Il presidente della Federal Reserve segnala la possibilità di una riduzione dei tassi già a settembre, mentre preoccupano gli effetti delle tariffe e un mercato del lavoro meno dinamico
Jerome Powell ha aperto alla possibilità di un taglio dei tassi d’interesse già dalla prossima riunione di settembre, evidenziando segnali crescenti di rallentamento nel mercato del lavoro e l’accumulo degli effetti inflazionistici dovuti ai dazi. Una svolta importante nella postura della Federal Reserve, finora prudente sul fronte dell’allentamento monetario.
Il quadro si complica: tra inflazione da tariffe e segnali dal mercato del lavoro
Durante il simposio di Jackson Hole, l’annuale conferenza organizzata dalla Federal Reserve di Kansas City, Jerome Powell ha parlato di un contesto economico in cui “l’equilibrio dei rischi sembra essersi spostato”. Fino a pochi mesi fa, il mercato del lavoro veniva considerato il pilastro della resilienza economica statunitense. Oggi, invece, Powell riconosce che la situazione è cambiata: «è un equilibrio curioso», ha dichiarato, «frutto di un marcato rallentamento sia dell’offerta che della domanda di lavoro».
Questo scenario, ha aggiunto, aumenta il rischio di un deterioramento rapido, che potrebbe manifestarsi con un’impennata dei licenziamenti o un incremento improvviso della disoccupazione.
Parallelamente, la Fed deve far fronte a un’altra fonte di incertezza: l’effetto cumulativo dei dazi commerciali, introdotti nei mesi scorsi in risposta a tensioni geopolitiche e squilibri strutturali della bilancia commerciale statunitense. Powell ha ammesso che gli aumenti dei prezzi sui beni al consumo sono ormai chiaramente visibili, ma ha anche lasciato intendere che questi effetti potrebbero rivelarsi temporanei, a patto che non si traducano in aspettative inflazionistiche più durature.
Tassi meno restrittivi, ma cautela sulla traiettoria
Powell ha ricordato che i tassi d’interesse sono già inferiori di un punto percentuale rispetto a un anno fa, una dinamica che rende la politica monetaria attuale meno restrittiva rispetto al passato. Tuttavia, ha precisato che questa condizione non equivale a una politica espansiva, ma offre margini per “procedere con cautela” e intervenire se le condizioni lo richiederanno.
Il punto centrale del discorso è proprio questa flessibilità: la Fed si dice pronta ad agire, ma senza impegni vincolanti, in un quadro ancora incerto. «La combinazione tra una politica monetaria ancora restrittiva e un’economia in mutamento può rendere necessaria una revisione del nostro approccio», ha affermato Powell, aprendo formalmente all’ipotesi di un taglio dei tassi già nella riunione del 17-18 settembre.
I dazi e l’ombra dell’inflazione
Uno degli aspetti più delicati riguarda gli effetti dei dazi sull’inflazione. Powell ha spiegato che l’aumento dei prezzi non avviene “tutto in una volta”, ma si diffonde lungo le catene del valore, colpendo in modo graduale ma persistente i settori della produzione e della distribuzione.
A preoccupare la Fed è la possibilità che questi aumenti, anche se inizialmente contenuti, possano innescare una spirale salari-prezzi, nel caso in cui i lavoratori cerchino aumenti salariali per compensare la perdita del potere d’acquisto. Tuttavia, secondo Powell, questo scenario non appare probabile, in quanto “il mercato del lavoro non è particolarmente teso” e le aziende non mostrano segnali di forte pressione salariale.
Le aspettative dei mercati: taglio a settembre sempre più probabile
Le parole di Powell sono state accolte con attenzione dai mercati finanziari, che hanno subito reagito positivamente. L’indice S&P 500 ha registrato un rimbalzo dopo il discorso, mentre i rendimenti dei Treasury sono calati, segnalando un incremento delle aspettative di taglio dei tassi.
Secondo le proiezioni più recenti del CME FedWatch Tool, la probabilità di un taglio a settembre si è attestata tra il 72% e il 91%, a seconda delle simulazioni. JPMorgan ha aggiornato le proprie previsioni, stimando addirittura quattro tagli consecutivi da settembre in poi, in linea con un orientamento più accomodante da parte della Fed.
Anche altri osservatori hanno interpretato il discorso di Powell come un segnale forte ma non definitivo. Le parole chiave sono state “cautela” e “prontezza”: la banca centrale americana vuole mantenere la flessibilità necessaria per reagire a un contesto in rapida evoluzione, senza alimentare aspettative eccessive.
Un passaggio politico e istituzionale delicato
Non va dimenticato che Powell è a fine mandato: il suo incarico come presidente della Federal Reserve si concluderà a maggio 2026. Il suo discorso a Jackson Hole è stato anche un momento di bilancio e consolidamento del suo approccio, che ha cercato di bilanciare il rigore anti-inflazionistico con una crescente attenzione agli effetti occupazionali della politica monetaria.
Le sue parole hanno ricevuto una standing ovation da parte di colleghi ed economisti, segno di un consenso diffuso almeno nel mondo accademico e tra gli addetti ai lavori. Tuttavia, non mancano le pressioni politiche: l’amministrazione Trump ha ripetutamente sollecitato la Fed ad adottare tagli più aggressivi, alimentando una tensione mai completamente sopita tra la Casa Bianca e l’istituzione monetaria.
Prossime tappe: occhi puntati su settembre
Con il prossimo meeting della Fed previsto per il 17-18 settembre, gli occhi di analisti e operatori sono ora puntati sui dati macroeconomici che usciranno nelle prossime settimane: in particolare sull’occupazione, sull’inflazione core e sull’indice dei prezzi al consumo.
La traiettoria futura della politica monetaria americana resta incerta, ma un elemento è chiaro: la Fed è pronta ad agire, e l’opzione di un taglio dei tassi è ormai sul tavolo.
