Export in ginocchio, dazi alle stelle: il prezzo dell’allineamento italiano a Trump

Le scelte di Roma rafforzano chi impone barriere commerciali: colpite migliaia di imprese italiane

Il crollo dell’export italiano verso gli Stati Uniti, precipitato del 21% solo nel mese di agosto, mette a nudo la fragilità del sistema industriale nazionale davanti a un governo che ha scelto la linea dell’allineamento ideologico anziché la difesa degli interessi economici del Paese. Le nuove tariffe imposte dagli USA colpiscono duramente le imprese italiane, mentre Roma, pur non direttamente protagonista della trattativa, ha legittimato politicamente l’accordo.


Il dato che preoccupa: ‑21% verso gli Stati Uniti

Ad agosto 2025, le esportazioni italiane verso gli Stati Uniti hanno subito una contrazione del 21,2% rispetto allo stesso mese dell’anno precedente. In parallelo, le importazioni dagli USA verso l’Italia sono aumentate del 68,5%, aggravando ulteriormente la bilancia commerciale. Un doppio colpo che certifica uno squilibrio crescente e potenzialmente strutturale.

Questo calo si inserisce in un contesto più ampio in cui le esportazioni italiane verso i Paesi extra UE sono diminuite del 7,7%, ma il dato americano è di gran lunga il più preoccupante. Gli Stati Uniti rappresentano infatti uno dei primi tre mercati di sbocco per il Made in Italy, soprattutto nei settori ad alto valore aggiunto: meccanica, moda, agroalimentare e arredo-design.


Dazi Usa e accordo sbilanciato

Il crollo dell’export italiano è riconducibile principalmente alle nuove misure protezionistiche introdotte dagli Stati Uniti, frutto di una rinegoziazione commerciale avvenuta a luglio tra Washington e Bruxelles.

L’intesa, formalmente siglata dall’Unione Europea, ha stabilito un tetto massimo del 15% sui dazi applicabili a una vasta gamma di prodotti europei. Tuttavia, l’accordo è stato giudicato da molti osservatori come squilibrato e favorevole agli interessi statunitensi:

  • non prevede contromisure equivalenti a tutela dei produttori europei;

  • l’Europa si è impegnata a garantire maggiori acquisti di energia americana;

  • nessuna clausola protettiva per i settori industriali più esposti, come il manifatturiero italiano;

  • mancanza di fondi compensativi immediati da parte della Commissione UE o degli Stati membri.

Il risultato è che mentre gli Stati Uniti riescono a ridurre le importazioni europee e a incrementare le proprie esportazioni, le imprese italiane subiscono una forte penalizzazione competitiva, con un impatto diretto su produzione, ordini e occupazione.


Il ruolo (passivo) del governo italiano

Sebbene l’accordo sia stato formalmente negoziato dall’Unione Europea, il governo italiano ha sostenuto e persino celebrato l’intesa.

Esponenti dell’esecutivo hanno parlato di “un’intesa sostenibile e positiva per l’Italia”, sottolineando l’importanza delle relazioni transatlantiche. Tuttavia, questa narrazione stride fortemente con la realtà dei numeri: il crollo dell’export e la crescita delle importazioni segnano una resa commerciale, non un successo.

L’allineamento politico dell’Italia con l’amministrazione Trump, rilanciato da più esponenti della maggioranza in funzione elettorale, ha contribuito a legittimare una posizione negoziale che penalizza gravemente il sistema produttivo italiano.

In altre parole, il governo ha rinunciato a difendere gli interessi delle proprie imprese, preferendo consolidare rapporti politici con Washington in una logica ideologica e identitaria, piuttosto che economica e pragmatica.


Le imprese italiane più esposte

Il prezzo più alto lo stanno pagando le imprese italiane, soprattutto le piccole e medie, che rappresentano la maggior parte delle esportazioni verso gli Stati Uniti. In particolare, i settori più colpiti sono:

  • Meccanica strumentale
    Aziende che producono impianti, macchinari industriali e attrezzature hanno visto i propri prodotti colpiti da dazi superiori al 10%, rendendoli meno competitivi sul mercato americano.

  • Sistema moda
    L’abbigliamento e gli accessori Made in Italy hanno subito un rallentamento marcato, complici sia i dazi che le incertezze logistiche e doganali.

  • Agroalimentare
    Prodotti a indicazione geografica protetta come formaggi, salumi e vini hanno subito barriere tariffarie e non tariffarie, rendendo più complicata la penetrazione commerciale.

  • Arredo e design
    Anche in questo settore strategico, l’Italia sta perdendo terreno a vantaggio di competitor meno esposti a dazi (come paesi asiatici o nordamericani).

Queste categorie non solo rappresentano l’eccellenza italiana nel mondo, ma trainano occupazione, innovazione e investimenti sul territorio nazionale. Il loro indebolimento rischia di avere ripercussioni sistemiche sull’economia.


Le conseguenze economiche per il Paese

Il crollo dell’export verso gli USA ha effetti moltiplicativi negativi sull’economia italiana:

  • Calo di fatturato per migliaia di aziende;

  • Tagli alla produzione e riduzione della capacità operativa;

  • Licenziamenti o blocco delle assunzioni, con impatto sul mercato del lavoro;

  • Perdita di quote di mercato internazionali difficili da recuperare;

  • Minor gettito fiscale da IVA e imposte sui redditi aziendali;

  • Aumento del rischio di recessione settoriale, soprattutto nelle aree più votate all’export come Emilia-Romagna, Veneto, Lombardia e Piemonte.


Le responsabilità del governo

In una fase così delicata, il governo italiano avrebbe potuto (e dovuto) agire in modo più incisivo:

  • Alzare la voce in sede europea, chiedendo clausole di salvaguardia o esclusioni mirate per alcuni settori strategici;

  • Pretendere contropartite per le imprese italiane maggiormente esposte;

  • Attivare subito un fondo compensativo nazionale, con contributi diretti, crediti d’imposta o garanzie pubbliche per sostenere le aziende colpite;

  • Sostenere la diversificazione dei mercati e l’accesso a nuove aree commerciali;

  • Agire diplomaticamente per correggere l’intesa, laddove gli effetti si stiano rivelando più gravi del previsto.

Invece, la risposta politica è stata debole, tardiva e ideologicamente orientata, più preoccupata di non compromettere l’asse con Trump che di tutelare la manifattura italiana.


Quali vie d’uscita?

La situazione è complessa ma non irreversibile. Le leve ancora disponibili includono:

  • Richiesta formale all’UE di revisione dell’accordo, sulla base di dati economici negativi;

  • Attivazione di strumenti anti-coercitivi, già previsti in sede europea, per riequilibrare il trattamento;

  • Fondo nazionale di sostegno all’export penalizzato, con criteri semplici e accessibili;

  • Promozione commerciale su mercati alternativi, attraverso le ambasciate e gli istituti di commercio estero;

  • Alleanze settoriali europee, per coordinare una risposta comune da parte dei paesi più colpiti (Italia, Germania, Spagna).

Ma per percorrere queste strade serve una volontà politica forte e non subordinata, capace di anteporre l’interesse economico nazionale a quello della narrazione politica.


Conclusione

Il crollo dell’export verso gli Stati Uniti non è solo un numero negativo nei bollettini economici: è il sintomo di una fragilità strategica aggravata da scelte politiche sbagliate.

Appoggiare ciecamente un’intesa commerciale che danneggia le imprese italiane non è solo un errore tattico: è un segnale pericoloso di debolezza negoziale e di scarsa capacità di visione. L’Italia non può permettersi di sacrificare la propria manifattura sull’altare dell’ideologia.

Il governo ha ancora tempo per correggere la rotta, ma servono misure urgenti, strutturali e un cambio di postura internazionale. Perché il prezzo della sudditanza economica si paga due volte: oggi con l’export che crolla, domani con la fiducia che svanisce.