Il governo valuta l’attivazione delle accise mobili per calmierare benzina e gasolio, spinti in alto dalla guerra in Medio Oriente. Un passo nella giusta direzione, ma la vera emergenza energetica per milioni di famiglie italiane si combatte su un altro fronte: le bollette di luce e gas, tra le più care del continente, e destinate a salire ancora.
Il caro energia torna prepotentemente al centro del dibattito politico italiano. Con la benzina che ha superato i 2 euro al litro e il gasolio in autostrada arrivato a sfiorare i 2,60 euro, sull’onda della crisi in Medio Oriente, il governo Meloni ha annunciato di valutare l’attivazione del meccanismo delle cosiddette accise mobili. Il provvedimento potrebbe approdare già nel Consiglio dei ministri del 10 marzo, ma l’impatto stimato — non più di 4-5 centesimi al litro — appare limitato rispetto all’entità dei rincari. E nel frattempo, sullo sfondo, resta irrisolto il problema più strutturale e più pesante per i bilanci familiari: le bollette di luce e gas, che in Italia continuano a essere tra le più care d’Europa.
Cosa sono le accise mobili e perché se ne parla ora
L’annuncio è arrivato direttamente dalla premier Giorgia Meloni con un videomessaggio diffuso la sera del 7 marzo, dopo una giornata intensa di pressioni da parte dell’opposizione. La presidente del Consiglio ha dichiarato che il governo sta valutando di attivare il meccanismo delle accise mobili, già potenziato nel 2023 dal suo esecutivo, qualora i prezzi dei carburanti continuassero a salire in modo stabile. Il tema avrebbe dovuto approdare nel Consiglio dei ministri del 10 marzo per una prima revisione dei parametri, ma al momento in cui scriviamo il decreto non è ancora stato approvato.
La misura non è nuova: lo strumento nasce con la Finanziaria del 2008 e funziona con un meccanismo relativamente semplice. Quando il prezzo del petrolio supera stabilmente la soglia di riferimento fissata nel Documento di economia e finanza — per il 2026 pari a 66,1 dollari al barile, già ampiamente superato — lo Stato incassa più IVA di quanto preventivato. Quell’extra-gettito può essere utilizzato per ridurre temporaneamente le accise su benzina e gasolio. In pratica: più il petrolio sale, più entra nelle casse pubbliche, e quella parte in eccesso può essere girata a favore dei consumatori sotto forma di taglio alla pompa.
La versione attuale del meccanismo — riformata nel 2023 — è più flessibile rispetto al passato: non è più vincolata alla cadenza trimestrale originaria e può essere attivata con maggiore rapidità. Richiede però un decreto del Ministero dell’Economia di concerto con il Ministero dell’Ambiente, e deve verificarsi uno scostamento stabile rispetto ai valori di riferimento, non una semplice fiammata speculativa.
Sull’ipotesi si è registrata una rara convergenza politica: il Pd con Elly Schlein, i capigruppo Chiara Braga e Francesco Boccia, il M5S con Chiara Appendino e Mario Turco, e persino il vicepremier Antonio Tajani, che ha denunciato speculazioni ingiustificate sui prezzi dell’energia. I capigruppo dem hanno commentato con un cauto “meglio tardi che mai”, ricordando che la proposta veniva avanzata dall’opposizione da anni.
L’impatto reale: 4-5 centesimi, non la soluzione
Il quadro concreto è però meno rassicurante di quanto le dichiarazioni politiche possano far intendere. Secondo Davide Tabarelli, presidente di Nomisma Energia, il meccanismo delle accise mobili può valere al massimo 7 centesimi al litro, ma considerando i limiti tecnici dell’extra-gettito disponibile, l’effetto reale si attesterà probabilmente intorno ai 4-5 centesimi al litro.
Per capire di cosa si parla: i rincari registrati dall’inizio della crisi in Medio Oriente valgono circa 35 centesimi al litro sul gasolio. Un taglio di 5 centesimi coprirà meno di un settimo dell’aumento. Su un pieno da 50 litri, il risparmio stimato è di circa 2,50 euro. Un contributo reale ma lontano dall’essere risolutivo, soprattutto per le categorie più esposte: autotrasportatori, artigiani, lavoratori autonomi che percorrono migliaia di chilometri ogni mese.
Le associazioni dei consumatori chiedono di più. L’Unione Nazionale Consumatori ha chiesto un taglio immediato di almeno 10 centesimi al litro, definendolo ragionevole e facilmente finanziabile, capace di riportare i prezzi ai livelli di un anno fa. Il settore dell’autotrasporto, attraverso il raggruppamento Ruote Libere, ha segnalato che un aumento di circa 37 centesimi al litro si traduce in oltre 11.000 euro di costi aggiuntivi all’anno per ogni autocarro: oneri che inevitabilmente si scaricano sui prezzi di beni e servizi, alimentando l’inflazione a valle.
Il problema più grande: le bollette, già le più care d’Europa
Se il caro carburante è l’emergenza del momento, il nodo strutturale che pesa di più sui bilanci delle famiglie italiane resta quello delle bollette di luce e gas. I dati relativi al primo semestre 2025 mostrano un quadro impietoso: le famiglie italiane pagano la bolletta elettrica con una tariffa media del 15% superiore alla media europea, collocandosi al quarto posto nella classifica continentale dei prezzi più alti. Per il gas la situazione è analoga: l’Italia si posiziona al settimo posto, con una spesa media di oltre 928 euro nei primi sei mesi del 2025, superiore di circa l’8% alla media UE.
Sommando le due voci, nel primo semestre 2025 una famiglia italiana tipo ha speso mediamente 1.372 euro per luce e gas — circa 130 euro in più rispetto alla media europea. Il confronto con altri Paesi è scomodo: in Francia si spende il 19% in meno, in Grecia oltre il 30% in meno. In Ungheria, grazie ai tetti di prezzo imposti dallo Stato, addirittura il 71% in meno.
| Paese | Spesa bolletta elettrica (6 mesi, famiglia tipo) | Differenza rispetto all’Italia |
|---|---|---|
| Germania | 518 € | +16% |
| Belgio | 482 € | +8% |
| 🇮🇹 Italia | 444 € | — (riferimento) |
| Austria | 392 € | –12% |
| Francia | 360 € | –19% |
| Grecia | ~300 € | –32% |
| Ungheria | 130 € | –71% |
Nel corso del 2025 il quadro è ulteriormente peggiorato. Secondo le elaborazioni di Facile.it, le famiglie con contratti a prezzo indicizzato hanno affrontato aumenti di circa 350 euro annui, portando la spesa complessiva per luce e gas a oltre 2.450 euro l’anno. Rispetto al 2019, la bolletta elettrica è cresciuta del 38,9% e quella del gas del 52,6%.
Il 2026 si apre con nuovi rincari in agguato
L’inizio del 2026 non ha portato sollievo. I prezzi all’ingrosso di luce e gas sono tornati a salire, spinti dalle tensioni geopolitiche: il Brent ha già ampiamente superato i 66,1 dollari al barile previsti nel Documento Programmatico di Bilancio 2026, attivando di fatto le condizioni tecniche per l’utilizzo delle accise mobili. Anche il TTF, l’indice europeo del gas naturale, ha registrato rialzi superiori al 25% dall’inizio della crisi in Medio Oriente.
Per le famiglie con contratti a prezzo variabile, l’effetto si è già materializzato in bollette più salate. Per chi ha scelto tariffe fisse, l’impatto arriverà con i rinnovi contrattuali. A pesare, come sempre, è la vulnerabilità strutturale dell’Italia: un Paese che dipende in larga misura dalle importazioni di gas e che non ha ancora compiuto la transizione energetica necessaria a proteggersi dalle fiammate sui mercati internazionali.
Il decreto bollette di febbraio: utile, ma non strutturale
Il 18 febbraio 2026 il Consiglio dei ministri aveva già approvato un cosiddetto Decreto Bollette, presentato come un pacchetto da oltre 5 miliardi di euro tra benefici diretti e risparmi per famiglie e imprese. Le misure principali:
- 2,7 milioni di famiglie vulnerabili (ISEE fino a 9.796 euro) riceveranno un contributo aggiuntivo di 115 euro sulla bolletta elettrica, che sommato al bonus ordinario porta il totale a 315 euro annui — circa la metà della bolletta media annua.
- 4,5 milioni di famiglie con ISEE fino a 25.000 euro potranno beneficiare di uno sconto volontario fino a 60 euro offerto dai fornitori aderenti.
- Per artigiani e piccoli ristoratori sgravi stimati in oltre 500 euro sulla bolletta elettrica e 200 su quella del gas.
- Una norma strutturalmente più ambiziosa, ancora soggetta ad approvazione europea, punta a scorporare il costo degli ETS dalla determinazione del prezzo delle energie rinnovabili: un paradosso per cui oggi anche l’idroelettrico e il fotovoltaico vengono prezzati come se dovessero pagare la tassa sulle emissioni di CO₂.
Le reazioni sono state tiepide. Confcommercio ha parlato di “passo nella giusta direzione” chiedendo però strumenti stabili e duraturi. Il Codacons ha espresso insoddisfazione. L’opposizione ha parlato di “briciole”. La critica più fondata punta sul fatto che gli interventi restano temporanei e selettivi: il vasto ceto medio — famiglie con ISEE superiore a 25.000 euro, troppo “ricche” per i bonus ma non abbastanza per assorbire i rincari — è di fatto escluso da ogni forma di sostegno.
Il nodo irrisolto: oneri di sistema e fiscalità stratificata
Sotto la superficie dei provvedimenti emergenziali resta intatta la struttura che rende le bollette italiane sistematicamente più care di quelle degli altri europei. La voce degli oneri di sistema — che comprende il finanziamento delle rinnovabili, i sussidi alle imprese energivore, i costi residui dello smantellamento del nucleare e altro — pesa per oltre il 20% sulla bolletta elettrica delle imprese e per una quota significativa anche su quella delle famiglie. Una componente regolatoria sedimentatasi nei decenni che nessun governo ha mai affrontato davvero in modo organico.
Analogo discorso vale per le accise sui carburanti, composte ancora oggi da sedici voci distinte, alcune delle quali risalgono alla guerra d’Etiopia del 1935 o al disastro del Vajont del 1963. Una stratificazione fiscale storica mai razionalizzata. Le accise mobili, per quanto utili nel breve periodo, non scalfiscono questa struttura di fondo.
Le famiglie a rischio: i numeri di una crisi silenziosa
I dati aggregati nascondono una realtà fatta di scelte difficili per milioni di nuclei familiari. Nel 2025 la spesa media annua di una famiglia italiana per luce e gas ha superato i 2.050 euro. A questa cifra si aggiunge il carburante: per una famiglia con due lavoratori e un’auto che percorre circa 15.000 km l’anno, il costo del gasolio supera già 1.800 euro annui ai prezzi attuali. Mettendo insieme le due voci, si arriva a una spesa complessiva che per molte famiglie supera i 4.000 euro l’anno, con un’incidenza crescente sul reddito disponibile.
Per i nuclei a reddito medio-basso, che non rientrano nelle soglie dei bonus sociali ma non riescono ad assorbire gli aumenti, il rischio concreto è quello di dovere scegliere tra riscaldare casa, fare il pieno o fare la spesa. Non è un’iperbole: le rilevazioni sulla povertà energetica indicano che in Italia quasi il 15% dei nuclei familiari si trova in difficoltà nel pagare le bollette nei mesi più freddi dell’anno.
Il quadro si aggrava considerando che i rincari energetici non rimangono confinati a bollette e distributori: si propagano attraverso i costi di trasporto su tutta la filiera delle merci, alimentando un’inflazione diffusa che colpisce soprattutto i beni di prima necessità.
Cosa servirebbe davvero: una strategia, non rattoppi
L’apertura alle accise mobili è un segnale politico importante, che testimonia la consapevolezza del problema. Ma il quadro che emerge dalle ultime settimane — decreti emergenziali, task force sui prezzi, bonus selettivi — è quello di un Paese che continua a rincorrere le crisi energetiche invece di prevenirle.
Ciò che manca è una riforma energetica strutturale che affronti insieme il mix di produzione, la governance del mercato, il peso degli oneri di sistema, la fiscalità stratificata sui carburanti e la protezione sistematica dei consumatori vulnerabili. Una riforma che riduca la dipendenza dall’importazione di gas, acceleri la transizione verso le rinnovabili e metta l’Italia nelle condizioni di negoziare meglio sui mercati internazionali.
Senza questo salto di qualità, ogni crisi geopolitica — dall’Iran alla Russia, da una siccità che ferma le centrali idroelettriche a un’ondata di freddo che svuota gli stoccaggi — si abbatterà sulle famiglie italiane con un’intensità sproporzionata rispetto al resto d’Europa. Le accise mobili possono valere 5 centesimi al litro. Ma il problema pesa molto di più.

