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Governo Meloni da record, ma il bilancio dell’Italia divide tra occupazione, salari e costo della vita

L’esecutivo celebra 1.413 giorni a Palazzo Chigi e rivendica stabilità, lavoro e conti pubblici. Dietro i numeri positivi restano però il nodo del potere d’acquisto, l’esodo dei giovani, salari sotto la media europea e una nuova fiammata dei carburanti.

Il governo guidato da Giorgia Meloni ha raggiunto un primato che nella storia della Repubblica italiana non era mai stato registrato: 1.413 giorni consecutivi alla guida dello stesso esecutivo, superando il secondo governo Berlusconi. Un risultato politico oggettivamente significativo in un Paese abituato a maggioranze fragili e crisi frequenti. Ma la durata di un governo e la condizione economica dei cittadini sono due indicatori diversi. Se occupazione, disoccupazione, spread e deficit mostrano diversi segnali favorevoli, il bilancio cambia quando si osservano salari reali, prezzi dei beni essenziali, costo dei carburanti e mobilità dei giovani italiani verso l’estero.

Il record di durata e la rivendicazione della stabilità

Dal 22 ottobre 2022, giorno dell’insediamento, il governo Meloni è rimasto in carica senza una crisi formale, arrivando il 4 settembre 2026 a superare il precedente primato del Berlusconi II, durato 1.412 giorni. In un sistema politico che dalla nascita della Repubblica ha visto succedersi decine di governi, la continuità rappresenta un elemento tutt’altro che secondario.

La presidente del Consiglio ha presentato la stabilità non soltanto come un record numerico, ma come uno strumento per programmare le politiche pubbliche, mantenere gli impegni e rafforzare la posizione internazionale dell’Italia. Fratelli d’Italia ha accompagnato il traguardo con un bilancio dei quasi quattro anni di governo, mettendo in evidenza soprattutto occupazione, riduzione della disoccupazione, sostegno alle famiglie, sicurezza, conti pubblici e politica estera.

Tra i dati rivendicati figurano oltre un milione di occupati in più rispetto alla fase iniziale della legislatura, un numero crescente di lavoratori a tempo indeterminato e un tasso di occupazione arrivato attorno al 63%. La disoccupazione generale è scesa sotto il 6%, mentre quella giovanile si è portata su livelli decisamente inferiori rispetto a quelli registrati all’inizio della legislatura.

Sono numeri che non possono essere ignorati. Sarebbe quindi sbagliato sostenere che negli ultimi quattro anni nessun indicatore economico o occupazionale sia migliorato. Il mercato del lavoro ha mostrato una capacità di tenuta superiore alle aspettative e l’Italia ha attraversato una fase internazionale estremamente complessa senza entrare in una crisi occupazionale generalizzata.

Più occupati non significa automaticamente famiglie più ricche

Il primo elemento che rende il quadro più complesso riguarda però la distanza tra numero degli occupati e potere d’acquisto dei lavoratori. Avere più persone al lavoro rappresenta un progresso, ma non risponde alla domanda fondamentale che molte famiglie si pongono: con lo stipendio di oggi si riesce a comprare più o meno rispetto a cinque anni fa?

Su questo fronte il dato è molto meno favorevole. Nel primo trimestre del 2026 i salari reali italiani, cioè le retribuzioni corrette per tenere conto dell’aumento dei prezzi, risultavano ancora inferiori di circa il 6,1% rispetto al primo trimestre del 2021. Si tratta del divario più ampio registrato tra le principali economie dell’area OCSE.

Il confronto è importante perché permette di distinguere tra aumento nominale e aumento reale. Uno stipendio può crescere da 1.500 a 1.600 euro mensili, ma se nello stesso periodo beni, servizi, energia e alimentari aumentano ancora di più, il lavoratore dispone di meno capacità di acquisto. È proprio ciò che è accaduto durante una parte consistente della fiammata inflazionistica iniziata dopo la pandemia e aggravata dalle successive crisi energetiche e geopolitiche.

Nel 2026 le retribuzioni hanno mostrato segnali di recupero rispetto all’anno precedente, ma il terreno perso non è stato ancora riconquistato. Per questo il dato sull’occupazione e quello sui salari possono essere contemporaneamente veri: in Italia lavorano più persone, mentre molti lavoratori restano economicamente più deboli rispetto al 2021.

Gli stipendi italiani nel confronto europeo

Anche l’affermazione secondo cui l’Italia avrebbe gli stipendi “tra i più bassi d’Europa” richiede una precisazione. In termini nominali l’Italia non si trova agli ultimi posti dell’Unione europea, perché numerosi Paesi dell’Est e alcune economie dell’Europa meridionale presentano valori inferiori. Il problema emerge soprattutto nel confronto con le maggiori economie occidentali e con la media comunitaria.

I dati europei sulle retribuzioni annue medie corrette per il tempo pieno collocano nel 2024 l’Italia attorno a 33.523 euro lordi annui, contro una media dell’Unione europea di circa 39.800 euro. Francia e Germania presentano valori sensibilmente superiori, mentre la Spagna si trova molto vicina all’Italia.

Paese Retribuzione annua media full-time 2024
Germania 53.791 euro
Francia 43.790 euro
Media Unione europea 39.800 euro
Spagna 33.700 euro
Italia 33.523 euro
Grecia 17.954 euro

La questione italiana, quindi, non è soltanto la posizione nella classifica europea. È soprattutto la debole dinamica delle retribuzioni nel lungo periodo. Il Paese continua ad avere problemi di produttività, crescita economica contenuta, contratti rinnovati con ritardo e una struttura produttiva caratterizzata da una forte presenza di piccole imprese e settori a basso valore aggiunto.

Attribuire l’intero problema al governo in carica sarebbe una semplificazione: la stagnazione salariale italiana ha radici che precedono di molti anni l’attuale maggioranza. Allo stesso modo, però, dopo quasi quattro anni di legislatura il tema del recupero del potere d’acquisto resta uno dei principali punti sui quali misurare l’efficacia delle politiche economiche.

Il carrello della spesa costa quasi il 30% in più rispetto al 2021

È probabilmente al supermercato che la distanza tra indicatori macroeconomici e percezione delle famiglie diventa più evidente. Una recente simulazione condotta su un paniere di 31 prodotti acquistati abitualmente da una coppia con un figlio ha calcolato che una spesa settimanale da 100 euro nel luglio 2021 è arrivata a circa 129,50 euro nel luglio 2026.

L’incremento è quindi del 29,5% in cinque anni. Il dato va interpretato correttamente: non significa che tutti i beni acquistati dagli italiani siano aumentati del 30% e non coincide con l’indice generale dei prezzi al consumo. Nello stesso periodo l’inflazione complessiva è stata stimata attorno al 21%. Ma proprio perché alimentari e prodotti di uso quotidiano vengono acquistati frequentemente, la loro crescita ha un impatto particolarmente visibile sulla percezione del costo della vita.

Alcune categorie hanno registrato aumenti ancora superiori alla media. Nel paniere analizzato, il caffè risulta più caro di circa il 51%, l’olio extravergine di oliva del 47%, alcuni ortaggi attorno al 39%. Per i pomodori l’incremento sfiora il 45%, per le patate il 44%, mentre carne bovina e pollo mostrano rincari superiori al 30%.

Dietro questi aumenti non esiste una sola causa. Pesano energia, trasporti, materie prime, eventi climatici, guerre, costi agricoli e dinamiche delle filiere. Molti di questi fattori sono internazionali e difficilmente controllabili da un singolo governo. Resta però il risultato finale per il consumatore: una parte più consistente dello stipendio deve essere destinata alle spese essenziali.

Carburanti oltre due euro, la nuova emergenza dell’autunno

Il problema è diventato ancora più evidente nelle ultime settimane sul fronte dei carburanti. Il 4 settembre 2026 il prezzo medio nazionale in modalità self service sulla rete stradale ha raggiunto circa 2,046 euro al litro per la benzina e 2,157 euro per il gasolio. In autostrada le medie sono ancora superiori: circa 2,134 euro per la benzina e 2,233 euro per il diesel.

Il livello raggiunto rappresenta uno dei massimi degli ultimi anni e arriva in un contesto energetico aggravato dalle tensioni geopolitiche internazionali. In particolare il gasolio ha subito pressioni molto forti, tanto da costare oggi mediamente più della benzina.

Il governo è intervenuto con una riduzione temporanea delle accise sul gasolio, prorogata fino ai primi giorni di settembre. Si tratta di un intervento che ha attenuato il rincaro, ma non è stato sufficiente a riportare i prezzi sui livelli precedenti alle tensioni energetiche.

Anche in questo caso è necessario distinguere responsabilità nazionali e cause esterne. Il prezzo finale alla pompa dipende dal petrolio e dai prodotti raffinati sui mercati internazionali, dal cambio euro-dollaro, dai margini della filiera e dalla fiscalità. Un governo non decide il prezzo del greggio, ma può intervenire sulla componente fiscale e sulle misure di sostegno. Per famiglie, pendolari e imprese di trasporto, tuttavia, conta soprattutto il numero visualizzato sul distributore: superare stabilmente la soglia dei due euro pesa direttamente sui bilanci familiari e indirettamente sui prezzi delle merci.

I giovani continuano a partire dall’Italia

Uno dei dossier più delicati riguarda poi la mobilità dei cittadini italiani verso l’estero. Nel 2024 gli espatri avevano raggiunto un picco eccezionale, con circa 156 mila cittadini italiani trasferiti ufficialmente fuori dal Paese. Parte dell’aumento era collegata anche alle nuove norme sull’iscrizione all’AIRE, che hanno portato alla regolarizzazione di situazioni precedenti.

Nel 2025 il fenomeno si è ridimensionato, ma è rimasto significativo: gli espatri dei cittadini italiani sono stati circa 109 mila, con un saldo migratorio degli italiani ancora negativo per oltre 50 mila persone. Il dato più rilevante riguarda la composizione anagrafica: oltre un terzo di chi lascia l’Italia ha tra 25 e 34 anni, mentre un ulteriore 13% circa appartiene alla fascia tra 18 e 24 anni.

In altre parole, quasi metà degli espatri riguarda persone tra i 18 e i 34 anni. Non tutti partono definitivamente e la mobilità internazionale è una caratteristica normale delle economie aperte. Il problema nasce quando il flusso in uscita non viene compensato dal ritorno di cittadini italiani con competenze ed esperienza oppure dall’arrivo di lavoratori qualificati.

Il fenomeno è particolarmente pesante per il Mezzogiorno. Tra il 2019 e il 2025 il Sud ha registrato una perdita netta di circa 150 mila giovani laureati italiani tra 25 e 34 anni. La maggior parte si è trasferita verso il Centro-Nord, mentre decine di migliaia hanno scelto direttamente l’estero.

Questo dato tocca uno dei problemi strutturali più profondi dell’Italia: lo Stato sostiene il costo della formazione di migliaia di giovani che, una volta laureati, trovano in altri territori stipendi più elevati, percorsi professionali più rapidi e maggiori opportunità di carriera. Anche in questo caso il problema precede l’attuale governo, ma resta una delle questioni sulle quali un bilancio di legislatura non può limitarsi agli indicatori dell’occupazione complessiva.

Occupazione record, ma il confronto internazionale resta difficile

L’Italia ha raggiunto livelli di occupazione mai registrati in precedenza in termini assoluti e il tasso di occupazione è salito sensibilmente. È un risultato importante. Il confronto internazionale mostra però quanto spazio resti ancora da recuperare.

Nel primo trimestre del 2026 il tasso di occupazione italiano si collocava attorno al 62,8%, mentre la media dei Paesi OCSE superava il 72%. La distanza è particolarmente evidente per donne e giovani. Questo significa che il record italiano è reale se confrontato con la storia recente del Paese, ma resta basso se rapportato alle economie con cui l’Italia compete.

È una distinzione fondamentale per valutare correttamente il bilancio: un indicatore può essere contemporaneamente il migliore mai raggiunto dall’Italia e ancora insufficiente rispetto agli standard internazionali.

Conti pubblici e spread, qui i progressi sono più evidenti

Sul fronte della finanza pubblica il governo può rivendicare una situazione più favorevole rispetto all’inizio della legislatura. Il rapporto tra deficit e Pil, che nel 2022 risentiva ancora pesantemente delle misure straordinarie adottate durante e dopo la pandemia e dei bonus edilizi, è progressivamente rientrato verso poco più del 3%.

Anche lo spread tra titoli di Stato italiani e tedeschi è sceso nettamente rispetto ai livelli superiori ai 200 punti osservati nella fase iniziale della legislatura, arrivando nell’estate 2026 attorno agli 80 punti. Si tratta di un segnale importante perché indica una percezione di rischio più contenuta sui mercati finanziari e può contribuire a ridurre il costo del finanziamento del debito pubblico.

Non tutto il miglioramento può essere attribuito alle decisioni di Palazzo Chigi: hanno inciso la politica monetaria europea, l’andamento generale dei mercati e la progressiva uscita dalle misure emergenziali. Allo stesso tempo, la prudenza sui conti pubblici scelta dal ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti ha rappresentato una delle linee più costanti dell’azione dell’esecutivo.

L’Italia sta meglio rispetto al 2022, la risposta dipende da cosa si misura

Alla domanda se l’Italia stia davvero meglio non esiste quindi una risposta seria basata su un solo numero. La stabilità politica è aumentata, l’occupazione ha raggiunto livelli record, la disoccupazione è diminuita e alcuni indicatori finanziari sono migliorati. Negare questi risultati significherebbe ignorare una parte dei dati.

Ma sarebbe altrettanto incompleto trasformare la durata del governo in una prova automatica del miglioramento delle condizioni economiche delle famiglie. I salari reali sono ancora inferiori ai livelli del 2021, il carrello alimentare preso come riferimento è aumentato di quasi il 30% in cinque anni, benzina e gasolio hanno nuovamente superato i due euro al litro e una quota consistente dei cittadini che emigrano continua a essere composta da giovani.

Il punto centrale è proprio questo: stabilità macroeconomica e benessere quotidiano non coincidono necessariamente. Il cittadino misura l’economia attraverso lo stipendio netto, l’affitto o il mutuo, il pieno dell’automobile, la bolletta e lo scontrino del supermercato. Se questi costi crescono più rapidamente del reddito disponibile, anche un quadro statistico complessivamente migliore può essere percepito come una perdita.

Il vero esame arriverà sul potere d’acquisto

Dopo quasi quattro anni, il record di durata consegna al governo Meloni un capitale politico importante: la maggioranza ha dimostrato una stabilità rara nella storia repubblicana. Il passaggio successivo è però più difficile. Trasformare la stabilità in crescita della produttività, salari più elevati, maggiore partecipazione al lavoro e opportunità sufficienti a convincere i giovani a costruire il proprio futuro in Italia.

Il bilancio, quindi, presenta luci e ombre. I progressi sul lavoro e sui conti pubblici sono misurabili, così come lo sono le difficoltà sul potere d’acquisto e sulle prospettive delle nuove generazioni. La sfida dell’ultimo tratto della legislatura sarà soprattutto questa: fare in modo che i miglioramenti registrati dagli indicatori macroeconomici arrivino più chiaramente nei bilanci delle famiglie.

Perché alla fine il record di 1.413 giorni racconta quanto è durato un governo. La qualità della vita degli italiani si misura invece con ciò che quei 1.413 giorni hanno lasciato nelle buste paga, nei consumi, nei servizi e nelle opportunità per il futuro.