Bending Spoons conquista Wall Street, il colosso italiano del tech vola oltre il 39% al debutto sul Nasdaq

La società milanese fondata da Luca Ferrari raccoglie 1,68 miliardi di dollari e chiude la prima giornata di contrattazioni con una capitalizzazione superiore ai 25 miliardi: la più grande quotazione di una tech company europea degli ultimi anni

Bending Spoons, la holding tecnologica milanese nata dalle ceneri di una startup fallita e cresciuta acquisendo marchi storici di internet come AOL, Vimeo, Evernote ed Eventbrite, ha debuttato ieri al Nasdaq con un vero e proprio scatto: dopo aver fissato il prezzo dell’offerta pubblica iniziale a 29 dollari per azione, sopra la forchetta indicativa di 26-28 dollari, il titolo ha chiuso la prima seduta a 40,50 dollari, con un balzo del 39,7%. Un esordio che porta la capitalizzazione della società oltre i 25 miliardi di dollari e la trasforma, in un solo giorno, in una delle realtà industriali italiane di maggior valore sui mercati internazionali.

Un’operazione da record per il tech europeo

Il collocamento, che ha coinvolto complessivamente circa 58 milioni di azioni vendute sia dalla società sia da alcuni soci storici, ha permesso a Bending Spoons di incassare 1,68 miliardi di dollari, per una valutazione iniziale di circa 18,4 miliardi di dollari. Si tratta di una delle maggiori quotazioni realizzate negli Stati Uniti da un’azienda europea negli ultimi anni, e la più significativa mai portata a termine da una tech company italiana. Il titolo, negoziato con il ticker BSP, ha aperto le contrattazioni già in netto rialzo, toccando punte superiori ai 43 dollari prima di assestarsi sui 40,50 dollari di chiusura.

Il colpo d’occhio sui numeri più rilevanti dell’operazione:

Indicatore Valore
Prezzo IPO 29 dollari per azione (forchetta iniziale 26-28 dollari)
Capitale raccolto 1,68 miliardi di dollari
Valutazione al collocamento circa 18,4 miliardi di dollari
Chiusura primo giorno 40,50 dollari (+39,7%)
Capitalizzazione post-debutto oltre 25 miliardi di dollari
Ticker BSP (Nasdaq Global Select Market)

Da Evertale a Bending Spoons: la storia dei quattro fondatori

La parabola di Bending Spoons comincia nel 2013, non dal successo ma da un fallimento. Luca Ferrari, insieme a Francesco Patarnello, Matteo Danieli, Luca Querella e al designer polacco Tomasz Greber, aveva lanciato Evertale, un’applicazione che avrebbe dovuto generare automaticamente un diario di vita sfruttando tecnologie di apprendimento automatico, all’epoca ancora agli albori. Il progetto naufragò, ma dalla sua liquidazione rimasero circa 40 mila dollari, capitale iniziale con cui i cinque fondatori diedero vita a quella che oggi è una delle aziende tecnologiche più rilevanti d’Europa. Persino il nome dell’azienda è un omaggio a una celebre scena del film Matrix, quella del cucchiaio che si piega con la sola forza della mente.

Da quell’esperienza fallimentare i fondatori dicono di aver tratto una lezione che è diventata quasi una filosofia aziendale: ridurre al minimo il ruolo della fortuna nel successo imprenditoriale, puntando tutto su processi, disciplina operativa e selezione del talento. Non a caso Ferrari ha più volte paragonato la cultura interna di Bending Spoons a un “modello Real Madrid”, fondato su una selezione durissima del personale: secondo alcune ricostruzioni, l’azienda assumerebbe appena un candidato ogni 2.700 che si propongono.

Il modello di business: né tech company, né fondo di private equity

Bending Spoons occupa una posizione ibrida e per certi versi inedita nel panorama industriale: non è una società di sviluppo software tradizionale, ma non è nemmeno un fondo di private equity in senso classico. Il suo modello consiste nell’acquisire applicazioni e piattaforme digitali mature, spesso marchi storici con un pubblico consolidato ma una crescita rallentata, per poi rilanciarle attraverso un profondo intervento tecnologico e organizzativo: riduzione dei costi, riscrittura delle infrastrutture, centralizzazione dei sistemi, aumento dei prezzi per gli abbonati e, in molti casi, tagli occupazionali significativi.

A differenza dei fondi di private equity tradizionali, tuttavia, Bending Spoons non rivende le aziende acquisite: il modello prevede di trattenerle stabilmente nel gruppo, reinvestendo i flussi di cassa generati per finanziare nuove acquisizioni. È una strategia che negli anni ha permesso alla società di costruire un portafoglio che oggi comprende, tra gli altri, Evernote, WeTransfer, Vimeo, AOL, Eventbrite, Komoot, Brightcove, Remini e StreamYard, per un totale di oltre 50 acquisizioni completate dalla fondazione a oggi. Nel prospetto informativo depositato per l’IPO, la società ha dichiarato di aver già individuato più di mille potenziali obiettivi per operazioni future.

Le acquisizioni non sono state indolori per gli utenti né per i dipendenti delle aziende coinvolte. Gli abbonati di Evernote, ad esempio, hanno visto il prezzo del piano annuale salire da 100 a 249 dollari dopo il passaggio di proprietà nel 2023, con rincari ancora più marcati per gli utenti business. Sul fronte occupazionale, la società ha sostenuto oltre 78 milioni di dollari in costi di riorganizzazione nel 2025, dopo aver ereditato complessivamente 1.830 dipendenti dalle acquisizioni di AOL, Eventbrite e Vimeo: di questi, secondo le previsioni della società, ne resteranno solo poche centinaia entro la fine del 2026.

I numeri finanziari: crescita robusta, ma anche debito elevato

Sul piano dei conti, il 2025 è stato un anno di crescita marcata per Bending Spoons: i ricavi sono saliti a 1,31 miliardi di dollari, quasi il doppio rispetto ai 671 milioni dell’anno precedente, con un utile operativo di 278 milioni di dollari. Il margine EBITDA rettificato ha raggiunto il 53%, con l’obiettivo dichiarato dal management di portarlo progressivamente fino al 58-60% nel medio periodo. Anche il primo trimestre del 2026 ha confermato il trend: i ricavi sono più che raddoppiati rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, trasformando una perdita di 112 milioni di dollari in un risultato in utile.

Un elemento su cui gli analisti richiamano l’attenzione è però il livello di indebitamento: il debito complessivo della società si aggira attorno ai 4,4 miliardi di dollari, a fronte di un patrimonio netto di circa 1,1 miliardi, un rapporto di leva finanziaria di circa quattro a uno. Una struttura che ha permesso di amplificare i rendimenti nella fase di crescita, ma che espone l’azienda a una maggiore sensibilità rispetto alle condizioni dei mercati del credito e al costo del capitale, soprattutto in un contesto di tassi ancora elevati.

Un altro dato messo in evidenza nel prospetto informativo riguarda l’impiego dell’intelligenza artificiale nei processi interni: la quota di modifiche al software generate o co-generate da sistemi di AI interni sarebbe passata da meno del 10% un anno fa a circa il 90% nel primo trimestre di quest’anno, un salto che la società indica come motore della crescita di produttività. Il fatturato per dipendente a tempo pieno sarebbe più che raddoppiato in due anni, arrivando a circa 2,57 milioni di dollari nel 2025.

Perché il Nasdaq e non Piazza Affari

La scelta di quotarsi a New York anziché sul listino milanese ha riacceso, ancora una volta, il dibattito sulla capacità della Borsa italiana ed europea di trattenere le aziende tecnologiche più promettenti. Il divario tra i due mercati, del resto, è evidente: secondo i dati citati dagli analisti, la liquidità potenziale disponibile per le società software quotate negli Stati Uniti supera i 1.800 miliardi di dollari, contro poco più di 65 miliardi disponibili complessivamente sulle Borse europee.

Interpellato sul tema, il sottosegretario all’Economia Federico Freni ha respinto la lettura della scelta di Bending Spoons come una sconfitta per il sistema-Paese, sottolineando come la struttura dell’operazione non escluda futuri approdi di altre società italiane sui listini nazionali. Resta comunque significativo che uno dei protagonisti della quotazione, Tamburi Investment Partners, quotata a Piazza Affari, abbia beneficiato direttamente del rally del titolo Bending Spoons: le azioni Tip hanno guadagnato oltre l’8% nella seduta successiva al debutto newyorkese, dopo che la finanziaria milanese ha ceduto una quota della propria partecipazione, mantenendo comunque circa il 2,5% del capitale della società quotata.

Un banco di prova per l’intero comparto software

Al di là del singolo caso aziendale, gli osservatori dei mercati concordano nel leggere il debutto di Bending Spoons come un test importante per l’intero settore tecnologico. Le società software sono state finora quasi assenti dal mercato delle IPO statunitensi nel 2026, nonostante il secondo trimestre dell’anno abbia superato complessivamente i 100 miliardi di dollari di nuove quotazioni: un’assenza legata ai timori, diffusi tra gli investitori, che i rapidi progressi dell’intelligenza artificiale possano mettere in discussione i modelli di business tradizionali del software, o addirittura alimentare una bolla speculativa attorno al settore.

In questo contesto, il modello di Bending Spoons – che combina acquisizioni, ristrutturazione operativa e uso intensivo dell’automazione – viene osservato con particolare interesse anche da altri fondi di private equity che detengono partecipazioni in società tecnologiche e che attendono un segnale sui tempi e sulle condizioni più favorevoli per una futura uscita sul mercato. Un secondo elemento di osservazione riguarda la sostenibilità della qualità degli utili dichiarati: la rapida crescita, le forti oscillazioni dei flussi di cassa e l’uso di misure di profitto rettificate che escludono alcuni costi legati alle acquisizioni rendono, secondo alcuni analisti, più complessa una valutazione di lungo periodo della solidità del gruppo.

Cosa dicono i fondatori

Nelle prime dichiarazioni successive al debutto, i vertici della società hanno insistito sulla prospettiva di lungo periodo. Il chief product officer Matteo Danieli ha ribadito l’intenzione di Bending Spoons di continuare a comportarsi da acquirente di marchi digitali affermati ma in difficoltà, piuttosto che seguire la logica del disinvestimento tipica dei fondi di private equity, sottolineando come l’attuale contesto di valutazioni compresse nel settore software rappresenti, dal punto di vista dell’azienda, un’occasione favorevole per proseguire la propria strategia di espansione tramite nuove acquisizioni.

Ferrari, dal canto suo, ha più volte ribadito di non voler mai rivendere le società acquisite, e ha lasciato intendere che le prossime operazioni potrebbero avere dimensioni ancora superiori a quelle già realizzate con Vimeo e AOL, pur precisando che non ogni futura acquisizione sarà necessariamente più grande della precedente. La disponibilità di nuova liquidità raccolta con l’IPO, unita all’accesso più ampio ai mercati dei capitali statunitensi, rende comunque plausibile un’accelerazione della campagna di acquisizioni nei prossimi mesi.

Con questo debutto, Bending Spoons si iscrive di diritto tra le grandi storie industriali italiane recenti, capace di raggiungere in poco più di un decennio una valutazione di mercato superiore a quella di gruppi storici come Pirelli. Resta da vedere se il rally della prima seduta rappresenti l’inizio di un percorso duraturo sui mercati pubblici o solo l’euforia iniziale di un debutto molto atteso.