Meloni alle Camere sull’Iran: l’Italia non è in guerra, ma la premier evita ancora di condannare Trump e Netanyahu

Dopo dieci giorni di pressioni delle opposizioni, la presidente del Consiglio parla in Senato e alla Camera. Definisce l’intervento militare americano e israeliano “fuori dal diritto internazionale”, ma non nomina mai né Trump né Netanyahu e rifiuta di condannare esplicitamente l’attacco. Il punto è: può permettersi di farlo?

Giorgia Meloni si è presentata alle Camere l’11 marzo 2026 per le comunicazioni sulla guerra in Iran e sul prossimo Consiglio europeo del 19-20 marzo. Dodici giorni dopo l’inizio del conflitto scatenato dagli Stati Uniti e da Israele contro la Repubblica Islamica, la premier ha scelto le parole con chirurgica cautela: l’intervento militare è “fuori dal perimetro del diritto internazionale”, l’Italia “non è in guerra e non vuole entrarci”, ma una condanna esplicita di Donald Trump e Benjamin Netanyahu non arriva. Non è arrivata il primo giorno, non è arrivata nemmeno oggi.


La linea “né complice né isolato”

La formula scelta da Meloni sintetizza bene la postura del governo in queste due settimane di crisi. Pochi giorni fa la premier aveva usato l’espressione “né concordo né condanno” l’iniziativa di Usa e Israele. Oggi la sintesi è evoluta: il governo italiano “non è complice” delle decisioni altrui, ma nemmeno “isolato in Europa”. È una posizione che gli analisti politici hanno già definito “pilatesca”, e che il senatore Francesco Boccia del Pd ha riassunto con l’immagine di Ponzio Pilato: qualcuno che osserva senza pronunciarsi.

Nel suo intervento al Senato, Meloni ha contestualizzato l’offensiva militare all’interno di una “crisi strutturale del sistema internazionale, nel quale le minacce diventano sempre più spaventose e si moltiplicano gli interventi unilaterali condotti fuori dal perimetro del diritto internazionale”. L’intervento americano e israeliano rientra in questo quadro, ha spiegato. Ma nomi e cognomi — Trump, Netanyahu — sono rimasti fuori dal discorso.

Questa scelta non è casuale. È il riflesso di un equilibrio politico che la premier non può permettersi di rompere: l’alleanza con Washington rimane il pilastro della politica estera italiana e dell’intera coalizione di governo. Condannare esplicitamente un’operazione militare decisa dall’amministrazione Trump significherebbe aprire una frattura con un alleato che Meloni ha coltivato con attenzione dall’inizio del suo mandato.


Il punto sul diritto internazionale: detto ma non detto

L’unica apertura critica verso l’azione militare è arrivata per via indiretta. Meloni ha collocato “l’intervento americano e israeliano contro il regime iraniano” nel novero degli “interventi unilaterali fuori dal perimetro del diritto internazionale”. Una formulazione che tecnicamente equivale a una critica, ma che è stata costruita in modo tale da non essere mai diretta, mai nominale, mai definitiva.

È significativo il confronto con quanto aveva detto il ministro della Difesa Guido Crosetto una settimana prima, il 5 marzo, durante le sue comunicazioni alla Camera. Incalzato dalle urla delle opposizioni, Crosetto aveva risposto con maggiore schiettezza: “Certo che è stata al di fuori delle regole del diritto internazionale”. Una frase netta, pronunciata nella concitazione del dibattito, che aveva sorpreso per la sua chiarezza — più di qualsiasi cosa detta poi dalla premier.

Meloni, invece, ha tenuto il punto della vaghezza calcolata. L’Italia non ha partecipato ai negoziati con l’Iran, ha spiegato, e quindi “non ha gli elementi per avvalorare con certezza, ma neanche per smentire, le valutazioni degli Stati Uniti sull’indisponibilità dell’Iran a chiudere un accordo definitivo” sul programma nucleare. Lo scenario europeo, secondo la premier, è quello di dover scegliere tra “cattive opzioni”.


Le opposizioni: dieci giorni di attesa per questo

Le opposizioni avevano da giorni chiesto a Meloni di presentarsi in Parlamento, accusandola di aver preferito i social network, le interviste radiofoniche e i “monologhi” televisivi al confronto con le aule parlamentari. Il capogruppo Pd Piero De Luca aveva definito l’assenza della premier “un atto di irresponsabilità”. Giuseppe Conte del Movimento 5 Stelle aveva accusato Meloni di essere “scappata” dal Parlamento. Elly Schlein aveva attaccato frontalmente: “Sánchez dice ‘no alla guerra’, Meloni non dice nulla”.

Oggi, dopo l’intervento della premier, il giudizio delle opposizioni non è migliorato. Per il Pd è mancato l’appello esplicito al rispetto del diritto internazionale richiamato dal presidente della Repubblica. Per M5s e Alleanza Verdi e Sinistra, non basta dire che l’Italia non è parte del conflitto: occorre una presa di distanza chiara dall’operazione militare. Le tre opposizioni non sono riuscite nemmeno a convergere su una risoluzione comune, presentando invece tre documenti separati, il che ha indebolito la loro capacità di fare pressione.


L’attacco al Pd: lo “strabismo” sull’Iran

Nella replica alla Camera, Meloni ha scelto di passare al contrattacco, trasformando la difensiva in offensiva politica. La mossa scelta è l’accusa di incoerenza rivolta al Partito Democratico: perché — ha argomentato la premier — il Pd chiederebbe oggi la condanna dell’intervento militare in Iran quando nel 2020, sotto il governo Conte II con ministri dem, nessuno condannò l’uccisione del generale iraniano Qasem Soleimani ordinata da Trump?

“Allora nessuno, né Conte e neanche i ministri del Pd, disse che quella scelta era contraria al diritto internazionale e nessuno la condannò come chiedete di fare a me oggi”, ha detto. E ha aggiunto: “Io non condivido questo strabismo”. Uno “strabismo” che secondo Meloni emerge anche nel confronto tra l’approvazione dem dei bombardamenti Usa sulla Serbia negli anni Novanta e l’attuale opposizione all’intervento in Iran.

È una mossa retorica efficace sul piano della comunicazione politica. Nella sostanza, però, non risponde alla domanda che le veniva posta: qual è la posizione dell’Italia oggi, nel 2026, di fronte a questo conflitto?


Le basi militari Usa: un tema aperto

Uno dei punti più delicati del dibattito riguarda le basi militari americane presenti sul territorio italiano. Le opposizioni hanno chiesto di escludere che quelle basi possano essere utilizzate per attacchi militari contro l’Iran. Il governo ha risposto con la linea della cautela: ad oggi non è arrivata alcuna richiesta formale dagli Stati Uniti, e in ogni caso qualsiasi decisione sarebbe rimessa al Parlamento.

Meloni ha difeso questa posizione comparandola con quella del governo spagnolo di Pedro Sánchez, spesso citato dalle opposizioni come esempio virtuoso di distanza da Washington. “Anche la Spagna si attiene agli accordi bilaterali con gli Usa”, ha detto la premier. La risoluzione di maggioranza approvata al Senato con 102 voti favorevoli, 66 contrari e 1 astenuto conferma questo orientamento, senza mai citare esplicitamente né gli Stati Uniti né Israele.


La strage delle bambine: l’unico applauso bipartisan

Il momento più carico emotivamente è stato quello dedicato alla strage avvenuta nell’asilo di Minab, nel sud dell’Iran, dove hanno perso la vita oltre un centinaio di persone, per lo più bambine. Meloni ha espresso “ferma condanna” per l’episodio e ha chiesto che “si accertino le responsabilità”. In questo passaggio, le opposizioni si sono unite all’applauso, producendo il solo momento di convergenza autentica dell’intera giornata parlamentare.


Il costo della guerra per gli italiani: carburanti e accise

La guerra ha conseguenze immediate anche sulle tasche degli italiani. Meloni ha annunciato la disponibilità a colpire con tasse aggiuntive le aziende che speculassero sui carburanti durante la crisi, e ha detto che il governo valuta di attivare il meccanismo delle accise mobili — che consente di ridurre le accise quando i prezzi salgono in modo strutturale — non appena i dati sull’aumento diventino stabili e prolungati nel tempo.


Un’omissione che pesa

Il nodo politico rimane irrisolto. Chi ricopre la carica di presidente del Consiglio ha tutti gli strumenti informativi e decisionali disponibili. Può sbagliare, può cambiare idea. L’unica cosa che non dovrebbe fare è presentarsi al Paese senza prendere posizione su una guerra che coinvolge un alleato strategico, che si svolge a poche centinaia di chilometri dalle nostre coste e che sta già facendo salire i prezzi dei carburanti.

Meloni ha detto che l’intervento è fuori dal diritto internazionale. Ha condannato la morte delle bambine. Si è dichiarata disponibile al dialogo con le opposizioni. Ma tra il dire che qualcosa è “fuori dal diritto internazionale” in termini generali e il pronunciare una condanna esplicita e nominale delle decisioni di un alleato strategico, c’è uno spazio politico enorme. Ed è esattamente in quello spazio — volutamente — che la premier ha scelto di stare.


Cosa succede adesso

Meloni ha detto di essere disponibile a un tavolo con le opposizioni a Palazzo Chigi per affrontare la crisi in modo informale. Ha ribadito la necessità di non autoescludersi dal processo di pace internazionale, pur non aderendo al “board of peace”. Sul Libano ha reiterato la richiesta a Israele di garantire l’incolumità dei oltre mille soldati italiani della missione Unifil, ammettendo che le regole di ingaggio andranno riviste se si vorrà prorogare il mandato. Resta aperto il tema dello Stretto di Hormuz e della libertà di navigazione.

La premier ha parlato. Ma la domanda su dove stia esattamente l’Italia — e soprattutto dove stia Giorgia Meloni — rimane senza una risposta definitiva.