La Russia accelera verso il “Grande Firewall” e stringe la morsa su WhatsApp

Il controllo statale della rete si rafforza: tra sicurezza, guerra e propaganda, Mosca spinge i cittadini verso piattaforme digitali nazionali+

La Federazione Russa procede a passo spedito verso un modello di controllo di Internet sempre più simile a quello cinese. Il progressivo rallentamento e la possibile messa al bando di WhatsApp rappresentano l’ennesimo tassello di una strategia che mira a ridisegnare lo spazio digitale del Paese, limitando l’influenza delle piattaforme occidentali e rafforzando il controllo statale sulle comunicazioni online.


Un progetto di lunga durata: la “sovranità digitale” russa

Negli ultimi anni, e con una forte accelerazione dopo l’inizio della guerra in Ucraina, il Cremlino ha promosso con insistenza il concetto di “sovranità digitale”, presentandolo come una necessità strategica. Ufficialmente, l’obiettivo dichiarato è proteggere la sicurezza nazionale, contrastare la disinformazione e difendere i cittadini da minacce esterne. Nei fatti, però, il processo si traduce in un controllo sempre più capillare dell’ecosistema Internet.

L’ispirazione è evidente: la Cina e il suo sistema di filtraggio e censura della rete, noto a livello globale come Grande Firewall, rappresentano un modello di riferimento. Anche in Russia si assiste a una combinazione di blocchi selettivi, rallentamenti tecnici e pressioni normative che rendono l’uso delle piattaforme straniere sempre più difficile.


WhatsApp nel mirino: da strumento quotidiano a bersaglio politico

Con quasi 100 milioni di utenti, WhatsApp è da anni uno degli strumenti di comunicazione più diffusi nel Paese. Dalle chat familiari ai gruppi di lavoro, fino alle comunicazioni scolastiche, l’app è profondamente radicata nella vita quotidiana dei cittadini russi. Proprio questa diffusione capillare la rende oggi un bersaglio sensibile.

Negli ultimi mesi, gli utenti hanno sperimentato limitazioni crescenti:

  • Chiamate vocali e video fortemente compromesse, se non del tutto inutilizzabili.

  • Difficoltà nell’invio di foto e video, soprattutto a partire dalla fine di novembre.

  • Rallentamenti della velocità di rete fino all’80%, che rendono l’app quasi impraticabile su molti dispositivi mobili.

In molti casi, l’unica alternativa rimasta è l’utilizzo di WhatsApp Web su computer, soluzione che però riduce drasticamente l’accessibilità del servizio.

Il ruolo di Roskomnadzor e la pressione normativa

Al centro di questa strategia c’è Roskomnadzor, l’autorità federale per le comunicazioni. L’ente ha iniziato a limitare il funzionamento di WhatsApp già dall’estate e ha recentemente ribadito che, in assenza di un pieno rispetto della legislazione russa, il servizio potrebbe essere completamente bloccato.

Secondo le autorità, le piattaforme occidentali:

  • Non collaborerebbero adeguatamente con le forze di sicurezza.

  • Rifiuterebbero di localizzare i dati degli utenti sul territorio russo.

  • Ignorerebbero richieste di rimozione di contenuti ritenuti illegali.

Queste motivazioni vengono presentate come puramente tecniche e giuridiche, ma si inseriscono in un contesto politico molto più ampio.


La guerra, la “quinta colonna” e il controllo dell’informazione

La guerra in Ucraina ha fornito al Cremlino una cornice narrativa potente. La lotta contro una presunta “quinta colonna” interna, accusata di minare l’unità del Paese, giustifica misure eccezionali anche nel dominio digitale. Internet e le app di messaggistica sono considerate canali potenzialmente pericolosi, capaci di diffondere contenuti critici o versioni alternative degli eventi.

In questo quadro, il presidente Vladimir Putin ha più volte adottato una linea dura contro le grandi aziende tecnologiche straniere, arrivando a invitarle apertamente a essere “strangolate” se non rispettano le regole imposte da Mosca.


Truffe, terrorismo e sicurezza: le giustificazioni ufficiali

Le autorità russe indicano due principali argomentazioni per giustificare la stretta su WhatsApp e su altre app occidentali:

  1. L’uso delle piattaforme da parte di terroristi per comunicare, reclutare e pianificare attacchi.

  2. L’aumento delle truffe online, spesso multimilionarie, che colpiscono in particolare le fasce più anziane della popolazione.

Secondo le istituzioni, il rallentamento di servizi come WhatsApp e Telegram avrebbe già contribuito a ridurre il numero di frodi, un fenomeno che genera perdite economiche enormi e coinvolge centinaia di migliaia di persone ogni anno.


Meta e la frattura con l’Occidente digitale

Un ulteriore elemento di tensione riguarda la proprietà di WhatsApp. La società madre, Meta, è stata classificata in Russia come organizzazione estremista, una definizione che ha già portato al blocco di Facebook e Instagram. Questo status giuridico rende il futuro di WhatsApp ancora più incerto e rafforza l’idea di una separazione strutturale tra l’Internet russo e quello occidentale.


Le alternative nazionali e la spinta verso un ecosistema chiuso

Parallelamente alle restrizioni, il governo promuove attivamente applicazioni nazionali. Tra queste spicca Max, piattaforma ispirata al modello di WeChat, che avrebbe già raggiunto decine di milioni di utenti. La strategia è chiara: rendere le app straniere inaffidabili o inutilizzabili e indirizzare gradualmente i cittadini verso servizi controllati internamente.

Questo approccio consente:

  • Maggiore accesso ai dati da parte dello Stato.

  • Applicazione immediata delle leggi nazionali.

  • Riduzione della dipendenza tecnologica dall’estero.


Verso il 2026: lo scenario possibile

Secondo diversi osservatori del settore, il blocco totale di WhatsApp potrebbe diventare realtà entro l’inizio del 2026. Un passaggio che segnerebbe un ulteriore avanzamento verso un Internet frammentato, dove l’accesso alle informazioni e agli strumenti di comunicazione dipende sempre più dai confini nazionali.

La Russia si avvia così verso un modello in cui la rete non è più uno spazio globale, ma un’infrastruttura strategica sotto stretto controllo politico. Un cambiamento profondo, destinato a incidere non solo sulla tecnologia, ma anche sulla vita sociale, economica e culturale del Paese.