Il giorno dopo la sconfitta al referendum sulla giustizia, la premier impone una svolta al governo e si sbarazza dei ministri con problemi giudiziari. Ma la ministra del Turismo, coinvolta in tre fascicoli penali, non cede alla pressione di Palazzo Chigi.
Il 24 marzo 2026 passerà alla storia come una delle giornate più turbolente del governo Meloni. In poche ore si sono consumate dimissioni a catena, la premier ha riunito i vertici di Fratelli d’Italia e ha lanciato un segnale inequivocabile: chi ha guai con la giustizia deve fare un passo indietro. Il problema è che Daniela Santanchè, ministra del Turismo e senatrice di FdI, non sembra intenzionata ad ascoltarla.
Il terremoto post-referendum
Tutto nasce dalla sconfitta referendaria del 23 marzo. Il referendum costituzionale sulla riforma della giustizia, voluto dal governo e fortemente sostenuto dal ministro Carlo Nordio, è stato bocciato dagli italiani: ha vinto il No con oltre il 53% dei voti e un’affluenza definitiva al 58,93%. Una debacle politica che ha costretto Giorgia Meloni a prendere decisioni rapide e dolorose. Il pomeriggio del 24 marzo è iniziato con due addii ravvicinati. Prima il sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro, avvocato e amico personale della premier, ha consegnato le proprie dimissioni irrevocabili. Nel comunicato ha spiegato: di non aver fatto “niente di scorretto”, ma di aver “commesso una leggerezza” a cui ha rimediato. Delmastro era finito nella bufera per la vicenda delle sue quote in una società e in un ristorante di Roma in cui figurava anche Miriam Caroccia, figlia di Mauro, uomo vicino al clan criminale dei Senese. Poche ore dopo lo ha seguito Giusi Bartolozzi, capo di gabinetto dello stesso ministero della Giustizia, travolta dalle polemiche per alcune dichiarazioni sul referendum pronunciate in diretta televisiva su una tv siciliana: aveva invitato i cittadini a votare Sì per “toglierci di mezzo la magistratura”. Con queste due uscite, salgono a cinque le dimissioni di esponenti del governo Meloni dall’inizio della legislatura: prima erano usciti Vittorio Sgarbi (sottosegretario alla Cultura), Augusta Montaruli (sottosegretaria all’Università) e il ministro alla Cultura Gennaro Sangiuliano. A eccezione di Sgarbi, tutti militanti di Fratelli d’Italia.
La nota di Palazzo Chigi: il messaggio a Santanchè
Commentando le dimissioni di Delmastro e Bartolozzi, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha diffuso una nota ufficiale di Palazzo Chigi in cui esprimeva apprezzamento per la loro scelta e ringraziava entrambi per il lavoro “svolto con dedizione”. Poi, però, ha aggiunto una frase che suona come un ultimatum: “Auspica che, sulla medesima linea di sensibilità istituzionale, analoga scelta sia condivisa dal Ministro del Turismo Daniela Santanchè.” Il messaggio era trasparente. Il presidente del Consiglio non ha il potere formale di licenziare i ministri — questo spetta al Presidente della Repubblica su proposta del premier — ma il richiamo pubblico, fatto attraverso un comunicato istituzionale anziché in via riservata, equivaleva a una pressione politica di massima intensità. Secondo fonti di FdI, Meloni avrebbe già tentato in precedenza di convincere Santanchè a fare un passo indietro in modo diretto, ricevendo ogni volta risposta negativa. Questa volta ha scelto la via pubblica. La scelta di rendere nota la richiesta tramite comunicato — e non privatamente — non è priva di significato politico: una volta che la richiesta di dimissioni diventa pubblica, la resistenza della ministra diventa anch’essa pubblica, con tutte le conseguenze sulla credibilità del governo.
Santanchè resiste: “Confermati tutti gli appuntamenti”
La risposta di Daniela Santanchè è arrivata nei fatti, non nelle parole: nessun comunicato ufficiale, nessuna dichiarazione diretta. Fonti del ministero del Turismo hanno fatto sapere che la ministra ha continuato a lavorare regolarmente per tutta la giornata, pur non recandosi fisicamente al dicastero. E soprattutto: tutti gli impegni in agenda per i giorni successivi sono stati confermati. Il mercoledì mattina era attesa in ufficio alle 9.30 e aveva in programma riunioni per l’organizzazione del Forum del Turismo. Non è la prima volta che Santanchè affronta una richiesta di dimissioni. Da mesi, sia le opposizioni sia ambienti interni alla maggioranza chiedevano un suo passo indietro a causa dei crescenti problemi giudiziari. Lei ha sempre risposto con una linea difensiva precisa: parlare di “macchinazioni” nei suoi confronti e rivendicare il buon operato al ministero del Turismo. Una postura che non ha cambiato neanche questa volta. Nella vicenda è stato coinvolto anche il presidente del Senato Ignazio La Russa, grande sponsor politico di Santanchè, chiamato da Meloni a fare da mediatore per convincerla a cedere. Ma anche la moral suasion del presidente del Senato non ha sortito effetto, almeno nell’immediato.
I tre fascicoli giudiziari della ministra
Il peso delle pendenze legali di Daniela Santanchè è diventato insostenibile per il governo. La ministra del Turismo è al momento coinvolta in tre distinti filoni giudiziari, tutti gestiti dalla Procura di Milano.
1. Il processo per falso in bilancio su Visibilia
È il procedimento più avanzato. Santanchè è già a processo davanti alla seconda sezione penale del Tribunale di Milano per false comunicazioni sociali, ovvero falso in bilancio, relativamente al gruppo editoriale Visibilia, da lei fondato e poi ceduto. Accanto a lei ci sono altre 15 persone, tra cui il suo attuale compagno Dimitri Kunz, l’ex compagno Canio Giovanni Mazzaro, la sorella Fiorella Garnero e la nipote Silvia Garnero. L’accusa contesta bilanci sistematicamente alterati per sette anni, dal 2016 al 2022, con l’obiettivo di nascondere perdite milionarie e mantenere artificialmente in vita il gruppo, ingannando gli investitori. Una delle contestazioni centrali riguarda l’iscrizione nell’attivo patrimoniale di valori di avviamento non corrispondenti alla realtà già a partire dal 2016. Nel corso del dibattimento sono emerse testimonianze significative. Una ex dipendente del gruppo, Federica Bottiglione, ha dichiarato in aula che “le decisioni strategiche venivano prese da Santanchè, Mazzaro e Kunz”. L’ex direttore di una rivista del gruppo, Eugenio Moschini, ha riferito di decine di incontri con la ministra tra il 2019 e il 2020, alcuni dei quali da lui registrati all’insaputa della stessa, nel corso dei quali si discuteva di come “far quadrare i bilanci”. Un ex sindaco della società ha raccontato di aver subito pressioni ogni volta che esprimeva pareri contrari sui conti. La sentenza di primo grado è attesa non prima dell’estate 2026.
2. La presunta truffa aggravata ai danni dell’INPS
Il secondo fascicolo riguarda un’ipotesi di truffa aggravata ai danni dell’INPS. L’accusa sostiene che durante la pandemia da Covid-19, tra il 2020 e il 2021, sarebbero stati chiesti e ottenuti contributi di cassa integrazione a zero ore per 13 dipendenti del gruppo Visibilia, i quali in realtà continuavano a lavorare in smart working. Questo procedimento è attualmente bloccato in udienza preliminare: la difesa di Santanchè ha sollevato un conflitto di attribuzione davanti alla Corte Costituzionale, chiedendo che alcuni atti processuali — tra cui registrazioni ambientali e corrispondenza elettronica della senatrice — vengano sottoposti all’autorizzazione del Senato prima di poter essere utilizzati. La Consulta deve ancora pronunciarsi, rendendo molto improbabile una chiusura di questo procedimento entro il 2026. La prossima udienza era stata fissata all’ottobre 2026, ma anch’essa potrebbe rivelarsi interlocutoria.
3. Le indagini per bancarotta: Bioera, Ki Group e Ki Group Holding
Il terzo e più recente fronte riguarda ipotesi di bancarotta legate a più società del settore alimentare biologico di cui Santanchè è stata presidente o rappresentante legale. La società Bioera Spa, capogruppo fallita a fine 2024, è al centro dell’indagine più recente. Il liquidatore ha depositato una relazione che evidenzia un patrimonio netto negativo di circa 8 milioni di euro. La Procura di Milano ha iscritto Santanchè nel registro degli indagati per bancarotta. Analoghe problematiche giudiziarie riguardano Ki Group srl, di cui la ministra è stata presidente e legale rappresentante fino al 2021, e Ki Group Holding spa, fallita nel giugno 2025. I tre fascicoli potrebbero essere riuniti in un unico procedimento.
La pressione dell’opposizione e lo scenario della sfiducia individuale
Le opposizioni hanno colto la palla al balzo. Giuseppe Conte (M5S) ha chiesto se la pressione referendaria riuscirà finalmente a far dimettere anche la ministra. Il deputato Riccardo Magi di Più Europa ha allargato il discorso chiedendo le dimissioni anche del ministro Nordio, padre della riforma bocciata dagli italiani. Ma è soprattutto lo scenario della sfiducia individuale a rendere la situazione esplosiva. Secondo fonti bene informate, se Santanchè dovesse continuare a resistere, la maggioranza potrebbe far passare in Parlamento la mozione di sfiducia individuale già depositata dal Partito Democratico. Si tratterebbe di un caso senza precedenti recenti — l’ultimo esempio risale alla fine del 1995, quando il ministro della Giustizia del governo Dini, Filippo Mancuso, fu sfiduciato dal Parlamento con i voti della sua stessa maggioranza. Per questo motivo La Russa ha avvertito la ministra: se non si dimette spontaneamente, la maggioranza sarà costretta a votare la sfiducia per uscire dall’impasse. Un’opzione che Santanchè vuole evitare a ogni costo, ma che potrebbe diventare inevitabile se il braccio di ferro con Palazzo Chigi continuasse.
Il quadro politico: Meloni vuole pulire la squadra
Dietro la mossa di Meloni c’è una lettura politica precisa. La sconfitta referendaria ha esposto il governo a una fase di vulnerabilità, con le elezioni politiche del 2027 sempre più vicine. In questo contesto, la premier avrebbe deciso di utilizzare il momento per liberarsi dei punti deboli dell’esecutivo: tutti i membri del governo alle prese con grane giudiziarie sarebbero stati invitati a fare un passo indietro, sia per ridurre i facili bersagli delle opposizioni, sia per rinnovare l’immagine della coalizione. Secondo alcune fonti, Meloni starebbe valutando di assumere lei stessa l’interim del ministero del Turismo, oppure di affidarsi a un tecnico di spicco del settore, nell’eventualità di un’uscita di Santanchè. Va detto che la premier ha già escluso di chiedere un voto di fiducia al Parlamento dopo la disfatta referendaria, non ritenendola una crisi politica della maggioranza, e non ha in agenda incontri con il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Il caso rimane apertissimo. Le prossime ore — e probabilmente i prossimi giorni — diranno se Santanchè cederà alla pressione di Meloni, di La Russa e della maggioranza, oppure se spingerà lo scontro fino alle sue estreme conseguenze.

