Alla 98ª cerimonia degli Academy Awards, Hollywood ha mandato messaggi chiari al potere: tra frecciate a Trump, appelli per la Palestina e un film che fa della resistenza civica la sua bandiera
La 98ª edizione degli Oscar, svoltasi domenica 15 marzo al Dolby Theatre di Hollywood, è stata molto più di una semplice festa del cinema. Con sei statuette, tra cui miglior film e miglior regia, One Battle After Another di Paul Thomas Anderson si è imposto come il grande protagonista della serata, portando sullo schermo — e sul palco — una riflessione tagliente sull’autoritarismo e sulla resistenza civile. Sullo sfondo, un clima politico sempre più teso negli Stati Uniti ha trasformato discorsi e battute in piccoli atti di resistenza culturale.
Il trionfo di Paul Thomas Anderson
Il regista californiano Paul Thomas Anderson ha dominato la notte degli Oscar con One Battle After Another, una commedia grottesca e politicamente orientata che ha convinto l’Academy in sei categorie: miglior film, miglior regia, sceneggiatura non originale, montaggio, casting e miglior attore non protagonista a Sean Penn.
Penn, alla sua terza statuetta come attore — un record per un uomo — ha però scelto di non presentarsi alla cerimonia, in un gesto che in molti hanno paragonato al celebre rifiuto di Marlon Brando nel 1973. Nel film interpreta il colonnello Steven J. Lockjaw, un personaggio razzista e fanatico della legge e dell’ordine, emblema di un certo autoritarismo americano.
Anderson stesso ha usato i suoi tre momenti sul palco per lanciare messaggi non troppo velati al presente. Accettando uno dei premi, ha parlato della generazione dei suoi figli come di quella che, si augura, porterà «buon senso e dignità» in un mondo che la sua generazione ha lasciato in disordine. Parole semplici, ma in un contesto politico come quello attuale, tutt’altro che innocue.
Il film è distribuito dalla Warner Bros., recentemente acquisita dalla Paramount, considerata vicina all’amministrazione Trump. Non senza ironia, una delle opere più esplicitamente critiche verso il trumpismo è prodotta da una major che molti osservatori ritengono allineata alla Casa Bianca.
Sinners e Michael B. Jordan: quattro premi storici
A contendere il campo ad Anderson c’era Ryan Coogler con Sinners, epopea vampiresca immersa nella cultura blues afroamericana, che ha ottenuto quattro premi: sceneggiatura originale, colonna sonora, fotografia e miglior attore protagonista a Michael B. Jordan.
Jordan ha fatto la storia: è il primo attore a vincere l’Oscar interpretando due ruoli distinti nello stesso film, i gemelli Smoke e Stack. Nel suo discorso ha ringraziato Coogler e la Warner Bros. per aver «creduto nelle idee originali e nell’arte originale», in un momento in cui Hollywood sembra sempre più orientata a franchise e remake.
Anche sul fronte tecnico Sinners ha segnato un record: Autumn Durald Arkapaw è diventata la prima donna e la prima direttrice della fotografia afroamericana a vincere l’Oscar nella sua categoria. Salita sul palco, ha chiesto a tutte le donne presenti al Dolby Theatre di alzarsi, in un momento di forte carica simbolica.
La doppia vittoria di due film Warner ha fatto discutere: c’è chi ha parlato di un «manuale Cencelli» cinematografico, con i premi distribuiti quasi equamente tra due produzioni della stessa casa madre.
Le altre statuette della serata
La serata ha registrato numerose prime volte storiche, in un anno che sembra aver voluto celebrare i talenti a lungo ignorati:
- Jessie Buckley ha vinto il premio come miglior attrice protagonista per Hamnet, diventando la prima attrice irlandese a conquistare la statuetta in questa categoria.
- Amy Madigan ha vinto come miglior attrice non protagonista per Weapons, al termine di una lunga carriera.
- Cassandra Kulukundis ha ricevuto il primo Oscar per il casting nella storia della cerimonia, per il lavoro su One Battle After Another.
- Sentimental Value del regista norvegese Joachim Trier ha vinto il premio per il miglior film internazionale.
- Il documentario Mr. Nobody Against Putin, sulla resistenza alla propaganda russa in Ucraina, ha vinto il premio per il miglior documentario.
- KPop Demon Hunters si è aggiudicato il premio per il miglior film d’animazione.
La politica sul palco: da Bardem a Kimmel
Se il tono generale della cerimonia è stato relativamente sobrio — poche urla, discorsi brevi e misurati — i momenti politici non sono mancati, e hanno lasciato il segno.
Il più diretto è stato quello di Javier Bardem, che presentando il premio per il miglior film internazionale insieme a Priyanka Chopra Jonas, ha aperto il suo intervento con le parole: «No alla guerra e libera la Palestina». Indossava un grande spilla con la scritta spagnola No a la Guerra e una seconda spilla in rappresentanza della causa palestinese. Le sue parole hanno ricevuto applausi dalla platea.
Jimmy Kimmel, presentatore dei premi per i documentari, ha preso di mira con ironia sia Donald Trump che il gruppo CBS/Paramount. Riferendosi alla libertà di stampa sotto pressione ha ironizzato: «Ci sono paesi i cui leader non supportano la libertà di espressione. Non posso dire quali. Diciamo solo: la Corea del Nord e CBS». La frecciata era indirizzata all’accordo con cui Skydance — nell’ambito della fusione con Paramount — ha accettato di istituire un ombudsman per CBS News, una concessione all’FCC vista come una capitolazione di fronte alle pressioni dell’amministrazione Trump. Sempre Kimmel ha anche ironizzato sul documentario Melania, l’opera di Amazon MGM Studios sulla first lady, largamente stroncata dalla critica.
Il regista norvegese Joachim Trier, ritirando il premio per il miglior film internazionale, ha citato lo scrittore afroamericano James Baldwin: «Tutti gli adulti sono responsabili di tutti i bambini. Non votate i politici che non tengono conto di questa verità».
Il co-regista del documentario su Putin, David Borenstein, ha offerto forse il momento più eloquente della serata, descrivendo il suo film come una storia su «come si perde il proprio paese attraverso innumerevoli piccoli atti di complicità». In sala, la metafora è risuonata ben oltre i confini della Russia.
Conan O’Brien: l’equilibrista tra satira e solennità
Conan O’Brien, alla conduzione della cerimonia, ha scelto un approccio misurato. Nel monologo d’apertura ha avvertito: «Stanotte potrebbe diventare politica. Se questo vi mette a disagio, c’è un Oscar alternativo condotto da Kid Rock al Dave & Busters qui accanto». Ma ha anche saputo essere serio quando necessario. «Tutti siamo consapevoli che viviamo tempi caotici e spaventosi», ha detto rivolto al pubblico mondiale. «È nei momenti come questi che gli Oscar diventano particolarmente significativi. Questa sera 31 paesi da sei continenti sono rappresentati qui, e ogni film che celebriamo è frutto di migliaia di persone che parlano lingue diverse, lavorando insieme per creare qualcosa di bello».
O’Brien ha chiuso con una nota sull’ottimismo come «la più rara delle qualità al giorno d’oggi», in una cerimonia che, suo malgrado, rifletteva le tensioni di un’America sempre più divisa.
Il contesto: Hollywood nell’era Trump
La cerimonia si è svolta in un momento di forte pressione politica su Hollywood e sui media americani. Poco prima che Borenstein salisse sul palco, Trump aveva pubblicato su Truth Social un attacco contro i media, definendo «corrotte e antipatriotiche» le organizzazioni giornalistiche che coprivano la guerra in Iran, e suggerendo che potessero essere accusate di tradimento.
Il fatto che il film vincitore di sei premi sia una satira sull’autoritarismo e la resistenza civile, e che il miglior documentario racconti la lotta contro la propaganda di un regime, non è passato inosservato. Hollywood ha scelto di non urlare, ma di far parlare le statuette.
Come ha osservato uno dei commentatori della serata, la Warner Bros. — produttrice di entrambi i film più premiati — è una major che sta navigando acque politicamente complicate, dopo l’acquisizione da parte di Paramount, considerata filotrumpiana. Il paradosso di un sistema industriale che finanzia la sua stessa critica è forse il segnale più eloquente del momento.
I premi principali della 98ª edizione degli Oscar
| Categoria | Vincitore | Film |
|---|---|---|
| Miglior film | — | One Battle After Another |
| Miglior regia | Paul Thomas Anderson | One Battle After Another |
| Miglior attore protagonista | Michael B. Jordan | Sinners |
| Migliore attrice protagonista | Jessie Buckley | Hamnet |
| Miglior attore non protagonista | Sean Penn | One Battle After Another |
| Migliore attrice non protagonista | Amy Madigan | Weapons |
| Sceneggiatura originale | Ryan Coogler | Sinners |
| Sceneggiatura non originale | Paul Thomas Anderson | One Battle After Another |
| Miglior film internazionale | Joachim Trier | Sentimental Value (Norvegia) |
| Miglior documentario | David Borenstein | Mr. Nobody Against Putin |
| Miglior fotografia | Autumn Durald Arkapaw | Sinners |
| Miglior film d’animazione | — | KPop Demon Hunters |

