Parla Emanuele Orsini, presidente di Confindustria: dalle stime di perdita fino alle proposte per contenere gli effetti sulle imprese e sul Pil
In un’intervista rilasciata al Corriere della Sera, il numero uno di Confindustria, Emanuele Orsini, lancia un allarme senza precedenti sui dazi Usa previsti al 10% nel 2026: un impatto reale del 23,5% sulle esportazioni italiane, con effetti potenzialmente devastanti su fatturato e occupazione. Nel panorama di tensioni commerciali internazionali, il presidente degli industriali delinea scenari, contromisure e strategie di diversificazione per difendere il tessuto produttivo nazionale.
Introduzione all’allarme dazi
Inquadramento dell’intervista e primo allarme di Confindustria
Nell’aprile 2025 gli Stati Uniti hanno confermato l’intenzione di applicare dazi commerciali sulle merci europee al 10% a partire dal 2026, mentre la minaccia di un aumento al 50% dal 9 luglio agita i mercati. Emanuele Orsini, presidente di Confindustria, sottolinea come l’entità dell’onere superi di gran lunga la semplice percentuale nominale: «Non stiamo parlando di dazi al 10%, ma di un impatto reale del 23,5% che tiene conto anche della svalutazione del dollaro del 13,5% dall’insediamento di Trump». Un prodotto che valeva 100 euro un anno fa rischia oggi di costare 123 euro all’acquirente statunitense.
L’impatto economico dei dazi
Perdite stimate in export e posti di lavoro secondo Orsini
Secondo i dati elaborati da Confindustria, con dazi al 10% nel 2026 l’Italia rischia di perdere 20 miliardi di euro di esportazioni e 118.000 posti di lavoro tra filiere dirette e indotte. Considerata la quota dell’export italiano rivolta agli USA, pari a 70,16 miliardi di dollari nel 2024, l’industria nazionale potrebbe subire una contrazione del fatturato che si ripercuoterebbe su tutto il sistema Paese, con effetti sui tassi di crescita e sulla domanda interna.
Implicazioni settoriali
Effetti sui comparti automotive, chimica e agroalimentare
Tra i settori più esposti figurano l’automotive, la chimica e l’agroalimentare. Per l’automotive, già penalizzato da scelte regolatorie sul motore endotermico e dalle sanzioni sul CO₂, i dazi Usa del 25% sulle vetture – imposti dal Section 232 – hanno contribuito a un calo produttivo del 43% in Italia nel 2024, con appena 310.000 auto assemblate. Anche i comparti della chimica e dell’alluminio risentirebbero dei dazi al 10% sull’alluminio e al 25% sull’acciaio, in vigore dal 2018 per motivi di sicurezza nazionale secondo il Section 232 della Trade Expansion Act.
Strategie di risposta
Le proposte europee di compensazione e leva fiscale
Per attenuare i contraccolpi, Orsini propone di utilizzare leve fiscali come moneta di scambio: in primis la sospensione della global minimum tax al 15% per le imprese Usa, in cambio di impegni concreti su dazi e acquisti militari (80% degli ordini di Difesa in Ue acquistati negli Stati Uniti). Inoltre, la Commissione potrebbe garantire esenzioni sui dazi al di sotto di determinate soglie e utilizzare fondi di compensazione per le aziende più colpite dal rialzo dei costi di approvvigionamento.
Apertura verso nuovi mercati
Il piano di Bruxelles per l’accordo con il Mercosur
Nel breve-medio termine, l’Unione europea punta a diversificare i partner commerciali attraverso la ratifica dell’accordo con il Mercosur (Argentina, Brasile, Paraguay, Uruguay). Orsini stima che un’intesa bilaterale potrebbe generare tra 4,5 e 7 miliardi di euro di export aggiuntivo, rappresentando un primo contrappeso ai 20 miliardi di mancati ricavi verso gli Usa. Resta però il nodo delle barriere non tariffarie nel settore agroalimentare e delle contestazioni sulle regole sanitarie.
Il fattore cambio
Come la debolezza del dollaro amplifica i dazi
La caduta del dollaro, che nel 2025 ha perso il 10% rispetto al picco storico del 1973, aggrava l’effetto punitivo dei dazi su merci e servizi europei, aumentando il differenziale di prezzo per l’acquirente Usa. Una valuta debole, unita alla politica di rialzo dei tassi della Fed, rende meno competitivi i prodotti Made in Italy, obbligando le imprese a rivedere prezzi e strategie di penetrazione dei mercati.
Politiche europee e decarbonizzazione
Energia, ETS e Cbam nelle scelte industriali
Nel contesto della transizione verde, Bruxelles ha introdotto strumenti come l’ETS (Emissions Trading System) e il CBAM (Carbon Border Adjustment Mechanism), la cui applicazione comporta costi aggiuntivi per le filiere energivore. Orsini avverte che, senza misure di disaccoppiamento, riserve di idroelettrico a prezzo calmierato e incentivi al nucleare, i costi energetici in Italia rimarranno superiori rispetto ai concorrenti europei, erodendo ulteriormente la competitività post-dazi.
Conclusione
Prospettive future e possibili scenari del conflitto commerciale
Di fronte all’incertezza delle politiche americane e al rischio di un’escalation dei dazi, Italia ed Europa devono coniugare misure di emergenza – leve fiscali e fondi di compensazione – con strategie di lungo termine volte alla diversificazione dei mercati e a una politica energetica sostenibile. Solo così il sistema industriale potrà preservare occupazione, export e valore aggiunto, mitigando gli effetti di una guerra commerciale che rischia di compromettere la ripresa post-pandemica.

