metastasi

In tutti i modelli murini testati, il blocco di CysLTR1 ha prodotto tre effetti fondamentali: ha rallentato la crescita tumorale, ha migliorato la sopravvivenza degli animali e — aspetto forse più rilevante dal punto di vista clinico — ha ripristinato la risposta all’immunoterapia anti-PD1 anche nei tumori che avevano già sviluppato resistenza a questo trattamento. Venivano inoltre eliminati i neutrofili immunosoppressori, con un effetto “rieducativo” sulle cellule immunitarie presenti nell’organismo.

Analizzando le cellule immunitarie umane, i ricercatori hanno confermato gli stessi meccanismi: il blocco di CysLTR1 impediva la formazione di neutrofili immunosoppressori e aumentava la sensibilità dei tumori alla terapia anti-PD1.

Le parole dei ricercatori: “Abbiamo rieducato il sistema immunitario”

Il professor Zhang ha commentato così i risultati ottenuti: “Quando abbiamo disattivato questo interruttore, geneticamente o con farmaci già esistenti, non solo abbiamo rallentato la crescita del tumore, ma abbiamo anche aiutato il sistema immunitario a recuperare la sua capacità di combattere il cancro.”

Ancora più significativa è la riflessione sul meccanismo d’azione: “È importante sottolineare che, invece di limitarci a rimuovere questi globuli bianchi dannosi, siamo stati in grado di riprogrammarli trasformandoli in cellule che supportano la risposta immunitaria. Ciò significa che non stiamo semplicemente prendendo di mira il cancro, ma stiamo rieducando un tipo di cellule immunitarie, abbondanti nell’organismo, a combattere nuovamente il tumore.”

Il gruppo di ricerca ha anche sottolineato che livelli elevati di attività di CysLTR1 risultano correlati a una peggiore sopravvivenza e a una maggiore resistenza all’immunoterapia nei tumori umani, il che suggerisce come l’inibizione di questo recettore possa rappresentare un valido approccio adiuvante alla moderna oncologia immunologica.

Perché questa scoperta potrebbe accelerare la sperimentazione clinica

Uno degli aspetti più rilevanti della ricerca riguarda le implicazioni pratiche sul piano regolatorio e clinico. Il percorso che porta una nuova molecola dalla scoperta di laboratorio all’uso terapeutico sui pazienti è lungo e costoso: può richiedere anni di studi preclinici, poi trial clinici di fase 1, 2 e 3, ciascuno con criteri di sicurezza ed efficacia da dimostrare. Nel caso del montelukast, questo percorso è già stato percorso per l’indicazione asmatica: il farmaco è approvato dalla Food and Drug Administration (FDA) statunitense e dalle principali agenzie regolatorie mondiali, il suo profilo di sicurezza è ampiamente noto, e la sua formulazione è disponibile da decenni.

Questo significa che una sperimentazione clinica orientata all’uso oncologico potrebbe saltare intere fasi di sviluppo, partendo direttamente da trial di efficacia su pazienti umani, riducendo notevolmente i tempi e i costi. Il professor Zhang ha dichiarato che i prossimi passi includeranno la conferma del meccanismo di azione su campioni biologici umani, l’identificazione dei sottogruppi di pazienti che potrebbero beneficiare maggiormente della terapia, l’ottimizzazione del dosaggio in combinazione con l’immunoterapia e, infine, la progettazione di trial clinici mirati.

Particolarmente urgente appare la situazione per il cancro al seno triplo negativo, come ha sottolineato lo stesso Zhang: “Potremmo essere in grado di testarlo rapidamente e in modo sicuro nei pazienti oncologici per migliorare l’immunoterapia. Soprattutto nei tumori aggressivi, come il cancro al seno triplo negativo, dove nuove opzioni sono urgentemente necessarie.”

Il “riposizionamento” dei farmaci: una strategia in crescita nella ricerca oncologica

La scoperta sul montelukast si inserisce in un filone di ricerca sempre più promettente noto come drug repurposing o riposizionamento farmacologico: la strategia di identificare nuovi usi terapeutici per farmaci già approvati, sfruttando il vasto patrimonio di dati di sicurezza già disponibili. In ambito oncologico, questo approccio ha già portato a risultati significativi: farmaci originariamente sviluppati per il diabete, le malattie cardiovascolari o le patologie autoimmuni sono stati rivalutati come potenziali antitumorali, in alcuni casi con risultati sorprendenti.

Nel caso del montelukast, il percorso è stato innescato da un’osservazione epidemiologica: la correlazione inversa già nota tra l’assunzione cronica di questo farmaco e la minore incidenza di alcune forme di cancro. Studi precedenti condotti in Taiwan avevano evidenziato riduzioni significative del rischio di tumore al polmone, al colon-retto, al fegato e alla mammella nei pazienti asmatici in terapia a lungo termine con antagonisti dei leucotrieni. Altrettanto rilevante, sul fronte italiano, era stato lo studio coordinato dall’Istituto di genetica e biofisica del CNR di Napoli, che aveva scoperto la capacità della budesonide — un altro farmaco antiasmatico di classe diversa — di rallentare la crescita delle cellule dell’adenocarcinoma duttale pancreatico, la forma più frequente e letale di tumore al pancreas.

Il quadro che emerge suggerisce un legame biologico profondo tra i meccanismi dell’infiammazione cronica respiratoria e quelli della progressione tumorale, un collegamento che la ricerca sta oggi esplorando con strumenti sempre più precisi.

Il contesto: la resistenza all’immunoterapia, una sfida aperta

Per comprendere appieno la portata della scoperta, occorre inquadrare il problema della resistenza all’immunoterapia. Negli ultimi dieci anni, i farmaci inibitori dei checkpoint immunitari — in particolare quelli che bloccano la proteina PD-1 o il suo ligando PD-L1 — hanno rivoluzionato il trattamento di molte forme di cancro, dal melanoma al tumore al polmone fino alle neoplasie ematologiche. Tuttavia, una percentuale significativa di pazienti non risponde a questi trattamenti, e molti altri, pur rispondendo inizialmente, sviluppano resistenza nel corso della terapia.

Comprendere i meccanismi molecolari alla base di questa resistenza è oggi una delle priorità assolute della ricerca oncologica. Lo studio sul montelukast offre una nuova risposta: il recettore CysLTR1 rappresenta un meccanismo attraverso cui i tumori “disarmano” il sistema immunitario, e il suo blocco potrebbe riattivare l’efficacia delle immunoterapie anche in pazienti che ne avevano perso il beneficio.

Va sottolineato, con la necessaria cautela scientifica, che i risultati attuali provengono esclusivamente da esperimenti preclinici — modelli animali e cellule in coltura — e non da studi clinici su pazienti umani. Il percorso verso l’applicazione terapeutica richiede ancora la verifica dell’efficacia e della sicurezza in contesti clinici controllati, anche se la natura del farmaco coinvolto — già approvato e ampiamente utilizzato — rappresenta un vantaggio non trascurabile.

Le statistiche sui tumori: perché la ricerca è urgente

Il contesto epidemiologico rende ancor più rilevante ogni progresso nella ricerca oncologica. Secondo i dati disponibili, all’inizio del 2026 risultavano attivi nel mondo oltre 20.000 studi clinici oncologici, con quasi 9.000 farmaci in fase di sviluppo — quasi il 40% dell’intera pipeline farmaceutica globale. In Italia, i tumori rappresentano circa il 34,7% degli studi clinici autorizzati, a conferma dell’intensità dell’impegno scientifico nel settore.

Le forme tumorali coinvolte nello studio sul montelukast figurano tra quelle con maggiore impatto sulla salute pubblica. Il cancro al seno è il più diagnosticato nelle donne in Italia e nel mondo; il melanoma è in costante aumento; il cancro al colon-retto è tra le neoplasie più frequenti in entrambi i sessi. In questo quadro, la prospettiva di poter riutilizzare un farmaco già sicuro e accessibile per potenziare le terapie esistenti rappresenta non solo un’opportunità scientifica, ma anche un potenziale beneficio concreto in termini di accessibilità alle cure.

Conclusione: un passo avanti, ma ancora lungo il cammino

La ricerca pubblicata su Nature Cancer dal gruppo del professor Bin Zhang segna un passo significativo nella comprensione dei meccanismi di resistenza tumorale e nell’esplorazione di nuove strategie terapeutiche. L’identificazione del recettore CysLTR1 come bersaglio oncologico e la dimostrazione che il montelukast — un farmaco già in uso da decenni — è in grado di bloccarlo con effetti antitumorali promettenti, apre scenari di ricerca che potrebbero tradursi in benefici clinici reali in tempi relativamente brevi.

Resta tuttavia fondamentale mantenere la prospettiva corretta: si tratta di risultati preclinici, ottenuti in laboratorio su modelli animali e cellule umane in coltura. Prima di poter parlare di un nuovo trattamento per i pazienti, sarà necessario percorrere il cammino della sperimentazione clinica, con tutte le verifiche di sicurezza ed efficacia che essa comporta. Ma la base scientifica è solida, il farmaco è già disponibile e approvato, e la comunità scientifica guarda con interesse ai prossimi sviluppi.