Dopo l’uccisione dell’attivista conservatore Charlie Kirk, Donald Trump punta il dito contro George Soros e le ONG progressiste: “Sono complici morali”. Cresce la tensione negli Stati Uniti
Dopo l’omicidio di Charlie Kirk, Donald Trump e il suo entourage tornano ad attaccare George Soros e le organizzazioni della sinistra progressista, accusate di alimentare un clima di odio politico. Le dichiarazioni dell’ex presidente hanno infiammato il dibattito nazionale e aperto nuovi scenari legislativi su ONG, filantropia e libertà di espressione.
Tensione alle stelle dopo l’omicidio
L’uccisione di Charlie Kirk, fondatore di Turning Point USA e volto di punta del conservatorismo americano, ha avuto un impatto traumatico sull’opinione pubblica statunitense. Kirk è stato colpito a morte il 10 settembre alla Utah Valley University, mentre partecipava a un evento pubblico. L’aggressore, Tyler Robinson, 22 anni, è stato arrestato sul posto e ora è imputato per omicidio aggravato. La procura ha già dichiarato l’intenzione di chiedere la pena di morte.
Mentre l’indagine giudiziaria è ancora in corso e non sono emersi collegamenti diretti tra l’assassino e gruppi politici organizzati, l’evento è stato subito politicizzato. A guidare l’accusa è stato Donald Trump, che ha denunciato un clima di “violenza politica” fomentato da attivisti e filantropi della sinistra americana.
Trump contro Soros: “È il burattinaio della radical left”
In una serie di interventi pubblici, Trump ha puntato il dito contro George Soros, miliardario di origine ungherese e storico finanziatore di cause progressiste:
“Non possiamo più fingere che queste organizzazioni siano innocue. Sono complici morali della radicalizzazione e della violenza politica che vediamo ogni giorno.”
Il nome di Soros è diventato il fulcro di una nuova offensiva retorica da parte dell’ex presidente, che ha parlato di “reti di finanziamento opache” e “attività antiamericane” portate avanti da ONG vicine alla sinistra radicale. In particolare, secondo alcuni membri dell’amministrazione Trump, ci sarebbe l’intenzione di indagare sul coinvolgimento indiretto di fondazioni e gruppi attivisti nella formazione ideologica di soggetti radicalizzati.
Chi è George Soros e perché la destra lo attacca da anni
George Soros è un finanziere e filantropo di origine ungherese, naturalizzato statunitense, noto per le sue ingenti donazioni a cause progressiste e per il sostegno a organizzazioni che promuovono i diritti civili, la giustizia sociale e la democrazia liberale in tutto il mondo. Attraverso la sua fondazione, la Open Society Foundations, Soros ha finanziato migliaia di iniziative in oltre 100 paesi, tra cui campagne per la legalizzazione delle droghe leggere, la tutela dei migranti, l’accesso all’aborto e i diritti delle minoranze.
Proprio per questo, è diventato da anni uno dei bersagli preferiti della destra americana e internazionale, che lo accusa di voler “ingerenze” nei processi democratici e di manipolare l’opinione pubblica tramite il finanziamento di media, ONG e movimenti attivisti. In molti ambienti conservatori, Soros viene descritto come un “burattinaio globale” che utilizza la sua enorme ricchezza per influenzare le elezioni, destabilizzare governi e promuovere una visione progressista e globalista del mondo.
Negli Stati Uniti, il suo nome è frequentemente associato a teorie del complotto, soprattutto nell’ambito dei dibattiti sull’immigrazione, la giustizia penale e le proteste di piazza. Alcuni politici repubblicani lo dipingono come l’emblema di una “élite liberale” che minaccia i valori tradizionali americani. A causa di queste narrative, Soros è stato più volte oggetto di campagne di disinformazione e persino di minacce alla sua sicurezza.
Per Trump e la sua base, Soros incarna l’avversario ideologico per eccellenza: potente, cosmopolita, liberal, e capace — secondo la loro narrativa — di esercitare un’influenza occulta sulla politica interna ed estera degli Stati Uniti.
Ipotesi di misure drastiche contro le ONG
Non si tratta solo di dichiarazioni politiche: il Trump Team starebbe lavorando a una strategia legale che prevede:
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Indagini formali sulle attività di ONG progressiste, in particolare su finanziamenti, contenuti educativi e rapporti con movimenti radicali.
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L’uso della legge RICO (Racketeer Influenced and Corrupt Organizations) per indagare presunti legami tra gruppi attivisti e atti di violenza politica.
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La revoca dello status fiscale agevolato (tax‑exempt status) per le ONG accusate di favorire l’odio politico.
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La designazione di alcune fondazioni come “organizzazioni estremiste”, con possibile limitazione delle attività sul territorio nazionale.
Secondo fonti vicine all’ex presidente, tali misure sarebbero giustificate dalla “necessità di proteggere la democrazia americana da infiltrazioni ideologiche eversive”.
La risposta della società civile
Le reazioni delle ONG e della società civile non si sono fatte attendere. Diversi gruppi progressisti hanno respinto con forza le accuse, definendole strumentalizzazioni politiche. La Open Society Foundations, principale organizzazione finanziata da George Soros, ha pubblicato una nota in cui respinge ogni legame con atti violenti o radicalizzazione:
“Non tolleriamo né sosteniamo alcuna forma di violenza politica. Le nostre attività sono pubbliche, legali e orientate alla difesa dei diritti civili.”
Anche esponenti del Partito Democratico hanno condannato le parole di Trump, accusandolo di “soffiare sul fuoco” in un momento di tensione sociale e politica.
Il rischio di un nuovo fronte giudiziario
Secondo analisti e giuristi, se portate avanti, le iniziative legali ventilate dal team Trump potrebbero avere implicazioni costituzionali rilevanti. L’uso della legge RICO contro ONG, la revoca dello status fiscale per ragioni ideologiche o la designazione di gruppi come “terroristi interni” sollevano questioni delicate di libertà di associazione e parola, tutelate dal Primo Emendamento.
Tuttavia, nel contesto attuale, il linguaggio della “guerra culturale” sembra prevalere sulla prudenza giuridica. La base elettorale repubblicana più radicale chiede a gran voce misure punitive contro la sinistra progressista, e l’omicidio di Charlie Kirk viene usato come grimaldello per giustificare un inasprimento delle politiche interne.
Una strategia politica ben precisa
Questa offensiva non è isolata. Rientra in una strategia comunicativa e politica più ampia che:
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Riattiva la retorica anti-Soros, già utilizzata in diverse campagne elettorali repubblicane.
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Polarizza l’elettorato mobilitando il consenso su un nemico esterno e interno.
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Prepara il terreno a una possibile revisione delle regole sulle ONG e sulle libertà associative negli Stati Uniti.
In vista delle elezioni del 2026, Trump e il Partito Repubblicano sembrano decisi a usare la tragedia di Kirk per rilanciare il tema della “sicurezza ideologica”, proponendosi come argine contro l’“anarchia progressista”.
Una narrativa pericolosa?
Alcuni osservatori mettono in guardia contro i rischi di una narrativa unilaterale e divisiva, che potrebbe favorire un’ulteriore radicalizzazione. Il caso Kirk, ancora oggetto di indagini, viene già utilizzato per delegittimare interi settori della società civile e imporre una visione polarizzata della politica americana.
Nel frattempo, il sospettato Tyler Robinson non ha ancora rilasciato dichiarazioni ufficiali. Nessuna prova concreta, al momento, collega l’attentatore a ONG o gruppi politici. Ma per Trump e i suoi, il colpevole non è solo chi preme il grilletto, bensì un “sistema” che, a loro dire, legittima l’odio verso la destra americana.
