Trump annuncia dazi contro le produzioni fuori dagli USA: media e streaming sotto pressione
Una nuova offensiva commerciale scuote l’industria dell’intrattenimento statunitense: il presidente Trump impone dazi del 100% sui film prodotti all’estero, colpendo duramente colossi come Netflix e Disney e gettando nell’incertezza l’intero comparto audiovisivo.
La nuova guerra commerciale colpisce anche il cinema
Con un post pubblicato sulla piattaforma Truth Social, Donald Trump ha annunciato l’introduzione immediata di tariffe del 100% su tutti i film prodotti al di fuori degli Stati Uniti. Un colpo a sorpresa che amplia il raggio d’azione della politica protezionista dell’ex presidente, includendo questa volta anche l’industria culturale e dell’intrattenimento. La reazione dei mercati è stata immediata: le azioni di Netflix sono crollate del 5% nel pre-market di lunedì mattina, mentre Disney ha perso il 2%, proprio alla vigilia della pubblicazione dei dati trimestrali.
Questa mossa, apparentemente mirata a rilanciare le produzioni nazionali, rappresenta un cambio di rotta drastico per un settore che negli ultimi decenni si è sempre più affidato a co-produzioni internazionali e lavorazioni all’estero, dove incentivi fiscali e costi più contenuti hanno favorito l’espansione globale dell’industria.
Il bersaglio: incentivi esteri e delocalizzazione creativa
Nel suo messaggio, Trump ha accusato esplicitamente i Paesi che offrono incentivi fiscali per attirare produzioni cinematografiche statunitensi, definendoli una “minaccia alla sicurezza nazionale”. Il riferimento principale sembra essere al Canada e al Regno Unito, due destinazioni ormai standard per molte grandi produzioni americane, ma anche all’Australia, Nuova Zelanda e diversi Paesi europei.
“Hollywood sta morendo a una velocità impressionante. Altri Paesi offrono ogni tipo di incentivo per sottrarre i nostri registi e i nostri studi. Hollywood e molte altre aree degli Stati Uniti stanno venendo devastate”, ha scritto l’ex presidente.
Concludendo il suo post con lo slogan “Vogliamo film fatti in America, di nuovo!”, Trump ha rilanciato una visione fortemente nazionalista della produzione culturale, in linea con la sua retorica politica. Tuttavia, l’annuncio non è accompagnato da una chiara definizione normativa su cosa verrà tassato, né da un calendario operativo preciso.
Nessun dettaglio su come verranno applicate le tariffe
Il provvedimento, oltre che improvviso, appare vago nei contorni tecnici. Non è chiaro se le tariffe si applicheranno ai soli film importati per la distribuzione sul territorio americano, oppure se coinvolgeranno anche i contenuti creati da aziende statunitensi ma realizzati fisicamente in studi esteri. Nel contesto attuale, in cui molte produzioni sono ibridi internazionali con personale e location distribuiti in più Paesi, l’applicazione della tariffa potrebbe rivelarsi estremamente complessa.
Gli esperti legali avvertono inoltre che tassare contenuti immateriali come i film e le serie tv solleva dubbi di compatibilità con gli accordi commerciali internazionali, tra cui quelli in seno all’Organizzazione Mondiale del Commercio. Senza contare il rischio concreto di contenziosi tra il governo federale e i colossi dell’entertainment.
Le piattaforme di streaming sono le più esposte
L’industria dello streaming globale è uno dei segmenti più vulnerabili alla nuova misura. Netflix, ad esempio, ha costruito gran parte del suo successo internazionale su una strategia produttiva decentralizzata, con hub creativi in Regno Unito, Spagna, Corea del Sud, Canada e Germania. Le produzioni non statunitensi costituiscono una quota significativa del catalogo e rappresentano un asset fondamentale per il posizionamento competitivo della piattaforma nei mercati internazionali.
Un eventuale dazio su questi contenuti potrebbe comportare:
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Un aumento dei costi operativi e logistici
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Un calo dell’offerta internazionale per gli utenti USA
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La necessità di ristrutturare i piani di produzione e distribuzione
Anche Disney, benché più radicata negli Stati Uniti rispetto ad altri operatori, affida una parte consistente della sua produzione – in particolare per le piattaforme Disney+ e Hulu – a studi esterni, tra cui quelli australiani e britannici. Il nuovo contesto normativo potrebbe costringere la major a rivedere le sue strategie a medio termine, con effetti sull’occupazione e sulla tempistica delle uscite.
Le reazioni dell’industria: per ora silenzio, ma cresce la tensione
Al momento, né Netflix né Disney hanno rilasciato dichiarazioni ufficiali in merito alla decisione del presidente. Tuttavia, fonti vicine al settore parlano di incredulità e preoccupazione tra i dirigenti dei principali studi. In assenza di linee guida chiare, le aziende si stanno preparando a valutare eventuali ricorsi legali e a rinegoziare contratti già firmati per produzioni internazionali.
Il clima di incertezza potrebbe avere un effetto domino anche su altri segmenti dell’economia creativa, come le piattaforme indipendenti, i festival internazionali e le agenzie di distribuzione. Senza contare la possibilità che altri Paesi rispondano con misure simmetriche, colpendo le esportazioni culturali statunitensi o imponendo restrizioni di mercato.
Un settore in attivo che rischia il blocco
Il paradosso evidenziato da molti osservatori è che l’industria cinematografica statunitense è una delle poche con un saldo commerciale positivo in quasi tutti i mercati del mondo. Secondo i dati più recenti, i contenuti audiovisivi made in USA generano entrate superiori alle importazioni in ogni area geografica rilevante, costituendo un motore economico, oltre che culturale, fondamentale per gli Stati Uniti.
Colpire un comparto che esporta successo e occupazione potrebbe quindi rivelarsi un boomerang economico e strategico, riducendo l’influenza globale del cinema americano proprio mentre nuove potenze culturali, come la Corea del Sud o l’India, stanno guadagnando terreno.
Politica, propaganda e Hollywood come campo di battaglia
Infine, molti analisti leggono questa mossa come parte di una strategia politica in vista delle prossime elezioni presidenziali. Attaccare Hollywood consente a Trump di rafforzare il suo legame con l’elettorato più conservatore, spesso critico nei confronti dell’industria dell’intrattenimento, percepita come liberal e distante dai valori “tradizionali” americani.
Il cinema e la televisione diventano così non solo terreno economico ma anche simbolico di una battaglia identitaria, in cui la produzione culturale viene trasformata in strumento di politica interna.

