Irene Pivetti, confermata la condanna a 4 anni per evasione fiscale e autoriciclaggio

La Corte d’Appello di Milano ha confermato la condanna inflitta all’ex presidente della Camera. L’ex politica si dichiara innocente: «La verità verrà fuori».

La Corte d’Appello di Milano ha confermato la condanna a quattro anni di reclusione per Irene Pivetti, accusata di evasione fiscale e autoriciclaggio in relazione a una serie di operazioni commerciali ritenute fittizie. La sentenza, emessa nella giornata di martedì 10 dicembre 2025, ribadisce la decisione già assunta in primo grado dal Tribunale di Milano nel settembre 2024. L’inchiesta, condotta dalla Guardia di Finanza e coordinata dalla Procura milanese, ha portato alla luce un sistema di movimentazioni di denaro e compravendite di beni di lusso, tra cui automobili sportive, che secondo l’accusa avrebbero avuto lo scopo di eludere il fisco italiano e ripulire somme di denaro di provenienza illecita.


Il caso: dalle auto di lusso ai movimenti societari

Al centro della vicenda giudiziaria vi è un insieme di operazioni economiche riconducibili alla società Only Italia, fondata e amministrata da Irene Pivetti dopo la fine della sua carriera politica. Le indagini hanno ricostruito un complesso meccanismo di transazioni commerciali simulate tra aziende italiane e straniere, utilizzate – secondo l’accusa – per generare flussi finanziari difficili da rintracciare e finalizzati a mascherare l’effettiva disponibilità economica dell’ex presidente della Camera.

In particolare, il procedimento si è concentrato su una serie di compravendite di tre Ferrari Granturismo, del valore complessivo di circa 10 milioni di euro, che sarebbero state cedute e riacquistate tramite società di comodo all’estero, con documentazione fittizia e passaggi di proprietà mai realmente avvenuti.

Secondo quanto ricostruito dai magistrati, tali operazioni avevano il duplice obiettivo di evitare il pagamento delle imposte e riciclare i proventi derivanti da attività economiche illecite. La difesa, tuttavia, ha sempre sostenuto la regolarità delle transazioni, definendole «operazioni di carattere commerciale legittimo» e contestando la ricostruzione accusatoria come «viziata da pregiudizi e da interpretazioni arbitrarie».


La conferma della Corte d’Appello

La sentenza della Corte d’Appello di Milano ha confermato in toto la decisione del primo grado, ritenendo pienamente fondate le accuse di evasione fiscale aggravata e autoriciclaggio. Oltre alla pena detentiva di quattro anni, i giudici hanno disposto anche la confisca di circa 3,4 milioni di euro, ritenuti profitto dei reati contestati.

L’accusa, rappresentata dalla Procura milanese, ha sostenuto che Pivetti avesse «costruito un articolato sistema societario volto a dissimulare la reale titolarità dei beni e a sottrarre risorse al fisco italiano». La Corte ha ritenuto attendibili le ricostruzioni documentali e le testimonianze acquisite durante il dibattimento, escludendo la possibilità che le operazioni avessero finalità imprenditoriali genuine.

Per i giudici, le movimentazioni economiche esaminate non avevano alcuna logica commerciale e risultavano «unicamente finalizzate alla creazione di un artificioso schermo patrimoniale». La sentenza, secondo fonti giudiziarie, si basa su una mole di prove documentali, tra cui bilanci, fatture, trasferimenti bancari e comunicazioni societarie intercorse tra Italia, Cina e altri Paesi europei.


Le parole di Irene Pivetti: «Sono innocente, la verità verrà fuori»

All’uscita dall’aula, Irene Pivetti ha ribadito con fermezza la propria innocenza. L’ex presidente della Camera ha dichiarato di accogliere la decisione «con serenità», sottolineando di voler continuare a difendersi «fino in fondo» per dimostrare la correttezza del proprio operato. «Non ho mai evaso un solo euro – ha detto –. Ho sempre agito alla luce del sole e nel rispetto della legge. Sono certa che la verità verrà fuori».

Il suo legale, l’avvocato Giuseppe Lucibello, ha annunciato l’intenzione di presentare ricorso in Corte di Cassazione, definendo la sentenza «ingiusta e priva di basi probatorie solide». Secondo la difesa, l’intera vicenda sarebbe il frutto di «una lettura distorta di operazioni economiche perfettamente legittime» e di «un accanimento mediatico e giudiziario» nei confronti della Pivetti.


Dalla politica all’imprenditoria: un percorso controverso

La parabola di Irene Pivetti, nata nel 1963 e divenuta nel 1994 la più giovane presidente della Camera nella storia della Repubblica, rappresenta uno dei percorsi più atipici della politica italiana recente. Dopo l’esperienza istituzionale nelle fila della Lega Nord, la sua carriera si è spostata progressivamente verso l’imprenditoria e la consulenza internazionale, con particolare attenzione ai rapporti commerciali con la Cina.

Negli anni, Pivetti ha costruito una rete di contatti e società attive nel campo della mediazione economica, ma anche nel settore automobilistico e della logistica. Proprio queste attività sono finite sotto la lente degli inquirenti, che hanno indagato le operazioni di Only Italia, ritenuta una piattaforma di intermediazione commerciale ma, secondo l’accusa, anche un veicolo per operazioni di riciclaggio e sottrazione fiscale.

La figura pubblica di Pivetti, in passato associata a un’immagine di rigore istituzionale e moralità politica, ha quindi assunto nel tempo una dimensione imprenditoriale sempre più controversa, segnata da inchieste, sequestri e procedimenti giudiziari.


Le reazioni del mondo politico e istituzionale

La conferma della condanna ha suscitato diverse reazioni nel mondo politico, pur senza dichiarazioni ufficiali di partiti o istituzioni. Alcuni esponenti dell’area centrista hanno espresso «rammarico personale» per l’esito della vicenda, ricordando il contributo di Pivetti alla vita parlamentare degli anni Novanta. Altri commentatori hanno invece sottolineato la necessità di «mantenere alta l’attenzione sui reati economici, che minano la fiducia dei cittadini nelle istituzioni».

Fonti giudiziarie evidenziano che il caso Pivetti rappresenta un segnale della linea di severità adottata dai tribunali italiani nei confronti dei reati finanziari di grande entità, specie quando coinvolgono personalità pubbliche o ex rappresentanti istituzionali.


Il ricorso in Cassazione e i possibili scenari

L’ultimo capitolo di questa vicenda si giocherà in Cassazione, dove i legali di Irene Pivetti intendono ricorrere per ottenere l’annullamento della sentenza. Se la condanna venisse confermata anche in terzo grado, l’ex presidente della Camera dovrebbe scontare la pena, con la possibilità di pene accessorie come l’interdizione dai pubblici uffici e la confisca definitiva dei beni.

Secondo gli esperti, i tempi tecnici per l’esame del ricorso potrebbero richiedere oltre un anno. Nel frattempo, Pivetti continuerà a occuparsi delle sue attività imprenditoriali, dichiarando di voler «ripristinare la propria reputazione attraverso la giustizia».


Un simbolo di una stagione politica e giudiziaria

Il caso Pivetti, oltre alla sua dimensione personale e giudiziaria, rappresenta anche un simbolo di una generazione di ex politici transitati nel mondo dell’impresa, talvolta trovandosi esposti a rischi legali e finanziari. In un contesto di crescente sensibilità dell’opinione pubblica verso la trasparenza economica, la condanna di una figura di tale notorietà evidenzia come la magistratura italiana intenda ribadire l’importanza del principio di responsabilità anche nei reati di natura finanziaria.

La vicenda si inserisce inoltre in un quadro più ampio di inchieste per frodi fiscali e riciclaggio che, negli ultimi anni, hanno coinvolto imprenditori, manager e professionisti in tutta Italia. In questo senso, il caso Pivetti è considerato emblematico di un sistema in cui l’uso distorto delle società di comodo e dei paradisi fiscali resta una delle sfide principali per la giustizia economica del Paese.


Conclusione

La conferma della condanna a quattro anni di reclusione per evasione fiscale e autoriciclaggio segna un nuovo capitolo nella complessa parabola giudiziaria di Irene Pivetti. Mentre la difesa prepara il ricorso in Cassazione, la ex presidente della Camera continua a proclamarsi innocente, convinta che «la verità verrà fuori». Intanto, la sentenza d’appello ribadisce il messaggio di fondo: anche per le figure pubbliche di rilievo, la legge è uguale per tutti.