Dalla flat tax alla Quota 41, dalla remigrazione al nucleare: cosa contiene davvero il progetto 2027-2037, quali misure sono concretamente definite e dove mancano coperture, numeri e strumenti per trasformare gli slogan in politiche di governo.
Il programma di Futuro Nazionale contiene molte più proposte concrete di quanto possa suggerire una lettura limitata agli slogan che hanno accompagnato la sua presentazione. Ma presenta anche un problema rilevante: quasi mai indica quanto costeranno le misure, quante persone coinvolgeranno, in quale anno entreranno a regime e attraverso quali risorse verranno finanziate. Su fisco, pensioni, famiglia, carceri, investimenti, energia e remigrazione il documento individua obiettivi anche molto ambiziosi, ma spesso rinvia la questione delle coperture a formule generiche come taglio della spesa improduttiva, recupero dell’evasione, risparmi prodotti dalla remigrazione o maggiore flessibilità europea. È proprio in questa distanza tra obiettivo politico e meccanismo finanziario che diventa possibile distinguere un programma di governo da una piattaforma prevalentemente identitaria.
Prima precisazione: quello pubblicato non è ancora un programma di governo completo
Per valutare correttamente il documento bisogna partire da ciò che Futuro Nazionale stesso scrive. Il testo viene definito Base Ideologica e Programmatica, con un orizzonte che va dal 2027 al 2037. Il partito spiega che la piena realizzazione degli obiettivi dovrebbe occupare due legislature e precisa che il documento dovrà essere ulteriormente sviluppato e aggiornato.
Questa precisazione attenua una parte delle critiche: sarebbe scorretto pretendere da una piattaforma dichiaratamente programmatica lo stesso livello di dettaglio di una legge di bilancio. Allo stesso tempo, però, il testo non contiene soltanto principi generali. Promette riduzioni delle imposte, un nuovo sistema pensionistico, incentivi familiari, nuovi istituti penitenziari, assunzioni pubbliche, interventi su tre milioni di abitazioni, investimenti industriali e infrastrutturali e un Fondo Sovrano. Quando le proposte producono effetti per miliardi di euro, la mancanza di un ordine di grandezza dei costi diventa un elemento politicamente sostanziale.
In questo approfondimento definiamo quindi propagandistica non un’idea semplicemente controversa o ideologica, ma una proposta che presenta almeno uno di questi problemi: promette un beneficio senza quantificarne il costo; indica come copertura una risorsa non stimata; presenta come immediatamente realizzabile una scelta che richiede modifiche delle regole europee o accordi internazionali; oppure trasforma un dato reale in una conclusione molto più ampia di quella che i numeri consentono di sostenere.
Il grande assente: una vera tabella delle coperture
Il limite principale del programma economico è facilmente individuabile. Non esiste un quadro finanziario complessivo. Non viene indicato il costo annuale delle misure, non viene stabilita una priorità temporale tra gli interventi e non viene costruito uno scenario di finanza pubblica dal quale risulti come possano convivere riduzione delle tasse, maggiore spesa pensionistica, incentivi, investimenti e potenziamento dei servizi pubblici.
Il programma cita come fonti di finanziamento semplificazione, ampliamento della base imponibile, recupero dell’evasione organizzata, revisione della spesa improduttiva e maggiore flessibilità nei vincoli europei. Sono strumenti che possono certamente produrre risorse. Il problema è che una copertura di bilancio diventa tale soltanto quando vengono individuati una norma, una base imponibile, un capitolo di spesa da ridurre e una stima prudenziale delle entrate o dei risparmi.
La situazione di partenza rende la questione ancora più importante. Le previsioni disponibili indicano per l’Italia un rapporto tra debito pubblico e Pil ancora molto elevato e destinato, nello scenario a legislazione invariata, a crescere ulteriormente nel breve periodo.
| Indicatore | 2025 | 2026 | 2027 |
|---|---|---|---|
| Crescita reale del Pil | 0,5% | 0,5% | 0,6% |
| Deficit pubblico/Pil | 3,1% | 2,9% | 2,9% |
| Debito pubblico/Pil | 137,1% | 138,5% | 139,2% |
In un contesto del genere è possibile ridurre le tasse o aumentare determinate spese, ma bisogna decidere chi paga la differenza. Le alternative, semplificando, sono crescita aggiuntiva, nuove entrate, tagli ad altre spese oppure maggiore deficit. Il programma di Futuro Nazionale non quantifica quale combinazione intenda utilizzare.
Un dato aiuta a comprendere l’ordine di grandezza. La stabilizzazione della riduzione del cuneo fiscale realizzata con la legge di bilancio 2025, insieme agli interventi sull’Irpef collegati, ha comportato per la finanza pubblica oneri nell’ordine dei 18 miliardi di euro. Questo non significa che la proposta di Futuro Nazionale costerebbe 18 miliardi: significa che promettere una nuova riduzione strutturale del cuneo senza indicarne aliquote, beneficiari e copertura lascia aperta una questione potenzialmente da molti miliardi.
Il semaforo delle principali promesse
| Proposta | Quanto è definita | Problema principale | Valutazione |
|---|---|---|---|
| Riduzione del cuneo fiscale | Obiettivo chiaro, nessuna aliquota | Mancano costo e copertura | Concreta nell’obiettivo, incompleta nei conti |
| Flat tax a una o due aliquote | Molto bassa | Non vengono indicate aliquote, soglie e detrazioni | Promessa non valutabile |
| Quoziente familiare | Principio definito | Nessuna simulazione per reddito e numero di figli | Proposta reale ma non finanziata |
| Quota 41 | Obiettivo abbastanza preciso | Nessuna relazione attuariale | Misura costosa senza costo indicato |
| Fondo Sovrano | Funzioni descritte | Capitale iniziale e modello finanziario assenti | Contenitore da riempire |
| Moneta fiscale | Ipotesi sperimentale | Impatto futuro sulle entrate da definire | Idea tecnica, non una copertura gratuita |
| Piano di remigrazione | Molto dettagliato nelle intenzioni | Costi, risparmi e vincoli internazionali non quantificati | Operativo in parte, finanziariamente indimostrato |
| 10.000 nuovi posti carcerari | Target e scadenza indicati | Nessun costo per edilizia e personale | Concreta ma priva di copertura |
| Efficienza per 3 milioni di case | Target numerico | Non è indicata l’entità del sostegno pubblico | Misurabile, ma finanziariamente vuota |
| Nucleare | Strategia di lungo periodo | Mancano siti, capacità, finanziamento e costo | Strategia concreta, non soluzione immediata alle bollette |
| Riapertura al gas russo | Obiettivo politico esplicito | Contrasta con il quadro normativo UE già approvato | Non realizzabile unilateralmente dall’Italia |
Tasse: molte riduzioni, quasi nessun numero
La parte fiscale contiene alcuni principi riconoscibili: semplificazione tributaria, riduzione delle micro-imposte, stabilità delle norme, minore cuneo fiscale, quoziente familiare, progressiva riduzione dell’Irpef, aumento delle deduzioni, riduzione dell’Iva sui beni essenziali e possibile ampliamento del regime forfettario.
Il problema è che il contribuente non può ancora sapere quanto pagherebbe con questo sistema. La futura tassa piatta viene descritta addirittura come sistema a una o due aliquote, ma le aliquote non vengono indicate. Non conosciamo le soglie, la no tax area, il trattamento delle detrazioni, l’effetto sui redditi medio-bassi o il gettito perso.
Lo stesso vale per il quoziente familiare. È una proposta tecnicamente realizzabile e già conosciuta in altri ordinamenti, ma può essere costruita in molti modi differenti e avere effetti redistributivi molto diversi. Senza coefficienti, limiti di reddito e simulazioni non è possibile sapere quali famiglie guadagnerebbero maggiormente né quanto costerebbe allo Stato.
La formula più debole è quella della spesa improduttiva. Quasi ogni programma politico promette di finanziare nuove misure eliminando sprechi. Il punto decisivo, però, sarebbe indicare quali spese vengono considerate improduttive e per quale importo. Senza questo passaggio, la spending review è una dichiarazione di principio e non una copertura.
Anche il recupero dell’evasione può fornire risorse, ma anticipare in bilancio entrate future e non ancora generate è sempre delicato. Un conto è rafforzare controlli e riscossione; un altro è considerare preventivamente quei risultati sufficienti a pagare riduzioni strutturali di imposte.
Quota 41: promessa chiara, conto assente
Sulle pensioni il documento propone di arrivare al pensionamento dopo 41 anni di contribuzione effettiva, attraverso un percorso definito graduale e compatibile con gli equilibri previdenziali. Sono inoltre previsti correttivi per lavori usuranti, carriere discontinue e donne con figli.
Qui il programma è più prudente dello slogan classico sulla Quota 41, perché riconosce esplicitamente l’esigenza della sostenibilità. Ma non presenta alcuna nuova simulazione attuariale. E non si tratta di un dettaglio.
Una precedente valutazione dell’INPS, realizzata nel 2021 su una formulazione generalizzata della pensione anticipata con 41 anni di contributi e quindi non sovrapponibile automaticamente alla proposta odierna, stimava costi nell’ordine di 4,3 miliardi nel primo anno, oltre 8 miliardi nel 2027 e oltre 9 miliardi negli anni successivi. Da allora regole, popolazione pensionabile e scenario economico sono cambiati, per cui quei numeri non rappresentano il costo del progetto di Futuro Nazionale. Dimostrano però una cosa: Quota 41 è una misura da miliardi, non una semplice modifica regolamentare.
Per renderla credibile servirebbero almeno una platea stimata, la decorrenza, l’eventuale finestra mobile, il metodo di calcolo dell’assegno e una relazione su spesa pensionistica e contributi nel decennio 2027-2037. Tutti elementi oggi mancanti.
Fondo Sovrano: il risparmio degli italiani non è denaro pubblico gratuito
Una delle idee più interessanti è il Fondo Sovrano per la Crescita Nazionale, destinato a infrastrutture, energia, ricerca, tecnologie avanzate, capitale di rischio e patrimonializzazione delle imprese. Il programma immagina di mobilitare risorse pubbliche selettive, investitori istituzionali e risparmio nazionale.
L’impostazione ha una logica di politica industriale, ma manca l’informazione decisiva: quanto capitale avrebbe il Fondo. Dieci miliardi, cinquanta miliardi e cento miliardi descriverebbero tre politiche completamente diverse. Non viene inoltre specificato quanto dovrebbe arrivare direttamente dallo Stato, quanta parte sarebbe raccolta sul mercato e quali garanzie pubbliche sarebbero eventualmente offerte.
La definizione di risparmio nazionale rischia inoltre di produrre un equivoco. I risparmi delle famiglie appartengono ai risparmiatori, non allo Stato. Possono essere attratti verso investimenti produttivi offrendo strumenti finanziari con un determinato rendimento e un determinato rischio, ma non costituiscono automaticamente una fonte di finanziamento pubblico.
Il Fondo è quindi una proposta concreta nella funzione, ma ancora un contenitore senza dimensione finanziaria.
Moneta fiscale: non è denaro che compare dal nulla
Futuro Nazionale usa un linguaggio sorprendentemente prudente sulla cosiddetta moneta fiscale. Il progetto parla di crediti fiscali e diritti di compensazione a circolazione volontaria, sottolineando che non dovrebbe trattarsi di una valuta alternativa all’euro e prevedendo sperimentazioni circoscritte e monitorate.
È una delle parti in cui il documento evita maggiormente gli slogan. Tuttavia, l’idea non può essere interpretata come un modo per spendere senza costo. Se lo Stato emette un titolo che in futuro potrà essere utilizzato per pagare imposte, quel titolo può fornire liquidità oggi, ma potenzialmente riduce entrate fiscali future. L’impatto effettivo sui conti pubblici dipenderebbe dalla struttura dello strumento e dal relativo trattamento contabile.
L’esperienza italiana dei crediti fiscali edilizi ha già mostrato quanto possa essere pericoloso immaginare che un credito verso il fisco sia estraneo ai problemi della finanza pubblica. La moneta fiscale merita quindi un’analisi tecnica, ma non può essere inserita tra le coperture finché non vengono precisati volume, scadenze, utilizzo e trattamento contabile.
Denatalità: la diagnosi parte da un dato corretto, la terapia è ancora uno slogan
Il programma insiste molto sulla crisi demografica e parte da un dato reale: nel 2025 il numero medio di figli per donna è sceso a 1,14, mentre le nascite sono state circa 355 mila. Futuro Nazionale propone un vero quoziente familiare, agevolazioni fiscali e quello che definisce uno shock generativo, oltre alle controverse quote riservate ai genitori di famiglie numerose nei concorsi pubblici.
La diagnosi sulla denatalità è fondata. Più discutibile è presentare 2,1 figli per donna come una sorta di soglia automatica tra sopravvivenza ed estinzione. Il valore di circa 2,1 rappresenta il livello di sostituzione delle generazioni in popolazioni con bassa mortalità, ma l’evoluzione effettiva dipende anche dalla struttura per età, dalla mortalità e dalle migrazioni.
C’è soprattutto un problema che gli incentivi economici non possono risolvere in pochi anni: le generazioni che oggi potrebbero avere figli sono numericamente più piccole di quelle del passato. Anche un aumento rapido della fecondità produrrebbe effetti sulla popolazione in età lavorativa soltanto a distanza di decenni. Per questo una politica della natalità può essere strategica, ma non costituisce una copertura immediata per pensioni e welfare.
Il programma non quantifica quanto investirebbe annualmente nello shock demografico. È quindi impossibile valutare se si stia parlando di qualche centinaio di milioni, di diversi miliardi o di una vera ristrutturazione del sistema fiscale.
Remigrazione: è il capitolo più dettagliato, ma i risparmi restano ipotetici
Il Piano di Remigrazione è probabilmente il capitolo più operativo dell’intero documento. Vengono elencate 22 misure: rafforzamento dei rimpatri, ampliamento dei centri di permanenza, accordi con Paesi terzi, incentivi al ritorno volontario, riduzione dei decreti flussi, revisione della cittadinanza, maggiori requisiti di assimilazione, rimpatrio dei detenuti stranieri e limitazione dei ricongiungimenti familiari.
Quindi non sarebbe corretto liquidare l’intero capitolo come un semplice slogan. Il problema emerge quando la remigrazione viene trasformata anche in una fonte di finanziamento per altre politiche. Il programma ipotizza di utilizzare parte dei risparmi derivanti dalla minore spesa per immigrazione, servizi, criminalità e carceri per finanziare la riduzione del cuneo fiscale e quindi l’aumento dei salari netti.
Qui la catena finanziaria è troppo fragile. Perché quel meccanismo funzioni bisognerebbe sapere quante persone verrebbero effettivamente rimpatriate ogni anno, quanto costerebbero rimpatri e incentivi, quale quota di spesa pubblica verrebbe realmente eliminata e quante entrate fiscali e contributive verrebbero contemporaneamente perse.
I costi pubblici, inoltre, non diminuiscono sempre in modo proporzionale al numero delle persone. Se una scuola, un ospedale o un carcere hanno costi fissi, la partenza di una determinata quantità di utenti non produce automaticamente un risparmio equivalente al costo medio attribuito a ciascun individuo.
Il nodo dei lavoratori stranieri che il programma sottovaluta
C’è poi il mercato del lavoro. Nei dati amministrativi dell’INPS relativi al 2024 risultavano quasi 4 milioni di lavoratori stranieri attivi. Questo non significa che l’economia italiana non possa funzionare con meno immigrazione: significa però che una riduzione molto rapida della manodopera straniera avrebbe conseguenze che dovrebbero essere modellizzate settore per settore.
Il programma immagina che una minore disponibilità di lavoratori stranieri possa spingere le imprese ad aumentare gli stipendi dei lavori meno richiesti dagli italiani. Il meccanismo economico è possibile: se l’offerta di lavoro diminuisce, le retribuzioni possono salire. Ma non esiste una sola conseguenza possibile. Alcune imprese potrebbero aumentare i salari, altre aumentare i prezzi, automatizzare, ridurre la produzione, trasferire attività oppure non trovare personale.
Una politica così ampia avrebbe bisogno di un’analisi su agricoltura, edilizia, turismo, logistica, assistenza domestica e industria. Questa analisi nel programma non c’è.
Particolarmente debole è l’uso del dato secondo cui in Europa ci sarebbero circa 28 milioni di cittadini extracomunitari e soltanto 12 milioni con un lavoro. Il confronto mette infatti al denominatore l’intera popolazione, comprendendo anche bambini, studenti, anziani e persone che non appartengono alla popolazione in età lavorativa. È quindi metodologicamente improprio trasformare quel rapporto in una misura della mancata occupazione degli stranieri.
Le statistiche europee sulla fascia di età lavorativa mostrano un tasso di occupazione dei cittadini non UE nell’ordine del 65%. Rimane inferiore a quello di altri gruppi e segnala un problema reale di integrazione occupazionale, ma racconta una realtà molto diversa dall’idea secondo cui la maggioranza degli extracomunitari sarebbe semplicemente mantenuta dal welfare.
Ricongiungimenti familiari: non basta una legge italiana per abolirli
Tra le proposte più nette compare lo stop ai ricongiungimenti familiari per chi non possiede la cittadinanza italiana. Qui esiste un ostacolo giuridico che il programma non affronta adeguatamente.
Il ricongiungimento familiare dei cittadini di Paesi terzi regolarmente residenti è disciplinato anche da una direttiva europea, che riconosce il diritto in presenza di determinate condizioni e consente agli Stati di richiedere requisiti relativi a reddito, alloggio, copertura sanitaria e integrazione.
L’Italia può irrigidire alcuni criteri entro gli spazi consentiti, ma non può semplicemente cancellare unilateralmente l’intero istituto per tutti i non cittadini restando invariato il quadro europeo. Per realizzare integralmente la proposta servirebbe quindi una revisione a livello europeo oppure un confronto giuridico molto più complesso di quello descritto nel programma.
Lo stesso discorso vale per alcune espulsioni automatiche e per le limitazioni basate sui legami familiari: la possibilità politica di irrigidire la normativa esiste, ma resta soggetta a Costituzione, diritto europeo, convenzioni internazionali e controllo dei giudici.
Cittadinanza dopo vent’anni: qui la proposta è invece molto chiara
Sulla cittadinanza il progetto è molto più leggibile. Futuro Nazionale propone almeno 20 anni di residenza regolare e continuativa, conoscenza della lingua italiana a livello C1, prove scritte e orali, assenza di condanne e una dichiarazione di assimilazione alla civiltà greca, romana e cristiana.
Si può essere favorevoli o contrari, ma in questo caso non siamo davanti a una promessa vaga. È una scelta politica identificabile, con effetti prevalentemente legislativi e costi pubblici secondari rispetto alle grandi misure economiche. Il vero terreno di discussione è politico e giuridico: quale significato attribuire alla cittadinanza e fino a che punto possano essere trasformati in requisiti amministrativi concetti culturali e religiosi difficilmente misurabili in modo oggettivo.
La parte più propagandistica non è quindi il requisito dei vent’anni, che è perfettamente comprensibile, ma la pretesa di trasformare l’assimilazione a una determinata civiltà in un parametro amministrativo senza spiegare come dovrebbe essere verificato evitando valutazioni arbitrarie.
Carceri e sicurezza: obiettivi misurabili che richiedono molti soldi
Il capitolo sicurezza contiene numerose misure legislative, ma anche interventi costosi: assunzioni nelle Forze dell’Ordine e nella Polizia Penitenziaria, strumenti tecnologici, nuove strutture e soprattutto un piano per almeno 10 mila nuovi posti carcerari in 36 mesi.
Qui Futuro Nazionale ha almeno il merito di indicare un target quantitativo e una scadenza. La situazione del sistema penitenziario è effettivamente critica. A maggio 2026 risultavano circa 64.700 detenuti a fronte di poco più di 51.000 posti regolamentari. I detenuti stranieri erano poco più di 20.000, circa il 31% del totale.
Il programma utilizza numeri leggermente differenti sulla capienza e sostiene che i detenuti stranieri costino allo Stato una cifra nell’ordine del miliardo di euro annuo. Ma anche ammesso un costo medio di quell’ordine di grandezza, non ne consegue che il trasferimento dei detenuti stranieri produrrebbe un miliardo immediatamente disponibile. Una quota dei costi delle carceri è fissa; servono accordi con gli Stati di origine; non tutti i detenuti possono essere trasferiti alle stesse condizioni; e l’esecuzione delle pene all’estero richiede garanzie giuridiche.
Parallelamente, diecimila nuovi posti in tre anni richiederebbero terreni, progettazione, costruzione, sorveglianza, manutenzione e migliaia di addetti. Nel programma non compare una cifra per questa operazione. È uno degli esempi più chiari di proposta concreta sul piano materiale ma non ancora credibile sul piano finanziario.
Energia: il nucleare è trattato con più realismo di altri capitoli
La parte energetica contiene una contraddizione interessante. Da una parte il linguaggio politico contro Green Deal e Fit for 55 è molto netto; dall’altra, sul nucleare, il programma riconosce esplicitamente un limite che spesso viene omesso nel dibattito politico.
Futuro Nazionale sostiene il ritorno al nucleare di nuova generazione, compresi SMR e reattori avanzati, ma ammette che tra autorizzazioni, costruzione e messa in esercizio potrebbero servire non meno di vent’anni.
Questa ammissione rende la proposta più seria: significa riconoscere che una scelta sul nucleare presa nel 2027 non può essere presentata come una soluzione alle bollette del 2028 o del 2030. Può essere una strategia di lungo periodo, non una misura immediata.
Restano tuttavia assenti elementi fondamentali: potenza nucleare obiettivo, numero di impianti, localizzazione, ruolo del capitale pubblico e privato, ciclo del combustibile, gestione dei rifiuti e costo complessivo. Il programma definisce quindi una direzione energetica, non ancora un piano industriale nucleare.
Tre milioni di abitazioni: basta una moltiplicazione per capire cosa manca
Il programma propone interventi di efficienza energetica su almeno tre milioni di abitazioni, privilegiando gli immobili più energivori e le famiglie con minore capacità finanziaria. Anche qui il target è concreto.
Non viene però indicato il contributo pubblico medio. Il problema può essere mostrato con una semplice proporzione: ogni 1.000 euro di incentivo pubblico medio per tre milioni di abitazioni equivalgono a 3 miliardi di euro. Con un sostegno medio di 5.000 euro si arriverebbe a 15 miliardi; con 10.000 euro a 30 miliardi.
Queste cifre non sono una stima del costo della proposta, perché il programma potrebbe scegliere finanziamenti, detrazioni, prestiti, fondi europei o interventi completamente privati. Servono soltanto a mostrare perché la modalità di finanziamento non è un dettaglio. Senza indicarla, l’obiettivo dei tre milioni di immobili resta numericamente preciso ma economicamente indefinito.
Gas russo: una delle promesse che l’Italia non potrebbe applicare da sola
Futuro Nazionale propone di riaprire i canali commerciali energetici anche con la Russia, sostenendo che il gas russo potrebbe contribuire a ridurre i costi energetici.
Il punto non è stabilire se la scelta sia politicamente desiderabile. Il problema è che nel 2026 l’Unione europea ha ormai approvato un quadro giuridicamente vincolante per l’eliminazione progressiva delle importazioni di gas russo, con divieti che diventano completi tra il 2027 per il GNL e l’autunno 2027 per il gas via tubo, fatte salve le transizioni previste.
Un governo italiano potrebbe chiedere di modificare quelle norme, costruire alleanze e votare in sede europea secondo una linea differente. Ma non potrebbe semplicemente riaprire unilateralmente gli acquisti ignorando un regolamento europeo direttamente applicabile.
Qui la formulazione del programma tende quindi a confondere due piani: l’obiettivo politico di cambiare la linea dell’Unione e la concreta possibilità del governo nazionale di farlo autonomamente.
L’Unione europea diventa spesso la copertura politica delle coperture mancanti
Questa dinamica ritorna in tutta la piattaforma. Futuro Nazionale non propone come prima scelta l’uscita dall’Unione europea: vuole invece ridiscutere trattati e vincoli, costruire alleanze e utilizzare anche il veto per ottenere maggiore sovranità economica.
È una strategia politica legittimamente perseguibile. Ma non equivale ad avere già ottenuto maggiore spazio fiscale. Una futura deroga europea non può essere contabilizzata oggi come se fosse una copertura certa.
Dire che una riduzione delle tasse o un programma per la natalità potranno essere finanziati anche grazie a una futura revisione dei vincoli europei significa subordinare la promessa al successo di una trattativa con altri governi e istituzioni. Se quella trattativa fallisse, resterebbero soltanto tre possibilità: ridurre la misura, tagliare altre spese oppure finanziare il provvedimento attraverso maggiore deficit nei limiti consentiti.
Femminicidio e “patriarcato mediterraneo”: qui la componente ideologica prevale
Una delle parti che ha provocato maggiori polemiche riguarda il femminicidio. Futuro Nazionale propone di eliminare la specifica fattispecie introdotta nell’articolo 577-bis del codice penale e ricondurre l’uccisione di una donna al quadro generale dell’omicidio, pur sostenendo pene severe e altri strumenti di prevenzione.
Questa è una scelta legislativa precisa. Si può contestarla o sostenerla, ma non è economicamente vaga. Più problematica è la costruzione ideologica che la accompagna, compreso il riferimento positivo al cosiddetto “patriarcato mediterraneo” e l’idea che il venir meno del modello patriarcale coincida con una maggiore violenza contro le donne.
Nel programma non viene presentata una serie storica o un’analisi causale capace di dimostrare questo rapporto. Una coincidenza o un confronto selettivo non dimostrerebbero comunque che una trasformazione culturale sia la causa dell’andamento della violenza.
Anche il collegamento tra remigrazione e drastica soluzione degli omicidi di donne viene spinto oltre ciò che i dati consentono. Nel 2024 sono state uccise in Italia 116 donne. Le vittime erano in larga maggioranza italiane e, tra le donne italiane uccise nei casi con autore conosciuto, l’autore era quasi sempre italiano. Questo non cancella la sovrarappresentazione degli stranieri che può emergere in determinate categorie di reato, ma mostra perché la nazionalità da sola non può diventare la spiegazione generale della violenza sulle donne.
In questo capitolo la distinzione tra analisi e propaganda è quindi particolarmente netta: proposte come il potenziamento del monitoraggio elettronico, della formazione e degli strumenti del Codice Rosso sono politiche verificabili; affermazioni generali sul patriarcato come fattore protettivo sono invece tesi ideologiche non dimostrate dai numeri presentati.
I numeri sulla criminalità richiedono denominatori migliori
Il programma insiste sulla maggiore incidenza degli stranieri in diverse statistiche criminali. Il fenomeno non va negato: in alcune categorie gli stranieri risultano effettivamente sovrarappresentati rispetto alla loro quota nella popolazione residente, così come sono circa un terzo della popolazione carceraria.
Ma confrontare direttamente la percentuale degli stranieri residenti con quella degli autori di reato può essere metodologicamente insufficiente. Nelle statistiche di polizia possono comparire anche stranieri non residenti; le popolazioni straniere sono mediamente più giovani e più maschili, cioè concentrate proprio nelle fasce demografiche in cui il rischio di criminalità è più alto; inoltre bisogna distinguere denunce, arresti, imputati, condannati e detenuti.
Questi elementi non servono a negare un problema, ma a misurarlo correttamente. Una politica pubblica efficace dovrebbe chiedersi quali gruppi, quali reati, quali fasce d’età, quali condizioni socioeconomiche e quali territori producono la maggiore sovrarappresentazione. Il programma preferisce invece utilizzare frequentemente il dato aggregato come argomento a sostegno di una tesi identitaria già definita.
Le parti meno propagandistiche del programma
Sarebbe però sbagliato concludere che il documento sia composto soltanto da slogan. Alcuni passaggi hanno caratteristiche opposte.
- Sul nucleare viene ammesso un orizzonte di almeno vent’anni, evitando di promettere effetti immediati.
- Sulla moneta fiscale si parla esplicitamente di sperimentazione, volontarietà e monitoraggio invece di presentarla come valuta miracolosa.
- Sull’efficienza energetica viene individuato un target verificabile di tre milioni di abitazioni, anche se manca la copertura.
- Sulle carceri viene indicato l’obiettivo di diecimila nuovi posti in 36 mesi, che permetterebbe almeno di verificare a posteriori il risultato.
- Sulla cittadinanza vengono indicati chiaramente anni di residenza e livello linguistico richiesto.
- Sulla politica industriale vengono individuati settori strategici precisi, anche se rimane da definire la dimensione del Fondo Sovrano.
Questi esempi mostrano che la debolezza principale del programma non è sempre la vaghezza dell’obiettivo. Molto spesso l’obiettivo c’è, ma manca la seconda metà del lavoro: quanto costa e come si paga.
Dove invece il confine con la propaganda diventa evidente
Le parti più propagandistiche possono essere ricondotte a quattro categorie.
- Le coperture indefinite: risparmi dalla remigrazione, recupero dell’evasione e taglio della spesa improduttiva vengono citati senza valori sufficienti a finanziare le misure promesse.
- Le statistiche usate retoricamente: il confronto tra tutti gli extracomunitari presenti in Europa e quelli occupati mescola popolazione totale e popolazione in età lavorativa; altri dati sulla criminalità vengono presentati senza tutti i correttivi necessari.
- Le competenze nazionali sovrastimate: riapertura al gas russo e stop generalizzato ai ricongiungimenti richiederebbero modifiche del quadro europeo, non soltanto una decisione del governo italiano.
- Le relazioni causali non dimostrate: alcune affermazioni su immigrazione, violenza sulle donne, patriarcato o politiche europee passano direttamente da un dato o da una valutazione politica a una conclusione molto più ampia senza dimostrarne il nesso.
Il vero test per Futuro Nazionale arriverà con i numeri
La conclusione più significativa è che il programma di Futuro Nazionale è molto forte nel definire una direzione politica e molto più debole nel definire un bilancio. Questo vale soprattutto per economia, previdenza, famiglia, carceri ed energia.
Non è necessariamente un’anomalia in questa fase. Il partito stesso presenta il testo come una base programmatica decennale destinata a evolversi. Ma proprio per questo il giudizio definitivo dovrà dipendere dai documenti successivi.
Per trasformare l’attuale piattaforma in un vero programma di governo servirebbero almeno cinque elementi: una tabella delle misure con il costo annuale; l’indicazione delle coperture specifiche; una cronologia 2027-2037; una valutazione degli effetti su deficit e debito; un’analisi dei provvedimenti che richiedono modifiche europee o accordi internazionali.
Finché queste informazioni non verranno pubblicate, dire contemporaneamente meno tasse, pensionamento anticipato, più incentivi alle famiglie, più investimenti, più carceri, più personale pubblico e maggiore intervento industriale dello Stato resta economicamente incompleto. Tutte queste scelte possono teoricamente far parte dello stesso progetto, ma non possono essere considerate gratuite.
Ed è qui che si trova la maggiore distanza tra la retorica e la politica economica. La vera copertura non è dichiarare che si elimineranno sprechi, che Bruxelles concederà maggiore flessibilità o che la remigrazione farà risparmiare miliardi. La copertura è scrivere quanti euro entrano, quanti ne escono e quale voce di bilancio cambia. Nel programma di Futuro Nazionale, almeno per ora, questa pagina ancora non c’è.

