Strage di Modena, Salvini chiede la revoca della cittadinanza a El Koudri: ma la legge lo esclude esplicitamente

Il vicepresidente del Consiglio rilancia la proposta della Lega dopo la tragedia del 17 maggio, ma si scontra con un quadro normativo che lui stesso ha contribuito a scrivere. Figuraccia politica, giuridica e istituzionale.

Dopo essere stato smentito sul permesso di soggiorno — inesistente nel caso di Salim El Koudri, cittadino italiano a tutti gli effetti — Matteo Salvini ha alzato ulteriormente il tiro rilanciando la proposta di revocare la cittadinanza all’autore della tentata strage di Modena. Il risultato? Una doppia figuraccia: lo smentisce la legge italiana vigente, lo smentisce il suo stesso alleato di governo Antonio Tajani con un lapidario “ma è cittadino italiano…”, lo smentiscono persino le verifiche giuridiche interne al governo. Un caso da manuale di propaganda che supera i confini della realtà normativa.

La strage di Modena e la reazione politica immediata

Sabato 17 maggio 2026, Salim El Koudri, 31enne nato nella Bergamasca da padre marocchino, ha lanciato la sua auto contro la folla nel centro di Modena, ferendo otto persone. Tra le vittime più gravi, una turista tedesca di 69 anni ha perso entrambe le gambe. El Koudri è stato fermato anche grazie all’intervento di alcuni passanti che gli hanno bloccato la fuga e che il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha definito “eroi civili”. L’uomo, comparso davanti ai pm, si è avvalso della facoltà di non rispondere. Risponde delle accuse di strage e lesioni aggravate.

Ancora nelle ore immediatamente successive all’accaduto, il vicepremier e ministro delle Infrastrutture Matteo Salvini si è lanciato in una serie di dichiarazioni sui social e nelle interviste, inquadrando l’episodio come la dimostrazione di una “integrazione fallita” e rilanciando con forza la proposta leghista di rendere possibile la revoca della cittadinanza per chi commette gravi reati. “La cittadinanza deve avere lo stesso principio della patente a punti”, ha dichiarato il leader della Lega, parlando di un progetto di legge “al lavoro da un anno e mezzo”.

Fin qui, la narrazione politica. Poi è arrivata la realtà.

Il problema: la legge esclude esplicitamente il caso El Koudri

La disciplina sulla cittadinanza italiana fa capo principalmente alla legge n. 91 del 5 febbraio 1992, successivamente aggiornata — con una certa ironia storica — proprio dal Decreto Sicurezza voluto dallo stesso Salvini nel 2018 (D.L. 113/2018, convertito nella legge 132/2018), che ha introdotto l’articolo 10-bis.

Cosa dice quella norma? Lo spiega chiaramente il testo di legge: la revoca della cittadinanza può avvenire esclusivamente in presenza di due condizioni cumulative:

  • Condanna definitiva (passaggio in giudicato) per reati di terrorismo o eversione, adottata con decreto del Presidente della Repubblica su proposta del Ministro dell’Interno, entro dieci anni dal passaggio in giudicato della sentenza;
  • La cittadinanza deve essere stata acquisita ai sensi degli articoli 4 comma 2 (straniero nato in Italia che dichiari di volerla al compimento della maggiore età), 5 (per matrimonio) o 9 (per naturalizzazione) della medesima legge.

In entrambi i casi, il profilo di Salim El Koudri è incompatibile con la norma. Il 31enne non è diventato italiano per matrimonio né per naturalizzazione diretta: è diventato cittadino italiano per diritto nel 2009, in applicazione dell’articolo 14 della legge 91/1992, quando il padre marocchino è stato naturalizzato. Si tratta di un meccanismo di acquisto automatico della cittadinanza del tutto diverso da quelli che la legge individua come revocabili.

A questo si aggiunge il divieto di apolidia: le convenzioni internazionali sottoscritte dall’Italia vietano la creazione di nuovi apolidi. La revoca della cittadinanza è possibile solo se l’interessato “possieda o possa acquisire un’altra cittadinanza”. Anche questa condizione rende il quadro normativo particolarmente stringente.

Non si tratta di un’interpretazione di parte: è quanto emerge, come riportato dalle verifiche giuridiche condotte all’interno dello stesso governo nelle ore successive alle dichiarazioni di Salvini.

Salvini si smentisce da solo

La vicenda ha un ulteriore elemento paradossale: nel corso di un’intervista a RTL 102.5 del 19 maggio, lo stesso Salvini ha ammesso apertamente che “la legge c’è già solo per gravi atti terroristici”, salvo poi continuare a invocare una modifica normativa come se la proposta avesse carattere di urgenza e novità. Un’autocorrezione silenziosa che non ha impedito al vicepremier di proseguire sulla stessa traiettoria propagandistica.

Ma la smentita più netta è arrivata da Antonio Tajani, vicepresidente del Consiglio e segretario di Forza Italia, con una risposta essenziale e inequivocabile: “Ma è cittadino italiano…”. Poche parole che hanno messo in evidenza tutta la distanza tra la retorica leghista e i fatti giuridici. Anche il ministro della PA Roberto Zangrillo (Forza Italia) ha invitato a non “scegliere sull’onda dell’emotività”. Il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, dal canto suo, ha inquadrato El Koudri non come un terrorista radicalizzato, ma come un “caso di disagio psichiatrico”.

Il risultato è una maggioranza di governo apertamente spaccata, praticamente già in campagna elettorale, su un tema che Salvini ha sollevato senza nemmeno verificare la fattibilità giuridica della proposta.

La proposta di legge della Lega: cosa prevede e perché non basta

La Lega ha una proposta di legge depositata in prima commissione alla Camera che punta ad ampliare le ipotesi di revoca della cittadinanza anche per gravi reati comuni, al di là del terrorismo. Salvini ne parla come di un progetto “da un anno e mezzo”, presentandolo come risposta strutturale a fenomeni come le baby gang, i reati commessi da seconde generazioni e casi come quello di Modena.

Il problema è duplice. Sul piano tecnico-giuridico, estendere la revoca a reati comuni rischierebbe di introdurre una cittadinanza “di serie B” per gli italiani di seconda generazione, aprendo seri profili di incostituzionalità: la Costituzione italiana non prevede distinzioni tra cittadini in base alle modalità di acquisto della cittadinanza, e la proposta potrebbe collidere con trattati internazionali e con la stessa Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea. Sul piano politico, la proposta è già stata frenata dagli alleati di governo stessi, il che rende ancora più incomprensibile l’insistenza di Salvini.

Va poi ricordato che, anche qualora la legge venisse approvata, essa non potrebbe applicarsi retroattivamente a El Koudri né accelerare in alcun modo i tempi processuali: una condanna definitiva per reati gravi richiede anni di procedimenti giudiziari. La propaganda, insomma, non ha alcun effetto pratico sulla situazione concreta.

Il contesto: sondaggi in calo e la pressione di Vannacci

Le dichiarazioni di Salvini non possono essere lette al di fuori del contesto politico interno alla Lega. Secondo il sondaggio Ipsos pubblicato sul Corriere della Sera il 1° maggio 2026, la Lega è scesa al 5,8%, il dato più basso della sua storia recente. Nel frattempo, Futuro Nazionale di Roberto Vannacci — scissione avvenuta nel febbraio 2026 — si attesta al 4,1%, con flussi elettorali che confermano un trasferimento strutturale di voti dalla Lega verso il nuovo soggetto politico.

La pressione elettorale è concreta e crescente. L’elettorato sovranista e identitario che un tempo era il nucleo duro della Lega sta guardando altrove, attraente da una narrazione più radicale. La risposta di Salvini a questa erosione sembra essere una radicalizzazione retorica sul tema immigrazione, anche quando questa retorica si scontra frontalmente con la realtà normativa.

Il problema, però, è che questa strategia ha un costo di credibilità molto elevato. Ogni volta che il leader della Lega fa un’affermazione smentita in poche ore dai fatti, dai colleghi di governo o dal testo di leggi che lui stesso ha approvato, il danno non è solo di immagine: è un danno alla fiducia istituzionale nei confronti di chi ricopre il ruolo di vicepresidente del Consiglio e ministro.

Propaganda senza bussola istituzionale

La vicenda di Modena merita, e ha bisogno, di risposte serie. La tentata strage ha lasciato ferite fisiche gravissime — una donna ha perso entrambe le gambe — e ha riaperto domande legittime sull’integrazione, sulla salute mentale, sulla prevenzione. Sono questioni che richiedono analisi approfondita, risorse, politiche pubbliche efficaci.

Quello che non serve — e che anzi danneggia il dibattito pubblico — è un vicepresidente del Consiglio che in poche ore prima invoca la revoca di un permesso di soggiorno inesistente, poi chiede la revoca di una cittadinanza che la legge vieta esplicitamente di revocare in quel caso, poi ammette in radio che “la legge c’è già solo per i terroristi”, e poi continua come se nulla fosse.

L’Italia ha bisogno di classi dirigenti all’altezza delle sfide che affronta. Non di chi sfrutta una tragedia come trampolino comunicativo, confonde permessi di soggiorno e cittadinanza, non conosce le leggi che ha contribuito a scrivere, e trasforma ogni emergenza in materiale da campagna elettorale permanente. Questo non è governare: è sopravvivere politicamente a qualunque costo.

E il costo, questa volta, lo paga la credibilità delle istituzioni.