Salari reali in caduta libera: Italia fanalino di coda Ocse

Uno studio Ocse mette in evidenza un calo del 7,5% tra il 2021 e l’inizio del 2025, il peggior risultato tra le grandi economie avanzate.

Un’analisi impietosa: secondo l’Employment Outlook 2025 dell’Ocse, l’Italia ha registrato tra la fine del 2021 e l’inizio del 2025 un crollo del 7,5% dei salari reali, ovvero il potere d’acquisto al netto dell’inflazione. Questo dato rappresenta il peggior risultato tra tutte le principali economie avanzate.


Una tendenza che parte da lontano

Il rapporto Ocse evidenzia che, sebbene in molti Paesi i salari reali abbiano ripreso a crescere, in 18 economie membri – tra cui l’Italia – i livelli restano ancora inferiori a quelli del primo trimestre del 2021. Il caso italiano è il più grave, con un calo del 7,5%, mentre in altre economie avanzate – come Spagna, Australia o Regno Unito – la contrazione si è fermata intorno al 3‑4%.

La dinamica salariale negativa non è imputabile a un singolo fattore, ma è il risultato di una serie di elementi strutturali e congiunturali che si sono sovrapposti negli ultimi anni.


Le cause del crollo

1. Impatto dell’inflazione
A partire dal 2021, l’inflazione ha colpito duramente le economie occidentali, con un picco tra il 2022 e il 2023 dovuto all’impennata dei prezzi energetici e alimentari. In Italia, l’incremento dei prezzi ha superato costantemente la crescita dei salari nominali, portando a un’erosione del potere d’acquisto.

2. Ritardo nei rinnovi contrattuali
Nonostante un certo dinamismo nella contrattazione collettiva, circa un terzo dei dipendenti del settore privato risulta ancora coperto da contratti scaduti. Questo rallenta gli adeguamenti salariali e lascia ampie fasce della forza lavoro senza protezione rispetto all’inflazione.

3. Produttività stagnante
L’Italia soffre da decenni di una bassa crescita della produttività del lavoro, tra le peggiori in Europa. Ciò limita la capacità delle imprese di sostenere aumenti salariali, soprattutto nei settori a basso valore aggiunto.

4. Cuneo fiscale elevato
Un altro fattore critico è rappresentato dal peso delle imposte sul lavoro, che riduce la competitività salariale e scoraggia gli aumenti netti. Malgrado alcuni interventi governativi, il cuneo fiscale resta tra i più alti dell’area Ocse.


Le proiezioni per il biennio 2025–2026

Secondo le stime Ocse:

  • I salari nominali in Italia dovrebbero crescere del 2,6% nel 2025 e del 2,2% nel 2026

  • L’inflazione è prevista in rallentamento: 2,2% nel 2025 e 1,8% nel 2026

Il potere d’acquisto tornerà quindi a salire, ma a ritmi contenuti, troppo lenti per colmare il gap accumulato nel periodo 2021–2024. La conseguenza è una progressiva perdita di benessere per famiglie e lavoratori, che potrebbe riflettersi anche sulla domanda interna e sulla coesione sociale.


Il confronto con gli altri Paesi Ocse

Paese Variazione salari reali 2021–2025
Italia –7,5%
Spagna –3,8%
Australia –3,5%
Francia –2,1%
Germania –1,8%
Media Ocse +2,5% annuo

Questo quadro mette in luce l’anomalia italiana, unica tra le grandi economie a combinare alta inflazione, salari stagnanti e scarsa produttività in un mix esplosivo.


Le reazioni politiche

Il tema è immediatamente diventato terreno di scontro tra governo e opposizioni. Queste ultime accusano l’esecutivo di aver favorito l’impoverimento della classe media e dei lavoratori, sottolineando l’assenza di una politica efficace sul fronte salariale.

Il governo, dal canto suo, rivendica misure a sostegno del reddito come i tagli al cuneo fiscale, il rafforzamento dei bonus contro il caro-vita e l’aumento delle pensioni minime. Tuttavia, queste iniziative hanno un impatto limitato e temporaneo rispetto a una dinamica salariale negativa strutturale.


Cosa fare per invertire la rotta?

1. Accelerare i rinnovi contrattuali
È urgente sbloccare i contratti scaduti e garantire tempi certi nei tavoli di contrattazione collettiva, con clausole di adeguamento all’inflazione.

2. Incentivare la produttività
Serve un piano industriale che punti su tecnologia, digitalizzazione e formazione continua, per rilanciare il valore del lavoro.

3. Ridurre il cuneo fiscale
Una revisione strutturale della fiscalità sul lavoro è necessaria per aumentare il salario netto senza gravare sulle imprese.

4. Sostenere la contrattazione di secondo livello
Attraverso incentivi mirati, è possibile favorire la partecipazione dei lavoratori ai risultati aziendali, stimolando meritocrazia e coesione interna.


La fotografia finale del mercato del lavoro italiano

Occupazione: in crescita, con un tasso di disoccupazione al 6,5% a maggio 2025, ancora sopra la media Ocse del 4,9%.
Salari: in caduta, con una perdita del 7,5% in termini reali.
Contratti: un terzo ancora da rinnovare.
Produttività: stagnante.
Cuneo fiscale: tra i più alti d’Europa.

Il quadro è complesso e richiede interventi coordinati, ma soprattutto una visione di medio-lungo periodo, che metta al centro la valorizzazione del lavoro.