Manifestazioni pacifiche e scontri in decine di centri urbani, internet oscurato e bilancio delle vittime in aumento mentre cresce la pressione sul vertice della Repubblica islamica
L’Iran è attraversato dalla più ampia ondata di proteste anti-governative degli ultimi anni. Migliaia di persone sono scese in piazza a Teheran, Mashhad e in numerose altre città, sfidando apertamente il potere della Repubblica islamica e chiedendo un cambiamento radicale del sistema politico.
Un’ondata di protesta senza precedenti recenti
Nelle ultime ore enormi cortei di manifestanti hanno attraversato le strade della capitale Teheran e di altre grandi città iraniane, dando vita a manifestazioni pacifiche ma determinate, documentate da numerosi video circolati online prima del blocco delle comunicazioni.
Secondo le ricostruzioni, si tratta del dodicesimo giorno consecutivo di mobilitazioni, iniziate alla fine di dicembre in seguito al crollo della valuta iraniana, il rial, e rapidamente trasformatesi in una contestazione più ampia contro l’intero apparato politico e religioso del Paese.
Le proteste si sono estese a oltre 100 città e centri urbani, coinvolgendo tutte le 31 province iraniane, in un movimento diffuso che ha superato confini geografici, sociali ed etnici.
Gli slogan e la sfida al vertice del potere
Nei filmati verificati da fonti internazionali, i manifestanti scandiscono slogan espliciti come “Morte al dittatore”, in riferimento alla Guida Suprema Ali Khamenei, e “Questa è la battaglia finale”.
In diverse città, tra cui Mashhad, seconda città del Paese, si sentono cori a favore di Reza Pahlavi, figlio dell’ultimo scià deposto dalla rivoluzione islamica del 1979 e oggi in esilio negli Stati Uniti.
Alcuni video mostrano manifestanti che rimuovono telecamere di sorveglianza da cavalcavia e infrastrutture stradali, un gesto simbolico contro il sistema di controllo capillare dello Stato.
Città coinvolte e diffusione territoriale
Le proteste non si sono limitate alle grandi metropoli. Manifestazioni e scontri sono stati segnalati anche in:
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Isfahan, nel centro del Paese
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Tabriz, nel nord-ovest
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Babol, sul Mar Caspio
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Kermanshah
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Dezful
Nella regione occidentale, in particolare nelle province di Ilam, Lorestan e Kermanshah, a forte presenza curda e lor, si sono registrate le situazioni più violente, con l’uso di armi da fuoco da parte delle forze di sicurezza.
Vittime, arresti e repressione
Il bilancio umano continua ad aggravarsi. Secondo le stime dei gruppi per i diritti umani:
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Decine di manifestanti sono stati uccisi, tra cui minori
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Oltre 2.000 persone arrestate
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Vittime anche tra le forze di sicurezza
Le autorità iraniane hanno confermato solo parzialmente i dati, parlando di sei membri delle forze dell’ordine uccisi, mentre i numeri relativi ai civili risultano fortemente ridimensionati nei media statali.
La repressione appare sempre più dura, con testimonianze di spari contro la folla, arresti notturni e intimidazioni alle famiglie dei manifestanti.
Blackout di internet e controllo dell’informazione
Nella notte, diversi osservatori indipendenti hanno segnalato un blackout quasi totale di internet a livello nazionale. Le connessioni sono risultate fortemente limitate o del tutto interrotte, una strategia già utilizzata in passato per impedire il coordinamento delle proteste e la diffusione di immagini all’estero.
Il blocco delle comunicazioni rappresenta un ulteriore segnale della preoccupazione del regime, che tenta di isolare le piazze dal resto del mondo.
Il ruolo di Reza Pahlavi e le reazioni internazionali
Poche ore prima delle manifestazioni più imponenti, Reza Pahlavi aveva invitato gli iraniani a scendere in strada in modo unitario, definendo la mobilitazione come un momento decisivo per il futuro del Paese.
Dagli Stati Uniti, il presidente Donald Trump ha lanciato avvertimenti diretti a Teheran, minacciando una risposta dura in caso di ulteriori uccisioni di manifestanti. Dichiarazioni che contribuiscono ad aumentare la tensione internazionale attorno alla crisi iraniana.
Le cause profonde: economia e sfiducia
Alla base della rivolta c’è una grave crisi economica:
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Inflazione attorno al 40%
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Crollo storico del rial
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Sanzioni internazionali legate al programma nucleare
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Percezione diffusa di corruzione e cattiva gestione
Le proteste sono iniziate il 28 dicembre, quando commercianti e piccoli imprenditori sono scesi in strada contro il deprezzamento della moneta. In pochi giorni, studenti universitari e giovani delle periferie hanno ampliato le rivendicazioni, trasformandole in una contestazione diretta del sistema teocratico.
Voci dalla piazza: disperazione e rabbia
Dalle testimonianze raccolte emerge un sentimento comune di disperazione profonda. Molti manifestanti parlano di sogni infranti, assenza di prospettive e mancanza di libertà.
Una giovane donna di Teheran descrive una vita “sospesa”, senza possibilità di costruire un futuro. Un’altra afferma di protestare perché “la nostra voce è l’unica arma che ci resta”.
Significativa anche la partecipazione di giovani provenienti da famiglie legate all’apparato statale, segno di fratture interne sempre più evidenti.
Un confronto con il passato
Queste proteste sono considerate le più estese dal movimento del 2022, nato dopo la morte di Mahsa Amini, e tra le più rilevanti dalla rivolta del 2009 seguita alle elezioni presidenziali contestate.
Il loro esito resta incerto, ma la portata geografica, la durata e il livello di sfida al potere indicano una crisi strutturale che va oltre la contingenza economica.
Conclusione
L’Iran si trova di fronte a uno dei momenti più delicati della sua storia recente. La combinazione di crisi economica, repressione politica e mobilitazione popolare diffusa sta mettendo sotto pressione un sistema che appare sempre più fragile. Le prossime settimane saranno decisive per capire se il regime riuscirà a contenere l’ondata di proteste o se il Paese entrerà in una nuova fase di profonda trasformazione.

