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Politica

Lega Nord, gli ex dirigenti riaprono la partita sul congresso federale e sul simbolo storico

Un comitato promosso da ex parlamentari e dirigenti punta alla convocazione del congresso della vecchia Lega Nord, ancora formalmente esistente. La mossa arriva mentre cresce il confronto sulla linea di Matteo Salvini e sul futuro del partito nel Settentrione.

La tensione che attraversa da settimane il mondo leghista compie un nuovo salto di qualità. Un gruppo di ex parlamentari, dirigenti e segretari territoriali ha costituito il Comitato per la convocazione del congresso federale della Lega Nord, con l’obiettivo di riattivare gli organismi del soggetto politico storico nato dall’esperienza di Umberto Bossi. Non si tratta, almeno formalmente, di chiedere il congresso dell’attuale Lega guidata da Matteo Salvini, ma di intervenire sulla vecchia struttura del movimento, rimasta giuridicamente in vita e oggi affidata al commissario federale Igor Iezzi.

Il comitato punta alla vecchia Lega Nord

Il passaggio è politicamente rilevante proprio perché riguarda due soggetti distinti. Da una parte c’è la formazione nazionale costruita negli anni della leadership di Matteo Salvini; dall’altra continua a esistere la Lega Nord storica, con il proprio statuto, i propri organismi e una propria struttura formale. È su quest’ultima che intendono agire i promotori dell’iniziativa.

Tra i nomi indicati nella nascita del comitato figura Gianluca Pini, già parlamentare del Carroccio e oggi fuori dall’attuale Lega salviniana, ma ancora legato agli organismi della vecchia formazione. Il comitato sarebbe stato costituito a Forlì il 28 agosto e punterebbe a ottenere una convocazione del congresso federale, passaggio che consentirebbe di rimettere in discussione la guida del movimento storico.

Il punto centrale è che il congresso non avrebbe un valore soltanto simbolico. Lo statuto della Lega Nord attribuisce infatti all’assemblea federale competenze decisive sulla linea politica, sugli organismi dirigenti, sulle modifiche statutarie e sull’elezione del segretario federale. In altre parole, riaprire un congresso significherebbe riattivare un soggetto politico che negli ultimi anni è rimasto sostanzialmente ai margini dell’attività elettorale, ma che non è mai scomparso formalmente.

Perché esistono ancora due strutture leghiste

Per comprendere la portata della vicenda bisogna tornare alla trasformazione avvenuta durante l’ascesa di Salvini. La Lega per Salvini Premier, registrata nel dicembre 2017, ha progressivamente assunto il ruolo politico ed elettorale centrale, accompagnando la trasformazione del Carroccio da forza soprattutto settentrionale a partito nazionale. La vecchia Lega Nord, tuttavia, è rimasta in vita anche per ragioni organizzative, patrimoniali e giudiziarie.

Su di essa continua inoltre a pesare la lunga vicenda dei 49 milioni di euro relativi ai rimborsi elettorali contestati dalla magistratura. È uno degli elementi che negli anni ha contribuito a mantenere separata la struttura storica rispetto al nuovo partito salviniano. La questione nasce dalle vicende giudiziarie relative ai rimborsi elettorali ottenuti tra il 2008 e il 2010 e ha prodotto una complessa serie di sequestri, provvedimenti e accordi sulla restituzione delle somme.

La distinzione tra i due soggetti, quindi, non è soltanto una questione di nomi. È il presupposto dell’intera iniziativa degli ex dirigenti: per riaprire la partita politica sulla vecchia identità leghista non è necessario conquistare immediatamente l’attuale partito nazionale. I promotori intendono invece agire sulla struttura precedente, sostenendo che debba tornare a svolgere una funzione politica effettiva.

Il ruolo di Igor Iezzi e la richiesta di un congresso

Al centro del confronto c’è Igor Iezzi, deputato e dirigente vicino a Salvini, indicato negli organismi della Lega Nord come commissario federale. È proprio il commissariamento uno dei punti contestati dall’area che chiede di tornare al congresso.

Lo statuto prevede che il Congresso federale rappresenti gli associati, stabilisca la linea politica e possa intervenire sulle regole interne. Le norme disciplinano inoltre i meccanismi di convocazione dell’assemblea e l’elezione della segreteria. Per questo la battaglia annunciata dal comitato potrebbe trasformarsi, prima ancora che in uno scontro elettorale, in una complessa partita statutaria e organizzativa.

Non è ancora possibile stabilire se e in quali tempi la richiesta dei promotori riuscirà effettivamente a produrre un congresso. Il nodo riguarda infatti la legittimazione degli aderenti, gli organismi competenti a convocarlo, la situazione del tesseramento e l’interpretazione delle norme interne. La nascita del comitato, tuttavia, ha già un effetto politico: trasforma il malessere per la linea salviniana in un’iniziativa strutturata, potenzialmente capace di muoversi su un terreno diverso rispetto alle normali correnti interne.

I protagonisti della nuova fase

Protagonista Ruolo Posizione nella vicenda
Matteo Salvini Leader dell’attuale Lega Difende il modello nazionale del partito e ha escluso un proprio passo di lato.
Gianluca Pini Ex parlamentare leghista È indicato tra i promotori del comitato che chiede il congresso della vecchia Lega Nord.
Igor Iezzi Commissario federale della Lega Nord Detiene attualmente la guida della struttura storica su cui vogliono intervenire i promotori.
Attilio Fontana e Massimiliano Romeo Esponenti dell’area settentrionale dell’attuale Lega Chiedono un maggiore coinvolgimento dei territori e una revisione dell’assetto politico del partito.

La scomparsa di Bossi e il peso dell’eredità politica

La vicenda assume un significato ulteriore dopo la morte di Umberto Bossi, scomparso nel marzo 2026 a 84 anni. Il fondatore della Lega Nord era rimasto fino alla fine il punto di riferimento simbolico della stagione autonomista e federalista, pur avendo da tempo un ruolo politico molto più limitato. La sua scomparsa ha lasciato aperto anche il tema dell’eredità del movimento originario e del significato politico di quella tradizione.

Il ritorno della denominazione Lega Nord, quindi, non è casuale. Per gli ex dirigenti che si sono progressivamente allontanati dal progetto salviniano, quella sigla richiama un modello politico fondato sulla rappresentanza territoriale del Settentrione, sull’autonomia, sul federalismo fiscale e su una struttura fortemente radicata nelle sezioni locali.

La trasformazione operata da Salvini ha seguito una direzione differente. Soprattutto dopo il 2017, il partito ha cercato consensi in tutta Italia, abbandonando progressivamente il riferimento esclusivo al Nord e costruendo una linea politica nazionale collocata nell’area della destra sovranista. Quella strategia ha portato la Lega al 34% alle elezioni europee del 2019, ma negli anni successivi il consenso si è fortemente ridimensionato. È precisamente su questa parabola che si concentra oggi buona parte del confronto interno.

Il malessere nel Nord non nasce con il nuovo comitato

La nascita del comitato della vecchia Lega Nord arriva infatti dopo settimane di tensioni nell’attuale partito. In Lombardia, Attilio Fontana e Massimiliano Romeo hanno chiesto apertamente una revisione dell’assetto politico e organizzativo del Carroccio. Il governatore lombardo ha affermato che nessuna soluzione dovrebbe essere esclusa a priori, mentre Romeo ha insistito sulla necessità di costruire una squadra dirigente più ampia e di recuperare il rapporto con la base.

Tra le ipotesi circolate nelle scorse settimane c’è quella di coinvolgere maggiormente figure come Luca Zaia e gli amministratori delle regioni settentrionali. È stata discussa anche la possibilità di un’organizzazione più collegiale, fino all’idea di un assetto confederale ispirato, almeno sul piano organizzativo, alla distinzione territoriale che caratterizza in Germania il rapporto tra Cdu e Csu.

Si tratta però di un confronto diverso da quello promosso dagli ex dirigenti della Lega Nord. Fontana e Romeo continuano a muoversi all’interno dell’attuale partito e chiedono una modifica della linea e della governance. Il nuovo comitato, invece, apre una strada parallela: recuperare il soggetto politico precedente e verificare se possa tornare a esercitare direttamente un ruolo.

È quindi importante non sovrapporre automaticamente i due fronti. La presenza di un’area critica dentro la Lega non significa che tutti i suoi esponenti abbiano aderito al progetto di riattivazione della vecchia Lega Nord. Allo stesso modo, eventuali convergenze future dovranno essere verificate sulla base di adesioni e atti politici concreti.

Salvini respinge l’ipotesi di un passo indietro

Dal canto suo Matteo Salvini ha finora escluso di voler lasciare la guida del movimento. Dopo le richieste arrivate dal fronte settentrionale, il leader ha ribadito che la Lega deve continuare a essere un partito presente al Nord, al Centro e al Sud, difendendo quindi la trasformazione nazionale avviata negli ultimi anni.

La segreteria salviniana rivendica inoltre i risultati ottenuti al governo su infrastrutture, autonomia e investimenti nelle regioni settentrionali. Salvini ha ricordato in particolare la quantità di opere avviate nel Nord e ha sostenuto che l’esecutivo abbia mantenuto alta l’attenzione sulle battaglie tradizionalmente care al Carroccio. Il problema, per l’area critica, non sarebbe però soltanto la quantità di risorse destinate ai territori, ma la natura politica e identitaria del partito.

È qui che le due letture divergono maggiormente. La leadership considera la trasformazione nazionale un patrimonio da preservare; i critici ritengono invece che proprio l’allontanamento dall’impostazione territoriale abbia contribuito a indebolire la Lega nelle regioni dove era nata e dove dispone ancora della parte più strutturata della propria rete amministrativa.

La partita sul simbolo dell’Alberto da Giussano

Tra gli aspetti più delicati c’è anche il simbolo storico. La vecchia Lega Nord continua a essere collegata all’identità politica costruita attorno ad Alberto da Giussano, elemento grafico e simbolico utilizzato per decenni dal movimento. Secondo i promotori, la riattivazione degli organismi della formazione originaria potrebbe avere conseguenze anche sull’utilizzo futuro del contrassegno.

Si tratta però di un terreno sul quale sarà necessario distinguere tra obiettivi politici e risultati giuridicamente conseguibili. Statuti, concessioni d’uso, registrazione dei simboli e titolarità delle diverse denominazioni possono produrre contenziosi complessi. Per questo non è possibile affermare oggi che la semplice convocazione di un congresso determinerebbe automaticamente la perdita del simbolo da parte dell’attuale Lega.

Il dato politico resta comunque evidente: controllare la vecchia Lega Nord significherebbe poter rivendicare una continuità diretta con il partito delle origini. È una leva potenzialmente importante per chi vuole intercettare quella parte della base leghista che non si riconosce più nella trasformazione nazionale degli ultimi anni.

Il precedente del Patto per il Nord

Il nuovo comitato non nasce in un terreno vuoto. Negli ultimi anni diversi ex dirigenti hanno già dato vita a formazioni che rivendicano l’eredità autonomista e federalista. Tra queste c’è Patto per il Nord, guidato politicamente da Paolo Grimoldi e cresciuto attraverso l’adesione di ex amministratori e militanti provenienti dal Carroccio. Nel 2026 la formazione ha anche annunciato una propria candidatura alle future comunali di Milano.

Anche Roberto Castelli, storico ex ministro ed ex dirigente leghista, ha costruito un proprio progetto politico territoriale e nelle ultime settimane ha criticato apertamente la direzione assunta dal partito. Il quadro che emerge è quindi frammentato: esiste una domanda di ritorno alla rappresentanza politica del Nord, ma questa domanda è distribuita tra movimenti, associazioni, ex dirigenti e correnti ancora interne alla Lega.

La vera questione sarà capire se il comitato per il congresso riuscirà a diventare un punto di aggregazione oppure se finirà per aggiungere un ulteriore soggetto a un’area già molto articolata.

Pontida diventa un passaggio ancora più delicato

Tutto avviene mentre si avvicina il tradizionale raduno di Pontida del 20 settembre. L’appuntamento, già carico di significati per la storia del movimento, rischia di trasformarsi nel luogo dove misurare pubblicamente la profondità del malessere. Nelle settimane precedenti sono emersi segnali di insofferenza nella base e sul pratone era comparso anche uno striscione che chiedeva una Lega rinnovata, evocando in caso contrario una protesta.

Salvini punta invece a utilizzare Pontida come momento di mobilitazione e ricompattamento. La sfida sarà dimostrare che le tensioni non hanno compromesso la capacità organizzativa del movimento e che il partito conserva un legame forte con i propri militanti storici.

Per i critici, il raduno rappresenta invece il momento entro il quale ottenere segnali concreti sulla governance, sulla linea politica e sul ruolo degli amministratori del Nord. La costituzione del comitato della vecchia Lega aggiunge ora un’altra variabile, perché offre ai delusi un possibile percorso esterno all’attuale struttura salviniana.

Gli scenari possibili per la Lega

Il primo scenario è quello di una ricomposizione interna. Salvini potrebbe accettare un rafforzamento della squadra dirigente, coinvolgere maggiormente presidenti di Regione, sindaci e segretari territoriali e rilanciare in modo più netto autonomia e federalismo. Sarebbe la soluzione meno traumatica e consentirebbe di mantenere una struttura nazionale unitaria.

Il secondo scenario è una convivenza sempre più difficile, nella quale l’area critica rimane nel partito senza ottenere un vero cambio di linea. In questo caso Pontida e le successive scadenze elettorali potrebbero diventare occasioni di confronto permanente, con il rischio di nuove uscite e di una progressiva erosione dell’organizzazione nei territori.

Il terzo scenario è quello che rende politicamente più interessante l’iniziativa appena nata: la riattivazione effettiva della Lega Nord storica. Per arrivarci servirebbero tuttavia una procedura congressuale valida, una leadership riconosciuta, una base organizzativa, risorse e soprattutto la capacità di trasformare una rivendicazione identitaria in un’offerta elettorale competitiva.

Un quarto scenario riguarda invece una possibile riaggregazione dell’area nordista tra soggetti già esistenti, ex dirigenti e amministratori provenienti dal Carroccio. È per ora soltanto una possibilità politica: non risultano accordi capaci di unificare automaticamente le diverse esperienze e sarebbe prematuro trattarle come un fronte già costituito.

Una sfida che riguarda identità, organizzazione e consenso

La nascita del comitato per il congresso della Lega Nord è dunque molto più di un’operazione nostalgica. Mette insieme tre questioni che da tempo attraversano il Carroccio: la crisi del consenso rispetto ai massimi raggiunti nella fase salviniana, il rapporto con le regioni settentrionali e la definizione dell’identità futura del partito.

Resta da capire quanta forza organizzativa abbiano realmente i promotori. Secondo quanto riferito da chi sostiene l’iniziativa, sarebbero già numerosi i vecchi militanti interessati al progetto, ma l’effettiva consistenza delle adesioni dovrà essere misurata attraverso passaggi formali e verificabili.

La partita, inoltre, non coincide necessariamente con una semplice scelta tra Salvini e il ritorno al passato. La Lega dispone oggi di amministratori con esperienze, sensibilità e obiettivi differenti. Una parte chiede di recuperare le radici senza abbandonare il partito nazionale; altri hanno già scelto organizzazioni esterne; altri ancora vogliono provare a riportare in attività la formazione originaria.

Da qui a Pontida il confronto potrebbe quindi spostarsi dal piano delle dichiarazioni a quello delle scelte organizzative. Se il comitato riuscirà realmente a portare la vecchia Lega Nord verso un congresso, il sistema leghista si troverà davanti a una situazione inedita: non soltanto una corrente interna contraria alla leadership, ma un soggetto storico formalmente esistente che potrebbe tentare di tornare protagonista.

Il vero banco di prova sarà il consenso. Simboli, statuti e congressi possono determinare chi controlla un’organizzazione, ma saranno gli elettori a stabilire se nel Nord esiste ancora uno spazio politico abbastanza ampio per una forza esplicitamente autonomista e federalista. Ed è proprio questa domanda, più ancora della battaglia tra gruppi dirigenti, a rendere la nuova iniziativa uno dei passaggi più delicati nella lunga trasformazione della Lega.