Il nuovo rapporto UNEP considera ormai inevitabile un superamento temporaneo del limite più ambizioso dell’Accordo di Parigi: la priorità diventa contenere il picco, ridurre la durata dell’overshoot e riportare le temperature verso livelli più bassi.
Il riscaldamento globale è destinato a superare la soglia di 1,5°C rispetto ai livelli preindustriali, probabilmente già nei prossimi anni. Per le Nazioni Unite il punto non è però considerare perduto l’obiettivo dell’Accordo di Parigi, ma impedire che lo sforamento diventi più alto e più lungo del necessario. Il nuovo rapporto del Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente, l’UNEP, fotografa un passaggio delicato nella lotta alla crisi climatica: dopo anni di emissioni insufficientemente ridotte, la strategia deve concentrarsi su un percorso di “superamento, picco e successiva discesa”, accompagnando tagli profondi ai gas serra con adattamento, protezione degli ecosistemi e rimozione della CO₂ dall’atmosfera.
La soglia di 1,5°C non è più considerata evitabile nel breve periodo
Il rapporto “Limiting Overshoot” segna un cambiamento importante nel modo in cui viene descritta la traiettoria climatica globale. L’obiettivo di contenere l’aumento medio della temperatura entro 1,5°C sopra i livelli preindustriali rimane il riferimento più ambizioso fissato dall’Accordo di Parigi, ma le attuali traiettorie delle emissioni rendono ormai largamente probabile che questa soglia venga oltrepassata.
Il termine utilizzato dagli esperti è “overshoot”, cioè superamento temporaneo di un determinato livello di riscaldamento. Non significa necessariamente che il pianeta debba rimanere definitivamente sopra 1,5°C: l’ipotesi delineata dall’UNEP prevede che le temperature possano superare il limite, raggiungere un picco e successivamente diminuire grazie alla riduzione delle emissioni nette e alla progressiva rimozione di parte dell’anidride carbonica già accumulata nell’atmosfera.
La distinzione è essenziale. Superare 1,5°C non trasforma automaticamente 1,5°C in un obiettivo abbandonato, né rende irrilevante qualsiasi ulteriore riduzione delle emissioni. Al contrario, secondo il rapporto ogni decimo di grado evitato acquisisce ancora maggiore importanza, perché limita l’intensità degli eventi estremi, riduce le pressioni sugli ecosistemi e abbassa la probabilità di oltrepassare soglie difficili o impossibili da invertire.
Un precedente significativo si è già verificato nel 2024, quando la temperatura media globale di un singolo anno ha superato per la prima volta 1,5°C rispetto all’epoca preindustriale. Quel dato, tuttavia, non equivale formalmente al superamento strutturale dell’obiettivo di Parigi, che viene valutato attraverso l’andamento climatico su periodi più lunghi e non sulla base di un singolo anno eccezionalmente caldo.
Nello scenario migliore il picco arriverebbe comunque a circa 1,8°C
Uno degli elementi più rilevanti del documento riguarda il livello massimo di riscaldamento ipotizzato. Nello scenario più favorevole analizzato dall’UNEP il picco della temperatura globale raggiungerebbe circa 1,8°C sopra i livelli preindustriali. Molti altri scenari prevedono invece valori superiori ai 2°C.
La differenza apparentemente ridotta tra 1,5°C, 1,8°C e valori ancora più elevati ha conseguenze concrete. Nel sistema climatico globale ogni frazione di grado conta: all’aumentare della temperatura crescono infatti sia l’intensità di numerosi impatti sia il numero di persone, infrastrutture ed ecosistemi esposti.
| Indicatore | Valore | Significato |
|---|---|---|
| Obiettivo più ambizioso dell’Accordo di Parigi | 1,5°C | Limite di riferimento rispetto all’epoca preindustriale |
| Primo anno sopra 1,5°C come media annuale | 2024 | Non equivale da solo al superamento strutturale del limite di Parigi |
| Picco nello scenario più favorevole UNEP | circa 1,8°C | Richiede una forte accelerazione delle politiche climatiche |
| Molti altri scenari considerati | oltre 2°C | Rischi climatici e costi di adattamento sensibilmente maggiori |
Cosa significa entrare nell’era dell’overshoot climatico
L’overshoot climatico non deve essere interpretato come un semplice dato statistico. La durata dello sforamento e il livello massimo raggiunto possono incidere profondamente sulle conseguenze per la società. Più alto sarà il picco e più a lungo il pianeta rimarrà sopra 1,5°C, maggiore sarà il rischio di danni permanenti o difficilmente reversibili.
Il rapporto individua una serie di settori particolarmente esposti. Tra questi figurano salute umana, sicurezza alimentare, disponibilità di acqua, ecosistemi, infrastrutture urbane ed economie. L’aumento delle temperature può inoltre amplificare la frequenza e l’intensità di ondate di calore, precipitazioni estreme, siccità e incendi, con conseguenze diverse da regione a regione.
Le zone costiere e i piccoli Stati insulari sono tra i territori più vulnerabili. L’innalzamento del livello del mare, alimentato dall’espansione termica degli oceani e dallo scioglimento dei ghiacci continentali, rappresenta una pressione destinata a proseguire per tempi molto lunghi. Per alcune comunità, adattarsi potrebbe significare trasformare attività economiche, modificare l’uso del territorio o, nei casi più estremi, trasferirsi altrove.
Il documento richiama inoltre l’attenzione sui cosiddetti “tipping point” climatici, i punti critici oltre i quali grandi sistemi naturali possono subire trasformazioni profonde. Tra gli esempi presi in considerazione figurano la destabilizzazione delle grandi calotte glaciali, il progressivo degrado della foresta amazzonica e possibili alterazioni della circolazione meridionale atlantica, il vasto sistema di correnti oceaniche che contribuisce a distribuire il calore nel pianeta.
Perché ogni decimo di grado diventa decisivo
Uno dei messaggi più netti contenuti nell’analisi dell’UNEP riguarda la necessità di evitare un approccio fatalista. Il superamento di 1,5°C non significa che 1,6°C, 1,8°C, 2°C o 2,5°C siano equivalenti. Ogni incremento aggiuntivo aumenta l’esposizione ai rischi e rende più difficile e costoso proteggere popolazioni e territori.
Limitare il picco, quindi, significa evitare una parte dei danni che altrimenti diventerebbero più probabili. Allo stesso modo, ridurre la durata dell’overshoot può diminuire il periodo durante il quale ecosistemi e comunità devono sopportare condizioni climatiche più estreme.
Il problema riguarda anche la capacità di adattamento. Costruire difese costiere, rendere le città più resistenti alle ondate di calore, gestire meglio le risorse idriche e adeguare le coltivazioni sono interventi fondamentali, ma l’adattamento non dispone di risorse illimitate e non può neutralizzare qualsiasi livello di riscaldamento. Alcuni cambiamenti possono infatti oltrepassare le possibilità tecniche, economiche o sociali di risposta.
La strategia indicata dall’ONU: superamento, picco e discesa
Di fronte alla prospettiva di oltrepassare 1,5°C, il rapporto indica come percorso più efficace quello definito “overshoot, peak and decline”: superare temporaneamente la soglia, contenere il più possibile il picco e successivamente riportare la temperatura verso livelli inferiori.
Per rendere questa traiettoria credibile sono necessarie più azioni contemporanee:
- tagli immediati e duraturi alle emissioni di gas serra;
- riduzione delle emissioni di metano, particolarmente rilevanti nel breve periodo per il loro forte effetto sul riscaldamento;
- progressione verso emissioni nette zero;
- successivo raggiungimento di emissioni nette negative a livello globale;
- utilizzo controllato e verificabile di sistemi per la rimozione dell’anidride carbonica dall’atmosfera;
- rafforzamento dell’adattamento per ridurre i danni già inevitabili;
- accelerazione della transizione energetica e della diffusione delle fonti rinnovabili.
Il concetto di emissioni nette negative è particolarmente importante. Significa arrivare a una fase nella quale la quantità di CO₂ rimossa dall’atmosfera sia superiore a quella ancora emessa dalle attività umane. Solo in questo modo, nel lungo periodo, la concentrazione atmosferica di anidride carbonica potrebbe iniziare a diminuire abbastanza da contribuire a una riduzione delle temperature.
La rimozione della CO₂ non può sostituire il taglio delle emissioni
Nel dibattito climatico assume un ruolo crescente la Carbon Dioxide Removal, cioè l’insieme delle tecniche e delle soluzioni capaci di sottrarre anidride carbonica dall’atmosfera e conservarla per periodi sufficientemente lunghi.
Tra le opzioni rientrano interventi basati sulla natura, come riforestazione e ripristino degli ecosistemi, e tecnologie industriali progettate per catturare direttamente la CO₂ dall’aria. Il rapporto sottolinea però un principio fondamentale: la rimozione del carbonio deve aggiungersi alla riduzione delle emissioni e non sostituirla.
Affidarsi in modo eccessivo a future capacità di rimozione comporterebbe infatti rischi considerevoli. La quantità di CO₂ da sottrarre all’atmosfera crescerebbe rapidamente con l’aumentare dell’overshoot, mentre alcune tecnologie sono ancora costose, energivore o difficili da sviluppare su scala globale. Anche le soluzioni naturali devono fare i conti con disponibilità di terreno, competizione con la produzione alimentare, biodiversità e permanenza del carbonio immagazzinato.
Per questo l’UNEP pone l’accento sulla necessità di regole solide, controlli e criteri di integrità ambientale. Il ritorno sotto 1,5°C può essere considerato credibile soltanto se le emissioni residue vengono prima ridotte al minimo e se il picco di riscaldamento viene mantenuto il più basso possibile.
Mitigazione e adattamento devono procedere insieme
Il secondo pilastro della strategia riguarda l’adattamento climatico. Ridurre le emissioni serve a limitare il riscaldamento futuro; adattarsi significa invece prepararsi alle conseguenze che sono già in corso o che non possono più essere completamente evitate.
Nelle città l’adattamento può tradursi in più aree verdi, materiali capaci di ridurre l’accumulo di calore, edifici meglio isolati e sistemi sanitari preparati alle ondate di caldo. In agricoltura significa sviluppare colture più resistenti alla siccità, migliorare la gestione dell’acqua e diversificare le produzioni. Nelle aree costiere può comprendere difese contro le inondazioni, ripristino delle zone umide e nuova pianificazione urbanistica.
Mitigazione e adattamento non sono alternative. Ridurre soltanto le emissioni non elimina gli impatti già innescati; investire soltanto nell’adattamento, invece, diventerebbe progressivamente più costoso e meno efficace se le temperature continuassero a salire.
I rischi per economia, salute e sicurezza alimentare
L’aumento della temperatura globale non riguarda esclusivamente l’ambiente. Gli effetti si propagano attraverso le economie, le catene di approvvigionamento e i sistemi sanitari. Il caldo estremo può ridurre la produttività del lavoro, aumentare i consumi energetici per il raffrescamento e mettere sotto pressione le reti elettriche.
Le conseguenze sull’agricoltura possono riflettersi sui prezzi degli alimenti e sulla sicurezza alimentare, soprattutto nei Paesi già vulnerabili. Siccità prolungate e precipitazioni irregolari possono ridurre i raccolti, mentre temperature marine elevate possono incidere sugli ecosistemi oceanici e sulle risorse della pesca.
La salute rappresenta un altro fronte critico. Ondate di calore più frequenti e intense aumentano i rischi per anziani, bambini, lavoratori esposti e persone fragili. A questi effetti diretti possono aggiungersi conseguenze indirette legate a qualità dell’aria, disponibilità d’acqua, diffusione di malattie e danni alle infrastrutture sanitarie durante eventi estremi.
Il ruolo delle energie rinnovabili e della transizione dai combustibili fossili
Il rapporto collega la riduzione dell’overshoot a una più rapida trasformazione del sistema energetico. Accelerare il passaggio dai combustibili fossili alle energie rinnovabili consente di diminuire le emissioni di gas serra ma può produrre anche benefici immediati, tra cui una minore esposizione agli inquinanti atmosferici.
La trasformazione coinvolge produzione elettrica, industria, trasporti, edifici e sistemi alimentari. Non basta sostituire alcune tecnologie: il percorso indicato richiede una revisione coordinata delle infrastrutture e delle politiche di investimento, con particolare attenzione alle differenze tra economie avanzate, emergenti e Paesi a basso reddito.
La questione della giustizia climatica rimane infatti centrale. I Paesi e le comunità che hanno contribuito meno alle emissioni storiche sono spesso anche quelli maggiormente esposti agli impatti e con minori risorse economiche per adattarsi. Per l’UNEP le responsabilità e le capacità finanziarie devono quindi essere considerate nella distribuzione degli sforzi.
Perché tornare sotto 1,5°C non cancellerebbe tutti i danni
Un eventuale ritorno al di sotto di 1,5°C in futuro non riporterebbe automaticamente il pianeta alle condizioni precedenti. Alcuni effetti del riscaldamento possono durare per secoli o risultare irreversibili su scale temporali rilevanti per le società umane.
L’innalzamento del livello del mare, la perdita di ghiaccio, la trasformazione di determinati ecosistemi e l’estinzione di alcune specie non possono essere semplicemente annullati riportando la temperatura media globale a un livello più basso. L’overshoot, dunque, ha un costo anche quando è temporaneo.
È proprio questa caratteristica a rendere decisiva la velocità dell’azione. Un picco più basso riduce la probabilità di oltrepassare soglie critiche; un periodo più breve sopra 1,5°C limita il tempo durante il quale sistemi naturali e comunità vengono sottoposti a condizioni eccezionali.
Il significato politico del nuovo rapporto
La pubblicazione di “Limiting Overshoot” rappresenta anche un cambiamento nel linguaggio della politica climatica internazionale. Per anni gran parte del confronto si è concentrata sulla possibilità di mantenere il riscaldamento entro 1,5°C senza superare quella soglia. Ora l’attenzione si sposta sempre più sulla gestione di uno sforamento ritenuto difficilmente evitabile.
Questo passaggio potrebbe diventare politicamente delicato. Presentare l’overshoot come inevitabile rischierebbe infatti di essere interpretato come un indebolimento degli obiettivi climatici. Il messaggio del rapporto va però nella direzione opposta: lo sforamento non viene indicato come una nuova normalità accettabile, ma come una condizione da rendere il più possibile limitata e temporanea.
La differenza tra un mondo che raggiunge un picco relativamente contenuto e torna rapidamente verso temperature più basse e uno scenario nel quale il riscaldamento continua a crescere per decenni è enorme in termini di impatti, costi economici e possibilità di adattamento.
Il tempo perso rende la sfida più difficile ma non inutile
Il quadro delineato dalle Nazioni Unite è severo: anni di interventi insufficienti hanno ridotto il margine disponibile. Il limite di 1,5°C è sempre più vicino e le emissioni accumulate continuano a influenzare il clima globale.
Ma il rapporto respinge l’idea che il superamento della soglia renda inutile agire. Al contrario, più il margine si restringe, maggiore diventa il valore di ogni riduzione ottenuta. Evitare anche una piccola parte del riscaldamento significa ridurre l’esposizione di milioni di persone a condizioni più pericolose, alleggerire i costi dell’adattamento e diminuire la dipendenza da future tecnologie di rimozione della CO₂.
La nuova fase della politica climatica globale può quindi essere riassunta in tre obiettivi: ridurre il più possibile l’entità dello sforamento, raggiungere rapidamente il picco delle temperature e creare le condizioni per una successiva discesa. Per riuscirci, secondo l’UNEP, taglio delle emissioni, transizione energetica, adattamento e rimozione del carbonio devono procedere contemporaneamente.
La soglia resta un riferimento, nonostante il probabile superamento
Il messaggio finale è che 1,5°C continua a rappresentare un riferimento fondamentale, anche in un mondo destinato probabilmente a oltrepassarlo. Non è una linea oltre la quale ogni sforzo diventa inutile, ma un indicatore della crescente intensità dei rischi climatici.
Se il superamento sarà contenuto e breve, aumenteranno le possibilità di limitare i danni e conservare una traiettoria compatibile con una successiva riduzione delle temperature. Se invece le emissioni resteranno elevate, il picco sarà più alto, durerà più a lungo e aumenterà il rischio che alcuni cambiamenti diventino permanenti.
La sfida climatica entra quindi in una fase nuova: non soltanto evitare ciò che è ancora evitabile, ma gestire con rapidità ciò che ormai appare molto difficile scongiurare. Le decisioni prese nei prossimi anni determineranno quanto lontano il pianeta si spingerà oltre la soglia di 1,5°C e quanto realisticamente potrà tornare indietro.


