Dietro i raid congiunti di Washington e Tel Aviv si nasconde una partita geopolitica ed economica che riguarda il controllo del petrolio mondiale, il contenimento della Cina e il futuro della Nuova Via della Seta
Il 28 febbraio 2026 gli Stati Uniti e Israele hanno lanciato l’operazione “Roaring Lion”, una massiccia offensiva congiunta contro l’Iran con decine di attacchi aerei e navali. La motivazione ufficiale è il programma nucleare di Teheran, già parzialmente colpito durante la cosiddetta “Guerra dei 12 Giorni” del giugno 2025. Ma le ragioni profonde di questo nuovo conflitto affondano le radici in una partita economica e geopolitica di proporzioni globali, che ruota attorno a tre assi fondamentali: il controllo dello Stretto di Hormuz, il contenimento dell’espansione cinese e il ruolo dell’Iran nella Nuova Via della Seta.
Lo Stretto di Hormuz: il vero premio in palio
Chi controlla lo Stretto di Hormuz controlla l’economia mondiale. Non è un’esagerazione: attraverso questo corridoio marino largo appena 33 chilometri al punto più stretto transitano ogni giorno circa 20 milioni di barili di petrolio, pari a circa il 20% di tutti i rifornimenti energetici globali. Nel 2025, secondo i dati della società di analisi energetica Kpler, il flusso giornaliero ha superato i 14 milioni di barili al giorno, ovvero un terzo di tutte le esportazioni mondiali di greggio via mare.
L’Iran condivide con Oman le acque dello Stretto, e per decenni ha utilizzato la minaccia di chiuderlo come principale leva deterrente nei confronti degli Stati Uniti e dei paesi del Golfo. Questa carta strategica — mine, missili, droni, molestie alle petroliere — rappresenta la risposta asimmetrica iraniana alla superiorità militare americana.
Secondo un’analisi del Center for Strategic and International Studies (CSIS), il vero obiettivo strategico americano non è tanto distruggere le centrali nucleari iraniane quanto “rendere Hormuz a prova di Iran”: neutralizzare la capacità di Teheran di minacciare o chiudere il corridoio energetico più importante del pianeta. Una volta raggiunto questo obiettivo, Washington si troverebbe di fatto a presidiare il principale snodo energetico tra il Golfo e l’Asia, con enormi implicazioni per la Cina.
I numeri rendono chiara la posta in gioco: circa il 75% del petrolio che transita per Hormuz è diretto verso i mercati asiatici — Cina, India, Giappone e Corea del Sud. La Cina da sola riceve attraverso questo stretto circa la metà delle proprie importazioni di greggio. Una chiusura prolungata del corridoio, secondo gli analisti, provocherebbe una recessione globale garantita: i prezzi del barile schizzerebbero oltre i 100 dollari, con effetti devastanti sull’inflazione in Europa e in tutto il mondo.
L’Iran come nodo della Nuova Via della Seta cinese
C’è un secondo livello di lettura che spiega perché l’attacco all’Iran sia, in realtà, anche un attacco alla Belt and Road Initiative (BRI) — la Nuova Via della Seta cinese — e al progetto di Pechino di ridisegnare le rotte commerciali globali.
Nel 2019 l’Iran ha aderito formalmente alla BRI. Due anni dopo, nel 2021, Cina e Iran hanno siglato un accordo di cooperazione economica della durata di 25 anni, stimato in 400 miliardi di dollari. Pechino ha impegnato circa 280 miliardi per sviluppare il settore energetico iraniano e altri 120 miliardi per infrastrutture di trasporto. In cambio, la Cina ottiene forniture di petrolio a prezzi scontati e l’inclusione dell’Iran come hub logistico nella rete ferroviaria transcontinentale.
Il ruolo dell’Iran nella BRI è cruciale: geograficamente, Teheran si trova all’incrocio tra il corridoio est-ovest (dalla Cina all’Europa via Asia Centrale) e il corridoio nord-sud (dall’Asia Centrale al Golfo e all’Oceano Indiano). I treni merci che già oggi collegano la città cinese di Xi’an al porto secco di Aprin, vicino a Teheran, percorrono la tratta in soli 15 giorni contro i 30 richiesti dalla tradizionale rotta marittima. La Exim Bank cinese ha finanziato con un prestito da 1,5 miliardi di dollari l’elettrificazione della linea ferroviaria Teheran-Mashhad, tassello chiave per connettere la rete cinese alla Turchia e all’Europa.
La destabilizzazione o il cambio di regime a Teheran minerebbe alle fondamenta questa architettura. Accordi firmati con il governo attuale potrebbero diventare carta straccia sotto un’amministrazione filo-occidentale. Come ha osservato un analista su Fanpage.it, è lo stesso meccanismo già visto in Venezuela: «Se un cambio di regime sostenuto dall’esterno può rendere revocabili accordi firmati con governi precedenti, l’intera architettura della proiezione economica cinese — dalla Belt and Road Initiative ai corridoi energetici — diventa strutturalmente vulnerabile».
Non a caso, nel 2025, la Cina ha investito nella BRI un record di 213 miliardi di dollari, in risposta al crescente isolamento economico imposto dagli Stati Uniti.
Il petrolio iraniano e la Cina
Sul piano energetico, il legame tra Iran e Cina è strettissimo. Le esportazioni di petrolio iraniano — circa 1,7 milioni di barili al giorno nella prima metà del 2025 — vanno per circa il 90% verso la Cina. Pechino è il principale acquirente del greggio iraniano, spesso acquistato in modo da aggirare le sanzioni americane attraverso intermediari e navi “fantasma”.
Privare la Cina di questa fonte energetica — o sostituire il governo di Teheran con uno più vicino all’Occidente — significherebbe colpire direttamente la sicurezza energetica cinese, già messa sotto pressione dalla guerra commerciale avviata da Trump. Gli USA, con il loro motto “All roads lead to China” (come ha osservato l’analista energetico Mukesh Sahdev nel podcast Gulf Intelligence), vedono nel controllo di Hormuz uno strumento di pressione strutturale su Pechino.
La risposta cinese all’offensiva è stata, almeno inizialmente, cauta: non esiste nella Shanghai Cooperation Organisation (SCO) un obbligo di difesa collettiva simile all’Articolo 5 della NATO. Le opzioni di Pechino sono intermedie — sostegno diplomatico, cooperazione energetica alternativa con Russia e paesi del Golfo, rafforzamento della presenza navale nell’Oceano Indiano — ma la posta in gioco è enorme.
L’Iran indebolito e il timing dell’attacco
Perché Trump ha agito proprio ora? Una parte della risposta è militare e politica: il regime degli ayatollah si presentava già gravemente indebolito al momento dell’attacco. A partire dalla fine del 2025 l’Iran è stato attraversato da una nuova ondata di proteste, inizialmente economiche (il rial aveva toccato nuovi minimi storici sul mercato parallelo) e poi trasformatesi in una contestazione politica più ampia. A ottobre 2025, una delle principali banche iraniane, Ayandeh Bank — legata alle élite del regime — era collassata, segnale di una crisi finanziaria sistemica. Il programma missilistico iraniano era già stato ridotto di circa un terzo dall’Operazione Martello di Mezzanotte del 2025.
C’è poi un fattore politico interno: secondo alcuni analisti, Trump si trovava in un momento di difficoltà domestica — una sconfitta alla Corte Suprema sulle tariffe — e la pressione per un’azione militare visibile e decisiva era alta. «Per un presidente il cui peggior insulto è ‘perdente’, un rovescio interno crea pressione per un’azione decisa altrove», scrive AGBI.
Le conseguenze economiche per l’Europa e l’Italia
Il conflitto ha effetti immediati sui mercati. Appena avviata l’operazione Roaring Lion, il prezzo del petrolio è balzato del 4% in apertura delle contrattazioni domenicali, per poi stabilizzarsi mentre i mercati attendevano di capire la portata della reazione iraniana. Gli analisti avvertono: se l’Iran dovesse chiudere anche parzialmente lo Stretto di Hormuz, il barile potrebbe superare i 100 dollari, con conseguenti shock su carburante, trasporti e inflazione globale.
Per l’Italia, le implicazioni sono particolarmente gravi: il Paese importa una quota significativa del proprio fabbisogno energetico dal Golfo, e il Canale di Suez — altra arteria critica della sua economia marittima — è direttamente esposto alle conseguenze di un’escalation nel Mar Rosso e nel Golfo Persico. La BCE, già alle prese con i residui dell’inflazione post-Covid, si troverebbe a fronteggiare uno shock da offerta energetica in un contesto di margini di manovra monetaria ridotti.
| Scenario | Prezzo petrolio stimato | Impatto globale |
|---|---|---|
| Tensioni attuali (senza chiusura Hormuz) | ~$75–80/barile | Mercati volatili, inflazione in risalita |
| Blocco parziale dello Stretto | ~$90–100/barile | Shock energetico, rallentamento economico globale |
| Chiusura prolungata di Hormuz | Oltre $100/barile | Recessione globale garantita |
| Italia (import dal Golfo) | Alta esposizione | Rischio aumento bollette e carburante |
La guerra come strumento di egemonia economica
Al di là delle giustificazioni ufficiali — il nucleare, la sicurezza di Israele, la repressione dei manifestanti — emerge con chiarezza come il conflitto con l’Iran si inserisca in una strategia più ampia di difesa dell’egemonia economica americana in un mondo multipolare sempre più competitivo.
Washington punta a:
- Controllare fisicamente lo Stretto di Hormuz, togliendo a Pechino la certezza di poter accedere al 50% del proprio greggio importato senza passare per un nodo presidiato dalla Marina americana.
- Destabilizzare un pilastro della BRI, rendendo strutturalmente vulnerabile la rete infrastrutturale cinese che punta a collegare Asia ed Europa per via terrestre, aggirando le rotte marittime dove la supremazia navale USA è incontestata.
- Erodere la fonte principale di petrolio scontato della Cina, che per anni ha aggirato le sanzioni importando greggio iraniano in modo parallelo.
Il tutto in un contesto geopolitico in cui la guerra commerciale tra USA e Cina è già in pieno svolgimento, e in cui ogni mossa militare in Medio Oriente ha riflessi immediati sugli equilibri economici globali.
