Stati Uniti, scattano i nuovi dazi di Trump su decine di Paesi

In vigore dal 7 agosto le nuove tariffe all’importazione: colpiti Ue, Giappone, Corea del Sud e Brasile. Esenzioni per chi investe negli Usa. Intanto la riforma fiscale libera liquidità per le grandi aziende

Dalla mezzanotte di Washington del 7 agosto 2025, gli Stati Uniti hanno attivato una nuova ondata di dazi commerciali verso decine di Paesi. La misura, fortemente voluta da Donald Trump, prevede tariffe fino al 100% su alcuni beni strategici, in particolare i semiconduttori. Parallelamente, la nuova riforma fiscale firmata dall’amministrazione americana ha iniziato a generare liquidità record per le grandi aziende statunitensi.

Una nuova stagione di protezionismo economico

Con un messaggio pubblicato nella notte sulla piattaforma Truth Social, il presidente americano Donald Trump ha ufficializzato l’entrata in vigore delle nuove tariffe doganali:

Il post, scritto in lettere maiuscole, sottolinea la retorica del presidente: “Miliardi di dollari in dazi stanno ora affluendo negli Stati Uniti d’America”, a indicare un cambio netto nella politica commerciale del Paese. I nuovi dazi sono entrati in vigore alle 00:00 del 7 agosto, corrispondenti alle ore 6:00 del mattino italiane.

Chi è colpito e quali sono le tariffe

I dazi colpiscono una vasta gamma di Paesi esportatori, tra cui:

  • Unione Europea

  • Giappone

  • Corea del Sud

  • India

  • Vietnam

  • Messico

  • Brasile (con aliquota al 50%)

  • Laos e Myanmar (fino al 40%)

Le nuove tariffe oscillano tra il 15% e il 41%, a seconda del Paese e del tipo di prodotto, sostituendo in molti casi il precedente tasso uniforme del 10%. Alcuni Stati, considerati “non cooperativi” in materia di investimenti industriali, sono soggetti a livelli anche superiori.

Focus sui semiconduttori: dazio al 100%, ma con eccezioni

La misura più simbolica riguarda i semiconduttori: è previsto un dazio del 100% su chip e componenti elettronici importati, con una clausola di esenzione per le aziende che realizzeranno investimenti diretti negli Stati Uniti.

Tra i gruppi che hanno già annunciato piani di investimento per beneficiare delle esenzioni ci sono:

  • Apple, con un piano da 100 miliardi di dollari per la costruzione di un nuovo polo produttivo in Texas

  • Samsung, che ha confermato l’espansione dei suoi impianti in Arizona

  • TSMC, attiva nella costruzione di una seconda fonderia negli USA

L’obiettivo è chiaro: rilocalizzare parte della produzione strategica e ridurre la dipendenza da fornitori asiatici.


“One Big Beautiful Bill”: la riforma fiscale che libera miliardi

In parallelo all’offensiva commerciale, l’amministrazione Trump ha attivato una profonda riforma fiscale, già ribattezzata dai media statunitensi come “One Big Beautiful Bill”. Approvata nel giugno 2025, la riforma contiene misure in grado di generare forti risparmi fiscali per le imprese.

Tra le novità principali:

  • Full expensing per nuovi investimenti in beni capitali

  • Bonus depreciation al 100%

  • Deducibilità potenziata degli interessi passivi

  • Riduzione dell’aliquota fiscale effettiva sulle attività manifatturiere

Secondo le prime analisi, la riforma ha già iniziato a produrre un’ondata di liquidità a favore delle multinazionali americane.

I principali beneficiari della riforma

Diversi colossi industriali e tecnologici stanno beneficiando in maniera significativa delle nuove norme:

  • Amazon: risparmio fiscale stimato in 15,7 miliardi di dollari (pari al 43% del suo free cash flow)

  • Meta: circa 11 miliardi di risparmi (31% del free cash flow)

  • AT&T: tra 1,5 e 2 miliardi di risparmi nel 2025, con proiezioni in crescita fino a 3 miliardi nei due anni successivi

  • General Electric, Ford, Intel e altre aziende manifatturiere segnalano un impatto positivo già nel secondo trimestre

Secondo gli analisti, le aziende dell’indice S&P 500 potrebbero accumulare complessivamente oltre 148 miliardi di dollari di risparmi fiscali entro la fine del 2025, circa l’8,5% del loro flusso di cassa disponibile.


Una strategia economica elettorale

L’avvio simultaneo dei nuovi dazi commerciali e della riforma fiscale non è casuale. Con le elezioni presidenziali del novembre 2025 all’orizzonte, Trump punta a consolidare il sostegno degli industriali e delle classi lavoratrici, rafforzando la retorica del “Make America Great Again” anche sul fronte economico.

I dazi, presentati come un ritorno alla sovranità industriale americana, si accompagnano a politiche che rendono più vantaggioso produrre e investire all’interno degli Stati Uniti. In questa cornice, anche le aziende straniere sono incentivate a stabilire impianti sul suolo americano per evitare le nuove tariffe.


Le reazioni internazionali

Le reazioni non si sono fatte attendere. L’Unione Europea ha convocato un vertice straordinario per valutare possibili contromisure, mentre il Giappone ha espresso “forte preoccupazione” per l’impatto sui flussi commerciali bilaterali. Brasile e Vietnam, tra i più colpiti, hanno chiesto consultazioni urgenti in sede WTO.

Nel frattempo, i mercati finanziari hanno reagito con volatilità: l’indice Nasdaq ha perso oltre il 2% nella giornata del 6 agosto, penalizzato dai titoli tecnologici esposti all’import di componentistica asiatica.


Le prospettive

Con le nuove misure, Trump rilancia una visione fortemente nazionalista dell’economia americana, fondata su:

  • Barriere doganali selettive

  • Incentivi agli investimenti interni

  • Sgravi fiscali per le imprese nazionali

Tuttavia, restano aperti diversi interrogativi:

  • Quanto durerà l’effetto positivo sui flussi di cassa aziendali?

  • Quali saranno le conseguenze sui prezzi al consumo?

  • Come reagiranno le economie partner e le istituzioni multilaterali?

Mentre il dibattito si intensifica, una cosa è certa: gli Stati Uniti stanno entrando in una nuova fase di protezionismo strategico, con forti ripercussioni sull’economia globale.