Teheran sotto una nube nera: cosa respirano i 10 milioni di abitanti dopo gli attacchi ai depositi di petrolio

Dagli idrocarburi policiclici aromatici alle piogge acide, gli esperti tracciano uno scenario sanitario e ambientale che potrebbe durare anni. Il paragone con il Kuwait del 1991 fa paura.

Gli attacchi ai depositi petroliferi di Teheran del 7 marzo 2026 non hanno prodotto solo vittime immediate e distruzione di infrastrutture: secondo medici, chimici e organizzazioni internazionali, potrebbero aver innescato una crisi sanitaria silenziosa destinata a manifestarsi per anni. Una metropoli di quasi 10 milioni di persone immersa in una conca geografica, avvolta da nubi di sostanze cancerogene, con suolo e acque già contaminate. Le conseguenze sulla salute a lungo termine rischiano di essere il capitolo più pesante di questa guerra.

Cosa è successo il 7 marzo

Nella notte tra il 7 e l’8 marzo 2026, una serie di attacchi militari israelo-statunitensi ha colpito diversi depositi petroliferi nelle zone di Shahran, Sohanak e Kounak nella capitale iraniana, oltre che nella città di Shahr-e Rey e nella provincia dell’Alborz. È la prima volta dall’inizio del conflitto che le infrastrutture energetiche iraniane vengono colpite direttamente.

Gli incendi scoppiati a seguito dei bombardamenti hanno bruciato per giorni fuori controllo. Le immagini diffuse in tutto il mondo mostrano colonne di fumo nero così dense da oscurare il sole in pieno giorno. Il bilancio immediato: almeno sei morti e 21 feriti nella sola provincia dell’Alborz, un centro dialisi distrutto nei pressi del deposito di Fardis, edifici residenziali danneggiati nel quartiere di Shahran, con decine di famiglie rimaste senza abitazione.

In alcuni quartieri della capitale il petrolio ha invaso strade e tombini, mentre sui tetti, sulle carrozzerie delle automobili e sulle superfici chiare degli edifici si è depositata una polvere nerastra. In alcune zone è caduta quella che i media locali hanno ribattezzato “pioggia nera”: precipitazioni contaminate da fuliggine e residui oleosi, un fenomeno chimicamente possibile quando le particelle degli incendi si mescolano con il vapore acqueo delle nuvole.

Le sostanze nell’aria: un cocktail tossico

La Società Italiana di Medicina Ambientale (SIMA) ha stilato un quadro preciso delle sostanze rilasciate dalla combustione dei grandi depositi di petrolio. Le nubi generate da questi incendi contengono:

  • Particolato fine (PM2.5) — le particelle ultrasottili che penetrano in profondità nei polmoni e nel flusso sanguigno
  • Fuliggine — residuo carbonioso della combustione incompleta
  • Anidride solforosa (SO₂) e ossidi di azoto (NOₓ) — precursori delle piogge acide
  • Monossido di carbonio (CO) — gas tossico che sostituisce l’ossigeno nel sangue
  • Composti organici volatili (COV) — solventi e idrocarburi gassosi
  • Idrocarburi policiclici aromatici (IPA) — composti riconosciuti come cancerogeni dalla letteratura scientifica internazionale

«Si tratta di inquinanti riconosciuti dalla letteratura scientifica come irritanti respiratori e potenzialmente tossici», ha dichiarato Alessandro Miani, presidente della SIMA, interpellato dall’Adnkronos Salute. L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha lanciato un allarme formale, segnalando che questi danni alle strutture petrolifere possono contaminare aria, acqua e catene alimentari, con rischi particolarmente elevati per le fasce più vulnerabili: bambini, anziani e persone con patologie respiratorie pregresse.

Gli effetti immediati sulla salute

Fin dalle prime ore dopo gli attacchi, i residenti di Teheran hanno cominciato a segnalare difficoltà respiratorie, bruciore agli occhi e forti mal di testa. Le autorità iraniane hanno invitato la popolazione a restare in casa, limitare l’attività fisica all’aperto e indossare mascherine filtranti FFP2/N95 in caso di necessità di uscire.

I rischi immediati più documentati includono:

  • Irritazione acuta di occhi, naso e gola
  • Tosse persistente e difficoltà respiratoria
  • Crisi asmatiche in chi soffre già di patologie respiratorie
  • Mal di testa, nausea, vertigini
  • Irritazioni cutanee da contatto con le precipitazioni contaminate

Le categorie più a rischio sono le stesse in tutti i grandi episodi di inquinamento da incendi petroliferi: bambini sotto i 12 anni, il cui sistema respiratorio è ancora in sviluppo; anziani con ridotta capacità polmonare; pazienti oncologici e cardiopatici; donne in gravidanza.

Il rischio a lungo termine: tumori, danni neurologici e malattie croniche

È sul medio e lungo termine che le conseguenze sanitarie potrebbero rivelarsi le più devastanti. Secondo diversi esperti di chimica atmosferica e medicina ambientale, l’esposizione prolungata ai composti rilasciati da questi incendi può determinare effetti irreversibili.

Il nodo centrale sono gli idrocarburi policiclici aromatici (IPA), un gruppo di sostanze chimiche organiche presenti in tutti i fumi da combustione di petrolio. Gli IPA sono stati classificati da molti istituti di ricerca internazionali come composti in grado di interagire con il DNA, con un’associazione documentata a un aumento del rischio di tumori polmonari, della vescica e di altri organi in caso di esposizione prolungata. In ambito professionale, lavoratori esposti cronicamente a questi composti mostrano tassi di incidenza oncologica significativamente superiori alla media.

A questo si aggiunge il rischio cardiovascolare: l’esposizione a PM2.5 è correlata, secondo decenni di letteratura epidemiologica, a un aumento degli eventi cardiaci e cerebrovascolari nelle persone vulnerabili. L’inalazione di monossido di carbonio a concentrazioni elevate può causare danni neurologici permanenti, con effetti sulla memoria e sulle funzioni cognitive che possono manifestarsi anche a distanza di mesi dall’esposizione acuta.

Sul piano respiratorio cronico, gli esperti segnalano il rischio di broncopneumopatia cronica ostruttiva (BPCO) — una malattia progressiva e irreversibile dei polmoni — e di aggravamento permanente in chi già convive con patologie respiratorie.

La “pioggia nera” e le piogge acide: un pericolo che cade dal cielo

Uno degli aspetti più caratteristici e preoccupanti della situazione di Teheran è la cosiddetta “pioggia nera”. Una perturbazione atmosferica che attraversava l’Iran in quei giorni ha creato le condizioni per un fenomeno raro: le particelle di fuliggine e petrolio rilasciate dagli incendi si sono mischiate con le nuvole, precipitando al suolo insieme alle gocce di pioggia. Il ricercatore Akshay Deoras dell’Università di Reading ha spiegato che questo tipo di pioggia è fisicamente plausibile quando la concentrazione di inquinanti nell’atmosfera raggiunge certi livelli.

Ma il rischio più duraturo è quello delle piogge acide. Gli ossidi di zolfo e di azoto rilasciati dagli incendi, dissolvendosi nell’acqua atmosferica, formano acido solforico e acido nitrico. Quando queste precipitazioni raggiungono il suolo, possono:

  • Alterare la composizione chimica del terreno agricolo, riducendo la disponibilità di nutrienti per le piante
  • Acidificare fiumi, laghi e bacini idrici, con danni alla fauna acquatica
  • Accelerare la corrosione di strutture e monumenti
  • Contaminare fonti d’acqua potabile a uso civile e agricolo

La Mezzaluna Rossa iraniana ha avvertito formalmente la popolazione del rischio di piogge contenenti composti tossici, e ha invitato i cittadini a evitare il contatto diretto con le precipitazioni nelle aree più colpite. Alcune organizzazioni ambientaliste hanno già parlato di possibile “ecocidio” per descrivere l’entità dei danni all’ecosistema.

Suolo e falde acquifere: l’inquinamento invisibile che dura anni

Quando le infrastrutture petrolifere vengono distrutte, il petrolio non brucia completamente. Una parte consistente filtra nel suolo, nei sistemi fognari e nelle acque superficiali. Le autorità sanitarie iraniane hanno già denunciato i primi segnali di contaminazione nei suoli e nelle risorse idriche nelle aree vicine agli impianti colpiti, anche se la reale portata dell’impatto è ancora difficile da quantificare nelle prime settimane.

Il greggio contiene numerosi elementi chimici pericolosi, tra cui nichel, vanadio e altri metalli pesanti, che una volta dispersi nel terreno tendono ad accumularsi nelle falde acquifere. Il perclorato — altamente tossico — è tra le sostanze che gli esperti citano come particolarmente preoccupante per la contaminazione delle acque sotterranee. Questi composti non si decompongono rapidamente: possono permanere nel sottosuolo e nelle catene alimentari per anni o decenni.

In zone ad alta densità agricola questo significa una possibile compromissione dei raccolti e della sicurezza alimentare. Il rischio è che la contaminazione si propaghi silenziosamente lungo le catene alimentari — dai terreni alle colture, dagli animali al latte e alla carne — senza che la popolazione ne sia consapevole.

Il fattore aggravante: la geografia di Teheran

Rispetto ad altri episodi storici analoghi, la situazione di Teheran presenta una caratteristica che la rende particolarmente pericolosa: la conformazione geografica della città. Teheran si trova in una conca ai piedi dei monti Alborz, una posizione che favorisce il ristagno degli inquinanti atmosferici attraverso il meccanismo dell’inversione termica, già responsabile degli storici episodi di smog che da decenni affliggono la capitale iraniana.

In condizioni di inversione termica, lo strato di aria fredda al suolo intrappola gli inquinanti impedendo loro di disperdersi verso l’alto. Gli aerosol di fuliggine e le particelle tossiche rimangono concentrati nell’aria respirata dai quasi 10 milioni di abitanti della metropoli, amplificando l’esposizione individuale rispetto a quanto accadrebbe su terreno aperto.

Il professore Gabriel da Silva, chimico dell’Università di Melbourne, ha sottolineato che in queste condizioni la pioggia può contenere «non solo acidi ma anche una serie di altri inquinanti dannosi per l’uomo e l’ambiente nel breve e lungo termine». E una volta depositati sulle superfici, gli inquinanti possono tornare nell’aria quando vengono disturbati da venti forti, in un ciclo di ri-contaminazione difficile da interrompere.

Il precedente del Kuwait 1991: cosa ci insegna la storia

Il confronto più immediato che gli esperti evocano è quello dei pozzi petroliferi del Kuwait, incendiati nel 1991 durante la prima Guerra del Golfo. Oltre 600 pozzi bruciarono per mesi, generando uno dei più grandi episodi di inquinamento atmosferico da combustione di petrolio mai registrati nella storia. Le colonne di fumo erano visibili dallo spazio.

Gli studi epidemiologici condotti nei decenni successivi su quella popolazione hanno documentato:

  • Tassi elevati di malattie respiratorie croniche tra chi visse in prossimità degli incendi
  • Aumento dell’incidenza di alcune forme tumorali, in particolare polmonari
  • Disturbi neurologici in veterani e residenti esposti per lungo tempo ai fumi
  • Alterazioni della fertilità e aumento di alcune malformazioni congenite

Il caso di Teheran, tuttavia, si distingue per un elemento cruciale: a differenza del Kuwait, dove i fumi si dispersero su vaste aree scarsamente abitate, la nube tossica si è concentrata sopra una delle più grandi metropoli del Medio Oriente. Non è un disastro di estensione, è un disastro di concentrazione. E secondo molti esperti, questa differenza potrebbe rendere l’impatto sanitario generazionale ancora più pesante.

Il rischio transfrontaliero: anche i Paesi vicini sotto osservazione

L’atmosfera non conosce confini. I venti in quota che attraversano l’Iran in questo periodo dell’anno si dirigono prevalentemente verso Afghanistan, Pakistan e Asia centrale, ma possono trasportare gli aerosol anche verso Iraq e Turchia. Se gli aerosol raggiungono la media troposfera, possono viaggiare per centinaia o migliaia di chilometri prima di depositarsi.

Diversi meteorologi hanno già simulato le traiettorie del pennacchio di fumo rilevando che alcune tracce potrebbero raggiungere il Mediterraneo orientale in determinate condizioni atmosferiche. Il presidente della SIMA ha precisato che «perché si verifichi un impatto sanitario significativo in Europa servirebbero incendi molto estesi e persistenti e condizioni meteorologiche favorevoli al trasporto», ma ha raccomandato il monitoraggio in tempo reale attraverso modelli atmosferici.

Cosa chiedono le organizzazioni internazionali

Amnesty International ha emesso una dichiarazione nella quale afferma che «da attacchi del genere possono derivare conseguenze prevedibili, ampie e devastanti contro i civili, come incendi mortali fuori controllo, importanti interruzioni delle forniture essenziali, danni ambientali e gravi rischi nel lungo termine per la salute di milioni di persone». L’organizzazione ha richiamato il diritto internazionale umanitario, avvertendo che tali attacchi potrebbero in alcuni casi costituire crimini di guerra.

L’OMS ha chiesto un monitoraggio urgente della qualità dell’aria e delle acque nella regione di Teheran, con particolare attenzione alla contaminazione delle catene alimentari. Esperti ambientali e sanitari di diverse università europee e nordamericane hanno pubblicato appelli per l’avvio di programmi di sorveglianza epidemiologica di lungo periodo sulla popolazione esposta.

Nel frattempo, la vita quotidiana a Teheran è profondamente cambiata: code chilometriche alle stazioni di servizio per il razionamento del carburante fissato a 20 litri per veicolo, circa 100.000 sfollati secondo le stime ONU, carenze di medicinali nelle farmacie. Una popolazione già provata da anni di crisi politica ed economica si trova ora a fare i conti con una crisi sanitaria ambientale i cui effetti reali emergeranno solo nei prossimi mesi e anni.

Sostanza Fonte Effetto a breve termine Rischio a lungo termine
PM2.5 (particolato fine) Combustione petrolio Irritazione vie respiratorie BPCO, rischio cardiovascolare
Idrocarburi policiclici aromatici (IPA) Combustione incompleta Irritazione cutanea e oculare Cancerogeni (polmone, vescica)
Anidride solforosa (SO₂) Zolfo nel greggio Irritazione bronchiale, crisi asma Piogge acide, danni ecosistema
Ossidi di azoto (NOₓ) Combustione ad alta temperatura Difficoltà respiratorie Piogge acide, danni polmonari cronici
Monossido di carbonio (CO) Combustione incompleta Mal di testa, nausea, vertigini Danni neurologici permanenti
Nichel e vanadio Metalli nel greggio Irritazione pelle e polmoni Contaminazione falde acquifere
Perclorato Dispersionenel suolo Tossicità acque potabili, anni di persistenza