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Attualità · Cronaca

Caso Garlasco, Marco Poggi rompe il silenzio dopo 19 anni: «Si è giocato sulla vita e sulla morte di Chiara»

Il fratello della vittima parla per la prima volta in televisione a Quarto Grado, difende Andrea Sempio e accusa chi lo ha addossato responsabilità nell’omicidio. Intanto la Procura di Pavia ha già chiuso le indagini chiedendo il rinvio a giudizio dell’unico indagato.

Diciannove anni di silenzio, poi una scelta. Marco Poggi, fratello di Chiara Poggi assassinata il 13 agosto 2007 nella villetta di famiglia a Garlasco, ha deciso di parlare per la prima volta davanti a una telecamera. Lo ha fatto in un’intervista esclusiva a Quarto Grado, il programma condotto da Gianluigi Nuzzi e Alessandra Viero su Rete4, andata in onda nella serata di venerdì 5 giugno 2026. Le sue parole arrivano in un momento delicatissimo: la Procura di Pavia ha appena chiuso le indagini su Andrea Sempio — storico amico di Marco — ipotizzando che sia lui, e non Alberto Stasi (condannato in via definitiva a 16 anni), il vero assassino di Chiara.

La prima volta in tv: «Mi son creato una bolla»

Marco Poggi ha scelto di rompere un riserbo che durava dall’estate del 2007, da quando il corpo della sorella ventiseienne fu trovato esanime ai piedi delle scale che conducevano alla cantina di casa. Nell’anticipazione diffusa sui social dal programma, le sue parole restituiscono lo sfogo di chi ha vissuto mesi durissimi, sotto i riflettori di una macchina mediatica che lo ha investito direttamente: «Mi son sempre creato una bolla — ha dichiarato — si è detto di tutto in quest’anno, si è detto di tutto. Si è giocato per un anno sulla morte e sulla vita di Chiara».

Il punto più doloroso per lui non riguarda le ipotesi giudiziarie, ma la dimensione umana della vicenda: «Le cose che mi hanno ferito di più alla fine sono quelle che riguardano Chiara e il voler rovinare un po’ il suo ricordo». Una frase che fotografa la distanza tra il processo mediatico e il dolore privato di una famiglia.

Le accuse che lo hanno riguardato direttamente

Negli atti della chiusura della nuova inchiesta della Procura di Pavia, i magistrati hanno tracciato un profilo critico del comportamento di Marco Poggi come testimone. Gli inquirenti lo hanno ascoltato per ben tre volte nel giro di poco più di un anno, rilevando quello che hanno definito un «atteggiamento ostile» nei confronti delle indagini. Nei verbali si segnalano anche alcune discrepanze tra le dichiarazioni rese nel 2026 e quelle del 2007, oltre a una difesa ritenuta dai pm eccessivamente tenace nei confronti dell’amico Andrea Sempio.

Non a caso, nella sua intervista televisiva, Marco Poggi ha pronunciato parole nette anche su questo punto: «Essere accusato di essere coinvolto nell’omicidio di Chiara» e il riferimento a come «chi indagava poteva benissimo smorzare alcune piste» suonano come una risposta diretta alla lettura che la Procura ha dato del suo comportamento durante l’istruttoria.

Nell’ultima deposizione, datata 6 maggio 2026, Marco Poggi ha ribadito con fermezza che Andrea Sempio non può essere stato l’assassino di sua sorella: ha dichiarato che i due non avevano mai avuto rapporti particolari e che non ha mai visto l’amico in possesso di video intimi della sorella con l’allora fidanzato Stasi. È proprio su quel punto che si regge il movente ipotizzato dall’accusa.

Il movente e la ricostruzione della Procura

Secondo la ricostruzione dei pm di Pavia — coordinati dal procuratore capo Fabio Napoleone — e dei carabinieri del Nucleo investigativo di Milano, il filo che porta a Sempio passa da una pendrive contenente video intimi di Chiara Poggi e Alberto Stasi. Nelle intercettazioni acquisite dagli inquirenti, Sempio avrebbe ammesso in un soliloquio registrato di aver visto quel materiale. Dalla visione dei filmati, secondo l’accusa, sarebbe nata un’ossessione nei confronti della giovane, sfociata nell’aggressione dopo un rifiuto.

La dinamica ricostruita nei documenti della chiusura delle indagini è brutale: dopo una colluttazione iniziale, Sempio avrebbe colpito Chiara ripetutamente con un corpo contundente — probabilmente un martello — prima alla fronte e agli zigomi, poi alla testa mentre lei era già a terra. Infine l’avrebbe trascinata verso la cantina, colpendola ancora. In totale, secondo i periti, la vittima ha subito almeno 12 lesioni al cranio e al volto.

La difesa di Sempio, rappresentata dall’avvocato Liborio Cataliotti, ha respinto questa lettura sostenendo che i dettagli sulla pendrive e sul movente sessuale circolavano già in rete settimane prima dell’intercettazione, e che il soliloquio potrebbe rispecchiare nozioni acquisite da fonti esterne piuttosto che un ricordo personale.

Il caso processuale: Stasi condannato, Sempio indagato

Il caso Garlasco ha una storia giudiziaria lunga e travagliata. Alberto Stasi, ex fidanzato di Chiara, è stato condannato in via definitiva a 16 anni di carcere per l’omicidio. La riapertura delle indagini — avviata nel 2016-2017 e poi ripresa con maggiore intensità fino alla chiusura nel maggio 2026 — si fonda su elementi che, nella prospettiva della Procura, disegnano un quadro alternativo e incompatibile con quella sentenza.

Il 7 maggio 2026, il procuratore Napoleone ha notificato alla difesa l’avviso di conclusione delle indagini ai sensi dell’art. 415 bis del codice di procedura penale. Contestualmente ha annunciato l’inoltro degli atti alla Procuratrice generale di Milano, Francesca Nanni, affinché valuti una possibile istanza di revisione della condanna di Stasi. Da quel momento, Sempio ha avuto venti giorni per chiedere di essere nuovamente interrogato. Il rinvio a giudizio è considerato l’ipotesi più probabile dai magistrati.

Sempio, 38 anni al momento della chiusura delle indagini, aveva 19 anni all’epoca del delitto. Durante l’interrogatorio del 6 maggio si è avvalso della facoltà di non rispondere. Resta indagato e beneficia, in questa fase, della presunzione di innocenza.

Quarto Grado raddoppia: contesto mediatico e televisivo

L’intervista a Marco Poggi è il cuore della doppia puntata speciale che Quarto Grado ha dedicato al caso questa settimana. Giovedì 4 giugno il programma — trasmesso eccezionalmente anche in quella serata, in aggiunta al consueto appuntamento del venerdì — ha ospitato in studio Mirko Crepaldi, presentato come amico di vecchia data di Andrea Sempio da oltre vent’anni, per la prima volta in televisione. Venerdì 5 giugno è stata invece la volta dell’esclusiva con Marco Poggi.

Lo stesso conduttore Gianluigi Nuzzi aveva annunciato il colpo giornalistico via social, parlando di «tante nuvole e tante fake news» addensate sul nome del fratello della vittima. Nell’annuncio aveva anticipato che Marco Poggi avrebbe affrontato tre nodi: il rapporto con Sempio, la ricostruzione di ciò che avvenne il 13 agosto 2007 e — punto su cui nel corso degli anni sono circolate le voci più divisive — la questione del suo alibi, che lo vorrebbe in montagna con i genitori nelle ore del delitto.

In studio, durante la puntata, anche il conduttore ha usato la parola «follia» in riferimento alle speculazioni che avevano coinvolto Marco Poggi, prendendo posizione esplicita a favore della figura del fratello della vittima.

Diciannove anni di dolore e di processo pubblico

Il delitto di Garlasco è uno dei casi di cronaca nera più seguiti della storia recente italiana. Dal ritrovamento del corpo di Chiara il mattino del 13 agosto 2007, fino ai tre gradi di giudizio che hanno condannato definitivamente Stasi nel 2015, il caso ha attraversato l’opinione pubblica con una persistenza rara. La riapertura delle indagini su Sempio — spinto da nuovi elementi tecnici e dalle intercettazioni — ha riacceso il dibattito con la stessa intensità, moltiplicata dalla velocità dei social media.

In questo scenario, Marco Poggi è rimasto per quasi due decenni una presenza silenziosa: centrale nella ricostruzione familiare, ma quasi assente nella sfera pubblica. La sua scelta di parlare adesso non è un fatto neutro: arriva dopo mesi in cui la sua credibilità come testimone è stata messa in discussione negli stessi atti giudiziari, e in cui la sua amicizia con Sempio è diventata un elemento di lettura della vicenda. Le sue parole in televisione non hanno valore probatorio, ma hanno un peso umano e narrativo difficile da ignorare.

Il processo — se ci sarà il rinvio a giudizio — dovrà stabilire se la ricostruzione della Procura di Pavia regge di fronte alle contestazioni della difesa. Fino ad allora, ogni dichiarazione resta nel campo delle ipotesi. Come ricordano gli stessi osservatori più attenti: la distinzione tra dichiarazione televisiva e prova processuale non attenua la forza della notizia — la rende semplicemente utilizzabile.