Il G7 si coordina d’urgenza mentre lo stretto di Hormuz resta quasi bloccato e i mercati non reagiscono positivamente. Trump promette sicurezza, Macron chiede unità, von der Leyen avverte: niente allentamento delle sanzioni alla Russia.
L’Agenzia Internazionale per l’Energia ha annunciato il più grande rilascio coordinato di scorte petrolifere nella propria storia: 400 milioni di barili immessi sul mercato all’unanimità dai 32 Paesi membri, una risposta d’emergenza alla crisi innescata dal conflitto in Medio Oriente e dal quasi-blocco dello stretto di Hormuz. I mercati, però, non si sono calmati: le minacce di Teheran continuano a pesare sulle quotazioni, con il Brent che torna a salire oltre i 91 dollari al barile e il WTI americano in rialzo di circa il 4,65% a 87,50 dollari.
Una decisione storica, ma non risolutiva
La seduta di mercoledì 11 marzo 2026 rimarrà nei libri di storia del mercato energetico. I 32 Paesi membri dell’Agenzia Internazionale per l’Energia (AIE) hanno deliberato all’unanimità di mettere a disposizione del mercato 400 milioni di barili di petrolio attingendo alle riserve strategiche nazionali. Si tratta del sesto rilascio coordinato nella storia dell’agenzia, fondata nel 1974, e di gran lunga il più imponente: più del doppio dei 182 milioni di barili svincolati nel 2022 dopo l’invasione russa dell’Ucraina.
Il direttore esecutivo dell’AIE, Fatih Birol, ha parlato senza mezzi termini: la sfida che i mercati petroliferi stanno affrontando è senza precedenti per dimensioni, e per questo è stato necessario rispondere con un’azione collettiva anch’essa senza precedenti nella storia dell’organizzazione. Birol ha tuttavia precisato che la cosa più importante per ripristinare la stabilità dei flussi di petrolio e gas rimane una sola: la ripresa del transito attraverso lo stretto di Hormuz.
La decisione è maturata dopo una riunione straordinaria dei governi membri, convocata d’urgenza il 10 marzo a Parigi per valutare le condizioni di mercato nel contesto del conflitto in Medio Oriente, scoppiato il 28 febbraio 2026. I precedenti interventi dell’agenzia — nel 1991, nel 2005, nel 2011 e per due volte nel 2022 — erano stati adottati in circostanze gravi, ma mai di questa portata.
Lo stretto di Hormuz, un collo di bottiglia mondiale
Per capire le dimensioni della crisi, è necessario capire il valore strategico dello stretto di Hormuz: nel 2025, attraverso quel canale transitavano ogni giorno in media 20 milioni di barili di petrolio greggio e prodotti petroliferi raffinati, pari a circa il 25% del commercio mondiale di greggio via mare. In condizioni normali, oltre 100 navi lo percorrevano quotidianamente.
Dall’inizio del conflitto, i volumi di esportazione di petrolio attraverso lo stretto sono crollati a meno del 10% rispetto ai livelli pre-guerra, costringendo molti operatori della regione a sospendere o ridurre drasticamente la produzione. Le opzioni per aggirare Hormuz restano, come ha sottolineato la stessa AIE, estremamente limitate.
A rendere ancora più cupa la situazione, nella giornata di mercoledì funzionari statunitensi hanno riferito che l’Iran avrebbe posizionato mine nello stretto, mentre il Regno Unito ha denunciato attacchi a diverse navi mercantili nelle vicinanze del passaggio marittimo. Il portavoce del comando militare iraniano, Ebrahim Zolfaqari, ha rivolto un avvertimento diretto agli Stati Uniti, minacciando un prezzo del greggio a 200 dollari al barile se la situazione regionale non si stabilizzerà.
Il G7 si riunisce in videoconferenza: Macron in regia
In parallelo all’annuncio dell’AIE, i leader del G7 si sono riuniti in videoconferenza sotto la presidenza di turno francese di Emmanuel Macron, con la partecipazione anche di Donald Trump. Il presidente francese ha sottolineato la necessità di ripristinare la libertà di navigazione nello stretto di Hormuz il più presto possibile, organizzando la discussione su tre assi: un aggiornamento da parte americana sulla situazione sul terreno, il coordinamento per il ripristino della libertà di navigazione, e il coordinamento economico.
Macron ha precisato che la mossa dell’AIE corrisponde più o meno a 20 giorni di volumi esportati attraverso Hormuz: una boccata d’ossigeno, dunque, ma non una soluzione strutturale. Sia il presidente francese sia Trump hanno evocato possibili missioni militari per garantire la sicurezza della navigazione, ma con impostazioni verosimilmente molto diverse. Trump punta a utilizzare la US Navy per scortare le petroliere a conflitto ancora aperto, mentre Macron immagina un intervento occidentale solo al termine della fase calda del conflitto. Il timing è un nodo politico delicato: nessuno dei partner vuole essere percepito dall’Iran come parte belligerante.
Trump, al termine della call, ha promesso che nell’area ci sarà presto “un’enorme sicurezza”, senza tuttavia fornire dettagli su tempi e modalità.
I mercati non credono all’intervento: i prezzi tornano a salire
Nonostante la portata storica della decisione dell’AIE, i mercati non hanno reagito nel modo sperato. Le quotazioni del greggio, dopo un iniziale movimento al ribasso, sono tornate a salire, prezzando di più le minacce iraniane che la risposta coordinata occidentale. Il Brent del Mare del Nord è salito di oltre il 4% a 91,35 dollari al barile, mentre il WTI americano ha guadagnato il 4,65% portandosi a 87,50 dollari. Il prezzo del gas naturale ad Amsterdam ha chiuso in rialzo di circa il 6%, sfiorando i 50 euro al megawattora.
| Materia prima | Quotazione 11/03/2026 | Variazione giornaliera |
|---|---|---|
| Brent (Mare del Nord) | 91,35 $/barile | +4,04% |
| WTI (Texas) | 87,50 $/barile | +4,65% |
| Gas naturale (Amsterdam) | ~50 €/MWh | +6% |
| Brent (pre-conflitto) | ~70 $/barile | — (riferimento) |
| Brent (picco fine settimana) | ~120 $/barile | — (riferimento) |
L’Europa tra dipendenza energetica e sanzioni alla Russia
Anche Ursula von der Leyen e il presidente del Consiglio europeo António Costa hanno partecipato alla videoconferenza del G7, ribadendo l’obiettivo di ridurre al minimo l’impatto sulla sicurezza e sul mercato energetico globale. Von der Leyen ha ricordato che i dieci giorni di guerra sono già costati all’Unione Europea 3 miliardi di euro in termini di spesa energetica aggiuntiva, definendolo “il prezzo della nostra dipendenza”.
Centrale, nelle parole dei vertici europei, è stato il tema delle sanzioni alla Russia: Bruxelles ha ribadito che il meccanismo del price cap sul petrolio russo contribuirà a stabilizzare i mercati e a limitare le entrate del Cremlino, e che non è questo il momento di allentare le misure restrittive contro Mosca. Il paradosso è evidente: l’impennata dei prezzi del greggio sta portando risorse fresche nelle casse russe proprio nel momento più acuto della crisi. L’Ucraina ha nel frattempo inviato propri operatori di droni nei Paesi del Golfo per assisterli contro gli attacchi iraniani — una circostanza che a Bruxelles si intende sfruttare sul piano diplomatico, con il tema che potrebbe approdare già al Consiglio Affari Esteri di lunedì.
Costa si è intanto recato in Azerbaigian, Paese sempre più strategico per la diversificazione energetica europea grazie al gasdotto TAP. Il presidente azero Ilham Aliyev ha rassicurato sull’aumento della produzione di gas e ha anticipato che entro 5-6 anni saranno pronti per l’export tra 6 e 8 gigawatt da fonti rinnovabili. Il problema, però, è adesso.
Le riserve strategiche: di quanto dispongono i Paesi del G7
| Paese | Riserve strategiche (barili) |
|---|---|
| Stati Uniti | ~415 milioni |
| Giappone | ~260 milioni |
| Germania | ~105 milioni (stima) |
| Italia | ~578 milioni (totale riserve) |
| Francia | 5,1 milioni di tonnellate |
| Canada | Nessun obbligo (esportatore netto) |
| Regno Unito | Scorte per 90 giorni (obbligo) |
Il ministro dell’Economia italiano Giancarlo Giorgetti, al G7 Finanze, ha avvertito di non ripetere l’errore già visto con l’Ucraina: il rischio economico è di nuovo la fiammata provocata dall’aumento dei prezzi dell’energia, e sarebbe grave pensare che la soluzione possa passare per una stretta monetaria.
Il ruolo di Mosca e lo scacchiere diplomatico
In questo quadro complesso si inserisce anche la Russia. Il presidente Vladimir Putin ha dichiarato che Mosca è pronta a cooperare con i Paesi europei per stabilizzare il mercato energetico, a condizione che dall’Europa arrivi un segnale. Il Cremlino non perde l’occasione di proporsi come “fornitore affidabile”, mentre l’Unione europea è impegnata a ridurre ulteriormente la propria dipendenza dal gas russo.
Il commissario europeo all’Economia Valdis Dombrovskis ha nel frattempo evocato il pericolo di uno “shock stagflazionistico sostanziale” se la crisi energetica dovesse protrarsi: una combinazione di alta inflazione e crescita economica stagnante che i governi europei vogliono evitare a tutti i costi.
Cosa aspettarsi nei prossimi giorni
La situazione rimane estremamente fluida. Sul piano militare, nessuno sa con certezza quanto durerà la fase calda del conflitto e se — e quando — sarà possibile riaprire Hormuz. Sul piano energetico, le scorte liberate dall’AIE daranno un po’ di respiro ai mercati, ma non risolveranno il problema se il blocco si prolungherà. Sul piano diplomatico, il Consiglio Affari Esteri dell’UE di lunedì potrebbe affrontare il nodo delle sanzioni alla Russia e il possibile ruolo dell’Ucraina nella regione del Golfo.
Rimane aperto anche il dossier delle mine nello stretto di Hormuz: se le indiscrezioni americane fossero confermate, l’apertura del passaggio marittimo richiederebbe operazioni di sminamento che potrebbero allungare significativamente i tempi della crisi. E nel frattempo, ogni giorno che passa, le conseguenze economiche si accumulano per cittadini, imprese e governi di tutto il mondo.

