Trump minaccia di distruggere South Pars se l’Iran attacca ancora il Qatar: la guerra del gas infiamma il Golfo

Il post su Truth Social del presidente americano scatena un nuovo livello di tensione nel conflitto mediorientale: Israele ha colpito il più grande giacimento di gas al mondo, l’Iran ha risposto con missili sul Qatar, e ora gli Stati Uniti mettono sul tavolo una minaccia di portata storica.

La guerra in Medio Oriente ha aperto un fronte inedito e devastante per l’economia globale: le infrastrutture energetiche sono diventate il nuovo campo di battaglia. Israele ha colpito il giacimento di gas di South Pars in Iran, il più grande al mondo. Teheran ha risposto attaccando l’impianto di Ras Laffan in Qatar. E Donald Trump, in un messaggio pubblicato su Truth Social, ha lanciato un ultimatum senza precedenti: se l’Iran colpirà ancora il Qatar, gli Stati Uniti distruggeranno l’intero giacimento di South Pars con una forza “che l’Iran non ha mai visto né conosciuto prima”.

Il post di Trump: un ultimatum in stile Truth Social

Nella notte tra il 18 e il 19 marzo 2026, il presidente americano Donald Trump ha pubblicato un lungo messaggio sulla sua piattaforma Truth Social che ha immediatamente fatto il giro del mondo. Il tono è quello diretto e spettacolare che contraddistingue la sua comunicazione, ma il contenuto è di una gravità straordinaria.

Trump ha scritto che Israele, “spinto dalla rabbia per quanto accaduto in Medio Oriente, ha attaccato violentemente un importante impianto noto come il giacimento di gas di South Pars in Iran”, precisando che “solo una sezione relativamente piccola dell’intero impianto è stata colpita”. Ha poi affermato che “gli Stati Uniti non sapevano nulla di questo attacco” e che il Qatar “non è stato in alcun modo coinvolto, né aveva idea che sarebbe accaduto”.

Secondo Trump, l’Iran avrebbe quindi attaccato il Qatar per errore, senza conoscere i fatti: una mossa che il presidente americano definisce “ingiustificata e sleale”. Da qui la minaccia: nessun ulteriore attacco israeliano su South Pars, a meno che Teheran non colpisca nuovamente Doha. In quel caso, gli Stati Uniti d’America — “con o senza l’assistenza o il consenso di Israele” — distruggeranno l’intero giacimento. “Non voglio autorizzare questo livello di violenza e distruzione per le implicazioni a lungo termine che avrebbe sul futuro dell’Iran,” ha scritto Trump, “ma se il GNL del Qatar dovesse essere nuovamente attaccato, non esiterò a farlo.”

La verità sul coordinamento: Trump sapeva o no?

Il passaggio più controverso del post riguarda il presunto ruolo degli Stati Uniti nell’attacco a South Pars. Trump ha insistito che Washington “non sapeva nulla” del raid israeliano. Ma questa versione è stata immediatamente smentita da funzionari americani e israeliani.

Fonti statunitensi e israeliane hanno chiarito che Trump era stato informato in anticipo del raid su South Pars, e che il premier israeliano Benjamin Netanyahu aveva coordinato l’attacco con la Casa Bianca. L’obiettivo era inviare un segnale a Teheran per scoraggiarla dal continuare a bloccare i transiti attraverso lo Stretto di Hormuz.

Il Wall Street Journal, citando fonti governative, aveva già riportato prima del post di Trump che il presidente non desiderava ulteriori attacchi alle infrastrutture energetiche iraniane dopo il raid su South Pars, ma che avrebbe potuto riconsiderare questa posizione a seconda delle azioni future di Teheran riguardo allo Stretto di Hormuz.

Il messaggio di Trump appare quindi costruito strategicamente: distanziare formalmente gli USA dall’attacco israeliano per proteggere il Qatar (che non doveva essere bersaglio della ritorsione iraniana), pur mantenendo aperta la porta a un’escalation diretta americana qualora Teheran non cambiasse rotta.

Cos’è il giacimento di South Pars e perché è cruciale

Per capire la portata delle minacce di Trump, è necessario comprendere cosa sia South Pars. Il giacimento South Pars/North Dome, condiviso tra Iran e Qatar, rappresenta la più grande riserva di gas naturale al mondo, con una produzione annua di circa 276 miliardi di metri cubi. L’area si estende per circa 9.700 chilometri quadrati complessivi — 3.700 sul lato iraniano e 6.000 su quello qatariota.

Secondo l’Agenzia Internazionale dell’Energia, South Pars contiene una riserva stimata di circa 50-51mila miliardi di metri cubi di gas. Il giacimento, scoperto all’inizio degli anni Settanta, produce attualmente intorno ai 700 milioni di metri cubi di gas al giorno. La produzione nella parte qatariota iniziò nel 1989, mentre sul lato iraniano è partita formalmente nel 2002.

Il giacimento rappresenta il 40% della produzione di gas di Teheran, e il suo inserimento tra gli obiettivi militari ha scatenato la reazione iraniana con promesse di “radere al suolo” gli impianti energetici nemici. Non si tratta quindi di un sito industriale qualunque: è la spina dorsale energetica dell’Iran e uno dei pilastri del mercato globale del GNL.

Per il Qatar, la situazione è ancora più delicata: il North Field — il versante qatariota dello stesso giacimento — alimenta il più grande terminale di esportazione di gas naturale liquefatto al mondo, Ras Laffan, che è stato proprio il bersaglio della rappresaglia iraniana.

L’attacco israeliano e la risposta dell’Iran

L’attacco israeliano a South Pars rappresenta la prima volta che Israele ha colpito infrastrutture di gas naturale in Iran. Poche ore dopo, le forze armate iraniane hanno condotto due attacchi missilistici contro la città industriale di Ras Laffan in Qatar, colpendo impianti di gas naturale.

QatarEnergy ha riferito che l’attacco aveva causato “ingenti danni” alla struttura Pearl GTL (Gas-to-Liquids), con l’immediato dispiegamento di squadre di risposta alle emergenze per contenere gli incendi. Successivamente, nelle prime ore del 19 marzo, QatarEnergy ha segnalato ulteriori attacchi a diversi suoi impianti GNL, con incendi significativi e ulteriori danni estesi. Nessuna vittima è stata inizialmente segnalata.

I Pasdaran — le Guardie della Rivoluzione islamica — non si sono limitati al Qatar. L’Iran ha attaccato il più grande complesso di gas naturale liquefatto del Qatar, ha preso di mira un giacimento di gas e una struttura negli Emirati Arabi Uniti, ha lanciato missili e droni sull’Arabia Saudita. Sono stati segnalati anche attacchi di droni alle raffinerie del Kuwait.

I Guardiani della Rivoluzione hanno contestualmente minacciato di colpire impianti petroliferi e del gas in Arabia Saudita, negli Emirati Arabi Uniti e in Qatar. Il presidente iraniano Masoud Pezeshkian ha condannato i raid sulle infrastrutture energetiche del Paese, avvertendo che potrebbero avere “conseguenze incontrollabili, la cui portata potrebbe travolgere il mondo intero”.

Il contesto: la guerra iniziata il 28 febbraio

Il conflitto in corso è iniziato il 28 febbraio con gli attacchi condotti da Stati Uniti e Israele, ed è ora entrato in una nuova fase con i primi raid che colpiscono direttamente l’energia di Teheran. Nelle prime settimane del conflitto, l’Iran aveva risposto chiudendo di fatto lo Stretto di Hormuz al traffico commerciale — una mossa che da sola ha avuto effetti devastanti sui mercati energetici mondiali.

Israele e Stati Uniti hanno preso di mira le infrastrutture chiave dell’industria del greggio e del gas naturale della Repubblica islamica, colpendo gli impianti di Asaluyeh — che ospita impianti petroliferi e petrolchimici — e soprattutto South Pars. Entrambe le strutture si affacciano sul Golfo, a poche centinaia di chilometri dallo Stretto di Hormuz.

Anche l’Arabia Saudita ha subito attacchi: due raffinerie a Riyadh sono state colpite. La guerra energetica coinvolge ormai tutti i principali produttori del Golfo Persico, con effetti a cascata sui mercati internazionali.

Le reazioni internazionali: dal Qatar all’Europa

La reazione del Qatar è stata immediata e doppiamente significativa: Doha ha condannato sia l’attacco israeliano a South Pars (condiviso con il Qatar stesso), sia la ritorsione iraniana su Ras Laffan. In risposta agli attacchi iraniani, il ministero degli Esteri del Qatar ha dichiarato l’addetto militare e l’addetto alla sicurezza dell’ambasciata iraniana persona non grata, espellendoli dal Paese.

L’Arabia Saudita ha completamente perso la fiducia nelle trattative: il ministro degli Esteri saudita Faisal bin Farhan Al Saud ha dichiarato che “quel poco di fiducia che esisteva si è completamente sgretolata, su più livelli”, aggiungendo che “la pazienza che si sta dimostrando non è illimitata”.

Sul fronte europeo, il presidente francese Emmanuel Macron ha chiesto un’immediata sospensione degli attacchi alle infrastrutture civili, dichiarando che è “nel comune interesse attuare, senza indugio, una moratoria sugli attacchi alle infrastrutture civili, in particolare quelle energetiche e idriche”. Il ministro degli Esteri tedesco Johann Wadephul ha avvertito di una “crisi dell’ordine più grave” se le catene di approvvigionamento globali continuassero a essere perturbate.

L’impatto sui mercati energetici

Gli attacchi alle infrastrutture hanno avuto conseguenze immediate e drammatiche sui mercati internazionali. Il greggio Brent ha registrato un’impennata superiore al 5%, salendo fino a 112,84 dollari al barile, mentre il West Texas Intermediate ha guadagnato il 2,5% attestandosi a 98,69 dollari nelle contrattazioni asiatiche.

Il traffico di petroliere attraverso lo Stretto di Hormuz — snodo vitale per un quinto dell’offerta petrolifera mondiale e una quota significativa delle esportazioni di GNL — è crollato dall’inizio della guerra, con la via d’acqua di fatto chiusa alla maggior parte della navigazione commerciale. Le conseguenze degli attacchi si sono fatte sentire anche in Iraq, dove le importazioni di gas dall’Iran si sono completamente interrotte.

Indicatore Valore attuale Note
Brent crude (barile) ~112 $ +50% rispetto all’inizio del conflitto (28 feb)
WTI (barile) ~98-99 $ In rialzo costante dall’inizio del conflitto
Riserve South Pars ~51.000 mld m³ di gas Giacimento più grande al mondo
Produzione South Pars (lato Iran) ~700 mln m³/giorno 40% del fabbisogno gas iraniano
Impatto sull’Italia Prezzi carburanti in forte aumento Stretto di Hormuz chiuso al traffico commerciale

La postura ambigua di Trump: mediatore e minacciatore

Il post su Truth Social rivela la strategia comunicativa di Trump in questo conflitto: presentarsi come il soggetto che può fermare l’escalation, pur brandendo la minaccia di un’escalation ancora più devastante. Da un lato, ordina a Israele di cessare gli attacchi a South Pars. Dall’altro, mette in campo gli Stati Uniti come potenziale forza distruttrice dell’intero giacimento.

Funzionari dell’intelligence americana hanno contraddetto apertamente la versione di Trump: la direttrice dell’intelligence nazionale Tulsi Gabbard, in un’audizione al Senato, ha dichiarato che la comunità intelligence valuta come il regime iraniano “appaia intatto ma largamente degradato” a causa degli attacchi alla sua leadership e alle sue capacità militari.

Nel frattempo, fonti governative hanno confermato che l’attacco a South Pars è stato pienamente coordinato con Washington, smentendo la narrativa del “non sapevamo nulla”. Secondo fonti israeliane, l’attacco rappresenta “un messaggio” degli USA all’Iran: o viene riaperto lo Stretto di Hormuz, o l’intero impianto di South Pars sarà distrutto.

Cosa accade ora: il rischio di un’escalation globale

La spirale di attacchi su infrastrutture energetiche critiche configura uno scenario di rischio sistemico per l’economia mondiale. I paesi del Golfo — Arabia Saudita, Qatar, Emirati Arabi Uniti — si trovano in una posizione paradossale: condannano sia l’attacco israeliano a South Pars sia la rappresaglia iraniana, ma sono già stati colpiti dalle ritorsioni di Teheran.

Il conflitto rimane invariato rispetto ai giorni precedenti, con gli Stati Uniti e Israele che continuano a colpire Teheran con attacchi pesanti su base quotidiana, provocando la ritorsione iraniana contro Israele e la più ampia regione, in particolare gli stati arabi del Golfo. In Libano, il bilancio delle vittime degli attacchi israeliani ha raggiunto 912 persone, mentre gli attacchi agli stati del Golfo hanno portato a un bilancio combinato di 21 morti.

La minaccia di Trump di distruggere South Pars — un’operazione che avrebbe ripercussioni economiche e ambientali di portata storica — rimane sospesa come una spada di Damocle. Ogni nuovo attacco iraniano su Ras Laffan potrebbe scatenare una risposta americana che cambierebbe radicalmente il profilo energetico del Medio Oriente e il mercato globale del gas per decenni.

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