In pochi giorni la maggioranza di governo perde una ministra, due collaboratori di vertice al ministero della Giustizia e il capogruppo di Forza Italia al Senato. La famiglia Berlusconi reclama il cambio della guardia nel partito azzurro.
Il terremoto politico che ha investito la coalizione di centrodestra nelle ultime 72 ore non ha precedenti nella storia recente del governo Meloni. Dopo la sconfitta al referendum sulla riforma della magistratura, con il No che ha prevalso con il 53% dei voti e un’affluenza record al 58,9%, la maggioranza è entrata in una spirale di crisi che ha già prodotto una serie di dimissioni illustri e aperto conflitti interni destinati a ridisegnare gli equilibri di potere dentro Forza Italia e, più in generale, dentro l’intera coalizione.
Il punto di partenza: una sconfitta storica al referendum
Il risultato referendario del 23 marzo 2026 ha rappresentato, secondo l’unanime valutazione degli osservatori politici, la prima vera sconfitta di Giorgia Meloni da quando è a Palazzo Chigi. La riforma della magistratura, uno dei pilastri del programma di governo, è stata respinta dagli elettori in 17 regioni su 20. Il No ha trionfato anche in regioni governate dal centrodestra come Abruzzo e Marche, e ha stravinto in Campania, dove ha raggiunto il 65% dei consensi, in Sicilia e in Basilicata. Il Sì ha tenuto soltanto in Veneto, Lombardia e Friuli Venezia Giulia.
La premier ha accettato la sconfitta con un video sui social network, affermando che il governo rispetta la decisione degli italiani e andrà avanti, ma ammettendo il “rammarico per un’occasione persa di modernizzare l’Italia”. Le opposizioni hanno invece esultato: la segretaria del Partito Democratico Elly Schlein ha parlato di una “maggioranza alternativa” già esistente nel Paese, mentre il presidente del Movimento 5 Stelle Giuseppe Conte ha definito il risultato “un avviso di sfratto al governo”.
La valanga delle dimissioni: Delmastro, Bartolozzi, Santanchè
Il giorno successivo al voto, la premier ha avviato una vera e propria operazione di pulizia politica ai vertici dell’esecutivo. Il primo a cadere è stato il sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro Delle Vedove, già nel mirino per i suoi legami commerciali con la figlia di un imprenditore condannato come prestanome del clan mafioso Senese. Insieme a lui se ne è andata Giusi Bartolozzi, potente capo di gabinetto del ministero della Giustizia, finita nella bufera per alcune dichiarazioni irrispettose nei confronti della magistratura durante la campagna referendaria.
Entrambe le dimissioni, avvenute dopo un colloquio finale con il ministro Carlo Nordio, sono state formalmente presentate come scelte personali, ma tutte le fonti concordano nell’indicare che si è trattato di una richiesta esplicita della presidente del Consiglio. Palazzo Chigi ha diffuso un comunicato in cui Meloni ha espresso apprezzamento per il passo indietro dei due, ringraziandoli per “il lavoro svolto con dedizione”.
Ma la premier non si è fermata lì. Nella stessa nota istituzionale, in modo inusuale e pubblico, ha dichiarato di auspicare le dimissioni anche della ministra del Turismo Daniela Santanchè, di Fratelli d’Italia, rinviata a giudizio a Milano per presunto falso in bilancio nel caso Visibilia e indagata per bancarotta fraudolenta nel caso Ki Group. Per una intera giornata si è consumato un durissimo braccio di ferro: Santanchè ha resistito, continuando a lavorare nel suo ufficio e confermando gli appuntamenti istituzionali. Poi, il 25 marzo, ha ceduto. Nella lettera indirizzata a Meloni ha scritto “obbedisco e pago anche per gli altri”, precisando di sentirsi il “capro espiatorio” di una sconfitta referendaria che non sarebbe stata determinata da lei. “Il mio certificato penale è immacolato”, ha affermato Santanchè annunciando le dimissioni.
Con Santanchè, salgono a cinque le dimissioni eccellenti conteggiate dall’inizio della legislatura tra i ranghi del governo: dopo Vittorio Sgarbi, Augusta Montaruli e Gennaro Sangiuliano, ora si aggiungono Delmastro, Bartolozzi e la ministra del Turismo.
Il sisma in Forza Italia: Gasparri travolto dalla fronda interna
Mentre il governo cercava di metabolizzare le dimissioni ministeriali, dentro Forza Italia si apriva un fronte interno destinato a produrre conseguenze politiche di lungo periodo. Il capogruppo degli azzurri al Senato, Maurizio Gasparri, figura storica e istituzione vivente del partito, è diventato il bersaglio di una vera e propria mossa di palazzo orchestrata da una maggioranza qualificata dei senatori del suo stesso gruppo.
Il meccanismo è stato semplice e brutale: 14 senatori azzurri su 20 — la maggioranza assoluta del gruppo — hanno firmato una lettera in cui chiedevano la sostituzione del capogruppo a Palazzo Madama “nell’interesse dell’unità del partito”. Tra i firmatari figurano nomi di primo piano: i ministri Elisabetta Casellati e Paolo Zangrillo, il viceministro della Giustizia Francesco Paolo Sisto e il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Alberto Barachini. La raccolta firme sarebbe stata avviata dal presidente della Lazio Claudio Lotito, senatore azzurro.
A Gasparri, secondo le fonti parlamentari, sarebbero state concesse 48 ore per gestire la propria “exit strategy”. Il senatore romano, interpellato dall’ANSA prima di formalizzare la decisione, aveva risposto laconicamente: “Non ho nulla da dichiarare”. Poi, nel pomeriggio del 26 marzo, ha annunciato le proprie dimissioni con una nota in cui ha rivendicato la scelta come autonoma: “Ho deciso autonomamente di lasciare il mio incarico da capogruppo di Forza Italia al Senato. Chi ha un lungo percorso basato sulla solidità e il senso del dovere e non solo sull’incarico che svolge, sa come gestire tempi e modalità in momenti complessi. Avanti con coerenza e guardando al futuro”.
Per le ore 16.30 dello stesso giorno è stata convocata una riunione dell’intero gruppo dei senatori azzurri, con un ordine del giorno inequivocabile: “Dimissioni presidente del gruppo. Elezione nuovo presidente del gruppo”.
Chi sale: Stefania Craxi verso la guida del gruppo
La candidata più accreditata per raccogliere l’eredità di Gasparri alla guida del gruppo di Forza Italia al Senato è Stefania Craxi, figlia dell’ex presidente del Consiglio Bettino Craxi. Attualmente presidente della commissione Esteri e Difesa del Senato, Craxi ha già ricoperto il ruolo di sottosegretaria agli Affari esteri nel quarto governo Berlusconi tra il 2008 e il 2011. Secondo le ricostruzioni giornalistiche, nelle scorse settimane la stessa Craxi aveva incontrato a Milano Marina Berlusconi, figlia del fondatore di Forza Italia.
Gasparri, a sua volta, potrebbe andare a occupare proprio la presidenza della commissione Esteri e Difesa lasciata libera da Craxi: uno scambio di posizioni che consentirebbe di gestire il passaggio di consegne senza traumi eccessivi per i protagonisti.
Il ruolo della famiglia Berlusconi: Marina e Pier Silvio premono per il rinnovamento
Dietro la defenestrazione di Gasparri c’è una regia precisa. Secondo le ricostruzioni delle principali testate, la spinta al “rinnovamento” sarebbe partita direttamente da Marina e Pier Silvio Berlusconi, che da mesi chiedevano un cambio ai vertici dei gruppi parlamentari di Forza Italia, sia alla Camera che al Senato. La sconfitta referendaria ha fornito l’occasione e l’urgenza per agire.
Il malessere è montato in modo particolarmente acuto dopo la riunione di martedì 24 marzo, in cui il segretario di Forza Italia Antonio Tajani ha annunciato i congressi regionali entro l’estate e il congresso nazionale a inizio 2027. Nei corridoi del partito si è diffuso il sospetto che Tajani voglia “blindarsi sui territori” in vista degli appuntamenti interni, e questo ha fatto uscire allo scoperto le voci critiche in un summit dello stato maggiore del partito tenutosi il giorno successivo.
Anche alla Camera la situazione rimane esplosiva: il capogruppo Paolo Barelli — consuocero dello stesso Tajani — è stato più volte messo in discussione. Per la sua eventuale successione circolano i nomi di Giorgio Mulè, coordinatore della campagna referendaria azzurra, e di Deborah Bergamini, entrambi indicati come graditi a Marina e Pier Silvio. Per il momento, però, sul versante della Camera non sembrano esserci accelerazioni immediate.
La lettura politica: il referendum come spartiacque
La lettura prevalente tra gli analisti è che il referendum abbia funzionato da catalizzatore per tensioni preesistenti all’interno della maggioranza. La sconfitta ha accelerato dinamiche di ridistribuzione del potere che erano già in corso, rendendo insostenibili posizioni che fino a domenica scorsa sembravano consolidate.
All’interno di Forza Italia, il nodo non è soltanto chi guida i gruppi parlamentari, ma chi controlla il partito nel medio periodo. Il congresso del 2027 diventa, in questa prospettiva, un obiettivo politico di lungo corso per tutte le correnti in campo. Il fatto che la famiglia Berlusconi si stia muovendo in modo così diretto e coordinato — con la raccolta di firme tra i senatori, gli incontri milanesi tra Marina Berlusconi e i pretendenti alle cariche — segnala che gli eredi del Cavaliere intendono avere voce in capitolo sulle scelte strategiche del partito che porta il loro cognome.
L’opposizione non ha perso l’occasione di leggere gli eventi come il segnale di una crisi strutturale. La senatrice Raffaella Paita di Italia Viva ha parlato di “resa dei conti” dentro Forza Italia e di una “crisi del governo irreversibile”. La segretaria del PD Elly Schlein ha parlato di “segnali di debolezza e crisi profonda” nella maggioranza. Letture che, al momento, il centrodestra respinge: Meloni ha ribadito che il governo andrà avanti e che il voto politico sarà quello delle prossime elezioni politiche, al più tardi nel 2027.
Il quadro: cinque dimissioni in tre giorni
| Figura | Ruolo | Data dimissioni |
|---|---|---|
| Andrea Delmastro | Sottosegretario alla Giustizia | 24 marzo 2026 |
| Giusi Bartolozzi | Capo di gabinetto, ministero della Giustizia | 24 marzo 2026 |
| Daniela Santanchè | Ministra del Turismo | 25 marzo 2026 |
| Maurizio Gasparri | Capogruppo FI al Senato | 26 marzo 2026 |
Cosa succede adesso
Nei prossimi giorni l’agenda politica sarà dominata da tre questioni parallele: la nomina del successore di Santanchè al ministero del Turismo, l’elezione del nuovo capogruppo di Forza Italia al Senato (quasi certamente Craxi) e le discussioni sulla tenuta interna della maggioranza in vista della legge di bilancio e degli appuntamenti congressuali degli azzurri.
Il governo Meloni si trova in una fase delicata: forte ancora della sua maggioranza parlamentare e di un consenso personale della premier che rimane solido secondo i sondaggi, ma attraversato da tensioni interne che la sconfitta referendaria ha portato definitivamente in superficie. La domanda che si pone l’intera classe politica è se questa sia soltanto una fibrillazione fisiologica post-consultazione, o il segnale di una crisi più profonda destinata a ridisegnare i rapporti di forza dentro la coalizione di centrodestra.
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