Pedaggi autostradali, il dietrofront lampo della Lega svela le sue crepe interne

Dall’emendamento che aumenta i pedaggi al ritiro in poche ore: il Carroccio inciampa sulla sua stessa linea anti-tasse e spiazza la maggioranza

Una proposta di rincaro dei pedaggi autostradali firmata anche dalla Lega, seguita, nel giro di poche ore, da un clamoroso passo indietro di Matteo Salvini. Il cortocircuito ha aperto un nuovo fronte di tensione nella coalizione di governo, mettendo a nudo contraddizioni e rivalità interne al partito del Carroccio.

Un emendamento nato (e abortito) in 24 ore

La scintilla scatta la mattina del 4 luglio 2025, quando in Commissione Ambiente alla Camera compare un emendamento al decreto Infrastrutture che introduce un sovracanone di un millesimo di euro al chilometro – l’equivalente di un euro ogni mille chilometri – su tutte le classi di veicoli che percorrono la rete Anas. La firma porta anche il nome della deputata leghista Elisa Montemagni, insieme ai colleghi di Fratelli d’Italia e Forza Italia. Secondo la relazione tecnica, l’aumento produrrebbe circa 37 milioni di euro l’anno, utili a coprire il fabbisogno di Anas.

Nel primo pomeriggio, la notizia rimbalza sui social e scatena la reazione delle opposizioni:

  • Elly Schlein definisce la norma «una tassa sulle vacanze degli italiani».

  • Riccardo Magi (+Europa) parla di «vigliaccata».

  • Il Movimento 5 Stelle deposita un sub-emendamento soppressivo.

Il contrordine di Salvini

Alle 18:46 arriva la retromarcia: una nota diffusa dal Ministero delle Infrastrutture annuncia che il vicepremier Salvini chiede il ritiro immediato dell’emendamento. È la stessa maggioranza, dunque, a frenare la misura che poche ore prima aveva promosso. Per non affondare l’intero decreto, la Lega si dichiara pronta a «ripensare la norma» e restituisce il testo ai relatori.

Perché il Carroccio si è contraddetto

Il caso evidenzia almeno tre nodi interni:

  1. Divergenza strategica – In Parlamento agisce un gruppo leghista concentrato sui conti di Anas; al governo un Salvini attento al consenso degli automobilisti.

  2. Gestione del dossier – L’emendamento filtra nella notte, senza un coordinamento politico solido, e arriva alle commissioni come blitz tecnico.

  3. Pressione elettorale – Con le amministrative alle porte, la Lega teme l’etichetta di «partito delle tasse» dopo anni di campagne contro il “caro-Autostrade”.

Il risultato è un cortocircuito che trasmette l’immagine di una forza politica incapace di parlare con una sola voce.

Gli imbarazzi nella maggioranza

Il dietrofront leghista genera malumori anche tra gli alleati:

  • Fratelli d’Italia – Fonti in Transatlantico parlano di «irritazione» per la figuraccia subita in commissione.

  • Forza Italia – I deputati azzurri lamentano la mancanza di una strategia comune sulle infrastrutture.

  • Palazzo Chigi teme di incassare l’ennesimo scontro pubblico su misura «salviniana», che oscura i dossier PNRR e Alta Velocità.

Una lunga scia di passi falsi

Il caso pedaggi non è isolato. Negli ultimi diciotto mesi la Lega ha:

  • annunciato un taglio dell’IVA sui carburanti mai entrato in vigore;

  • difeso gli autotrasportatori salvo poi registrare aumenti su A22 e Brebemi;

  • promesso una flat tax al 15 % per tutti i redditi, ancora in fase di stallo.

La narrativa anti-tasse entra così in collisione con misure che, di fatto, gravano sulle tasche di famiglie e imprese.

Il peso delle Regioni del Nord

Un ulteriore elemento di tensione arriva dai governatori leghisti in Lombardia, Veneto e Friuli-Venezia Giulia. Le giunte regionali, che da anni spingono per pedaggi più bassi e tariffe agevolate ai pendolari, si sono ritrovate spiazzate da un provvedimento che, se approvato, avrebbe colpito proprio l’elettorato di riferimento. Il malessere si è riflesso in telefonate concitate dirette a via Bellerio, sede nazionale del partito, e ha contribuito ad accelerare il dietrofront.

Impatto economico: chi avrebbe pagato davvero?

Gli uffici studi delle principali associazioni dei consumatori stimano che il sovracanone avrebbe inciso in media dai 6 agli 8 euro l’anno per un automobilista che percorre 7 000 km su strade Anas, ma la cifra sarebbe salita a oltre 60 euro per gli autotrasportatori di media percorrenza. Un aggravio che, con l’inflazione ancora sopra il 3 %, rischiava di innescare un nuovo rialzo dei prezzi al dettaglio.

Il precedente degli aumenti del 2019

Non è la prima volta che il Carroccio si trova a gestire le proprie contraddizioni sul tema. Nel 2019, all’indomani del decreto Dignità, il partito allora al governo con il Movimento 5 Stelle aveva negoziato una sospensione temporanea degli adeguamenti tariffari sulle autostrade in concessione. La misura fu celebrata da Salvini come «un regalo di Natale agli italiani», salvo poi essere revocata a metà anno per carenza di coperture. Il tira e molla di oggi rievoca quel precedente, minando la credibilità di una forza politica che fa della coerenza fiscale la propria bandiera.

Le ricadute sul governo

A Palazzo Chigi il caso viene letto come un segnale di instabilità comunicativa: il dietrofront fulmineo ingessa la tabella di marcia del decreto, costringe a ricalibrare le coperture finanziarie e offre all’opposizione una sponda polemica. Sullo sfondo resta il tema cruciale: come finanziare la rete Anas senza ricorrere a balzelli che colpiscono l’utenza.

Possibili scenari di compromesso
Scenario Vantaggi Rischi
Rimodulazione del canone a carico delle concessionarie Non grava sugli utenti; recupera risorse rapidamente Resistenze legali e rischio contenziosi
Sgravi compensativi sui pedaggi in fasce non di punta Incentiva la distribuzione del traffico Coperture necessarie per mancato gettito
Emissione di bond Anas con garanzia statale Attinge ai mercati; diluisce l’onere nel tempo Impatto sul debito pubblico e sul rating
Fondo dedicato nel PNRR Paga investimenti e manutenzione Tempi di Bruxelles e vincoli di spesa
Le reazioni dei consumatori

Le associazioni Codacons, Assoutenti e Unione Nazionale Consumatori bollano l’emendamento come «stangata estiva» e chiedono un tavolo urgente con il ministero per «blindare» i pedaggi fino al 2026. Nel frattempo, sui canali social del Carroccio crescono i malumori di militanti e simpatizzanti, che accusano la dirigenza di «ipocrisia» e minacciano l’astensione alle urne.

Il nodo temporale: cosa succede ora
  1. Entro la prossima settimana il decreto Infrastrutture approderà in Aula.

  2. Se l’emendamento sarà effettivamente ritirato, il rincaro non potrà scattare prima di settembre; in caso contrario, la data resta 1° agosto 2025.

  3. Il governo dovrà trovare coperture alternative per i 37–90 milioni destinati ad Anas.

La lettura degli analisti politici

Secondo diversi sondaggisti, l’indice di fiducia in Matteo Salvini è sceso di 2 punti nelle ultime 48 ore, un calo modesto ma indicativo di quanto l’elettorato leghista sia sensibile al tema tasse. Gli analisti concordano: se la Lega non ricomporrà rapidamente la frattura tra la linea governativa e quella parlamentare, l’effetto-boomerang potrebbe ampliarsi alle prossime regionali.

L’immagine di un partito in affanno

Fra tattica parlamentare e ricerca di consenso, la Lega si ritrova di nuovo nell’angolo, costretta a spiegare perché un provvedimento nato per «coprire i buchi di bilancio» si trasforma, nell’arco di poche ore, in un boomerang politico. Salvini, da sempre paladino del «meno tasse per tutti», è ora accusato di incoerenza anche dai sostenitori più fedeli. Per raddrizzare la rotta, il Carroccio dovrà riequilibrare il rapporto con il suo elettorato tradizionale e, soprattutto, con gli alleati di governo che pretendono maggiore affidabilità.

Conclusione

Il blitz sui pedaggi — e il successivo dietrofront — mostra come il Carroccio inciampi nelle proprie contraddizioni: proclami populisti contro i balzelli da un lato, esigenze di cassa e di governance dall’altro. L’episodio apre crepe sempre più visibili nella casa leghista e chiama la maggioranza a una prova di maturità, pena nuove frizioni a ogni tornata di voto parlamentare.