Voti in cambio di like, lezioni trasformate in riprese YouTube e oltre cento video spariti dal canale: il caso del celebre docente pugliese solleva domande che riguardano tutta la scuola digitale
Il caso Vincenzo Schettini non è solo una polemica social. È uno specchio su cui si riflette una domanda che la scuola italiana non ha ancora affrontato davvero: dove finisce il ruolo del professore e dove comincia quello del divulgatore? E soprattutto — quando i due ruoli si sovrappongono dentro un’aula pagata dallo Stato — chi ne paga il prezzo?
La scintilla: la cultura «al supermercato»
Tutto inizia a febbraio 2026, quando Vincenzo Schettini — professore di fisica all’I.I.S.S. Luigi dell’Erba di Castellana Grotte, in provincia di Bari, e creatore del progetto social «La Fisica che ci piace» con oltre 3,4 milioni di follower — rilascia un’intervista al podcast Passa dal BSMT condotto da Gianluca Gazzoli. In quell’occasione, il docente si chiede perché un buon prodotto culturale non debba poter essere venduto, lasciando intendere che i professori potrebbero in futuro offrire i propri contenuti online a pagamento, magari lavorando part-time a scuola.
Le parole fanno il giro dei social in poche ore. Schettini interviene prontamente con un reel di replica, sostenendo di essere stato frainteso e di aver parlato della possibilità di monetizzare la cultura al di fuori dell’istruzione pubblica, non dentro. Ma il montaggio del video — più breve e selettivo rispetto all’estratto originale — genera a sua volta critiche. Per molti osservatori, sarebbe stato sufficiente una semplice rettifica; invece il docente sceglie la strada del contrattacco, alimentando ulteriormente il dibattito.
Le accuse degli ex studenti: l’aula come set
Mentre la polemica sulle dichiarazioni al podcast si consuma sui social, emerge una storia più sostanziosa. Un ex studente anonimo, che ha frequentato le lezioni di Schettini tra il 2018 e il 2019, racconta al magazine MOW un’esperienza radicalmente diversa dall’immagine pubblica del professore entusiasta e innovativo.
Secondo questa testimonianza, le lezioni tradizionali alla lavagna erano rare — «su cinquanta, l’avrò visto massimo cinque volte spiegare» — e gran parte dell’ora veniva dedicata alla registrazione di contenuti per YouTube. All’inizio di ogni lezione, alcuni studenti venivano incaricati di reggere il telefono, la selfie stick e la ring light. Se il professore non era soddisfatto dell’inquadratura o della propria esposizione verbale, la ripresa ricominciava da capo. Il risultato, nelle parole dell’ex allievo, era che «tutto questo, inevitabilmente, levava tempo alla lezione».
Ma l’aspetto più controverso riguarda la valutazione. Schettini aveva organizzato dirette pomeridiane sugli argomenti delle interrogazioni del giorno successivo. Secondo il racconto, la partecipazione attiva a quelle dirette — commentare, mandare cuori, mettere pollici in su — si traduceva in bonus sul voto. Le reaction venivano accumulate e presentate al momento dell’interrogazione tramite PDF. Il voto massimo assegnabile in classe era 8; chi commentava le live poteva arrivare a 10.
La giornalista Selvaggia Lucarelli, sulla propria newsletter, ha poi pubblicato chat tra studenti e ulteriori testimonianze, inclusa quella di una madre che racconta di aver protestato direttamente con il professore durante un consiglio di classe, senza risultato. Le chat mostrano studenti che si suggerivano reciprocamente cosa scrivere per massimizzare i bonus.
Un sistema che scoraggiava la critica
Uno degli aspetti più inquietanti del racconto riguarda il clima che si sarebbe creato in classe. L’ex studente descrive una situazione in cui contestare i metodi del professore avrebbe significato esporsi all’isolamento da parte dei compagni. «Avevo paura di ritrovarmi escluso dalla classe, emarginato. Alla fine, stava bene un po’ a tutti ottenere voti più alti senza dover studiare troppo. Se avessi sollevato la questione, di certo non mi sarei attirato le simpatie di molti miei compagni».
Questa dinamica — il silenzio come forma di autoconservazione sociale — è forse il dato più rilevante dell’intera vicenda. Non si tratta solo di un metodo didattico discutibile, ma di una struttura di incentivi che subordinava la valutazione scolastica alla partecipazione a un canale commerciale privato.
Il giallo dei video spariti
A complicare ulteriormente il quadro è un dato concreto e verificabile. Nelle ore successive alla pubblicazione della testimonianza anonima, dal canale YouTube «La Fisica Che Ci Piace» sono scomparsi oltre cento video. Secondo l’analisi del sito Social Blade, che traccia le statistiche dei canali social, nella giornata del 22 febbraio 2026 il canale ha rimosso o nascosto 104 contenuti. Confrontando i dati con quelli archiviati da WayBack Machine — che il 13 febbraio registrava circa 1.400 video — il canale ne mostra oggi circa 1.300.
Schettini non ha fornito spiegazioni sulla sparizione dei video. La coincidenza temporale con l’esplosione delle polemiche è evidente, anche se non è possibile stabilire con certezza se i video rimossi riguardassero le lezioni registrate in classe.
La difesa: nomi e cognomi contro l’anonimato
La risposta del professore si è articolata su due fronti. Da un lato, Schettini ha contestato la metodologia dell’accusa: «Mi sono ritrovato ad essere descritto, da una dichiarazione anonima, come l’insegnante che non sono, senza che la cosa sia stata minimamente verificata, senza aver contattato la dirigente scolastica, senza aver chiamato per un confronto. Insomma questa è la rete». Dall’altro, ha mobilitato a propria difesa ventiquattro studenti ed ex studenti, rappresentanti di istituto passati e presenti, che hanno firmato con nome e cognome una lettera di sostegno.
La lettera, pubblicata anche su Skuola.net, descrive Schettini come un professore «benvoluto dai suoi studenti e dai genitori», capace di «invogliare gli studenti a studiare» e di «appassionarsi alla fisica». Secondo i firmatari, «mai è giunta una lamentela alla dirigenza scolastica, anzi, solo ringraziamenti». I metodi del professore vengono definiti «una grande novità che finalmente crea un flusso positivo nello studio di una materia ostica come la fisica».
È un contrasto netto: da una parte accuse anonime, dall’altra difese firmate. Ma l’anonimato dell’accusatore — motivato, nel racconto della ragazza, dal timore di ritorsioni da parte di una community da milioni di follower — non ne invalida automaticamente il contenuto. Né la popolarità di un docente tra i propri studenti è incompatibile con pratiche valutative irregolari.
Il nodo irrisolto: la scuola pubblica come piattaforma privata
Al di là delle accuse specifiche — che restano per ora non verificate da un’indagine ufficiale — il caso Schettini pone una questione strutturale che la scuola italiana non ha strumenti adeguati per affrontare.
Un professore di ruolo, durante l’orario di servizio in un istituto pubblico, può usare l’aula come location per produrre contenuti destinati al proprio canale commerciale? La risposta parrebbe ovvia: no. Ma nella pratica, nessuna norma esplicita lo vieta in modo categorico, e la dirigenza scolastica — in questo caso come in molti altri — sembra aver accettato o ignorato la situazione. Anzi, secondo il racconto dell’ex studente, l’istituto avrebbe beneficiato dell’effetto-notorietà del professore, registrando un aumento delle iscrizioni.
Il problema si moltiplicherebbe, come già avvertono diversi osservatori, se il modello del docente-influencer si diffondesse su scala nazionale. Schettini stesso, nell’intervista al podcast, aveva prefigurato un futuro in cui gli insegnanti lavorano part-time e producono contenuti a pagamento. Non è una visione astratta: è già la realtà di una fascia crescente di docenti che gestiscono canali con decine o centinaia di migliaia di iscritti.
Il confine che la legge non traccia
Il Contratto Collettivo Nazionale del Lavoro per i docenti non vieta espressamente la produzione di contenuti digitali durante l’orario di servizio, e le circolari ministeriali non si sono mai occupate specificamente del fenomeno dei teach-toker. L’unico limite formale è il generico divieto di esercitare attività che configurino un conflitto di interessi con il ruolo pubblico.
Ma c’è una differenza sostanziale tra un professore che, nel tempo libero, divulga la propria disciplina sui social — pratica legittima e spesso meritoria — e un professore che usa la propria classe come set, usa i propri studenti come assistenti di produzione non retribuiti e subordina la valutazione scolastica alla partecipazione a una piattaforma commerciale privata. Il primo scenario è innovazione didattica. Il secondo è qualcos’altro.
Il caso Schettini non riguarda dunque soltanto un singolo docente e le sue scelte professionali. Riguarda un vuoto normativo che la scuola italiana dovrà prima o poi colmare, stabilendo con chiarezza dove finisce il ruolo del professore — pagato con denaro pubblico, davanti a studenti minorenni in obbligo scolastico — e dove può cominciare, se mai, quello del divulgatore-imprenditore.
Una domanda che vale per tutti
Vale la pena ricordare che Vincenzo Schettini ha fatto cose oggettivamente utili: ha avvicinato migliaia di ragazzi alla fisica, ha dimostrato che la divulgazione scientifica online può avere un pubblico enorme, ha rappresentato — almeno nell’immagine pubblica — un modello di insegnamento appassionato e non convenzionale.
Tutto questo non scompare a causa delle polemiche. Ma non può nemmeno servire da scudo per impedire un dibattito necessario. La scuola pubblica è uno spazio che appartiene agli studenti, non ai brand dei loro professori. E la valutazione scolastica è uno strumento di misurazione delle competenze, non un meccanismo di engagement per ottimizzare l’algoritmo.
La domanda che il caso Schettini lascia aperta — dove finisce il professore e dove comincia il creator — non è una questione personale. È una questione di sistema. E una risposta chiara, prima che sia troppo tardi, sarebbe nell’interesse di tutti: degli studenti, degli insegnanti seri, e della stessa divulgazione scientifica che Schettini sostiene di voler promuovere.
