Il summit tra le due superpotenze si apre con polemiche e cerimoniale in pompa magna: dazi, Iran e la questione taiwanese al centro dei colloqui bilaterali alla Grande Sala del Popolo
Il vertice tra Donald Trump e Xi Jinping a Pechino segna il primo incontro bilaterale in territorio cinese dal 2017 e si apre con un avvertimento netto da parte del leader di Pechino: se Washington gestirà male la questione di Taiwan, le due superpotenze rischiano di entrare in conflitto diretto. Un monito che getta ombre sul summit, presentato dallo stesso Trump come potenzialmente “il migliore di sempre”, e che complica l’agenda commerciale e diplomatica che entrambi i Paesi speravano di chiudere con segnali di distensione.
Il cerimoniale e l’inizio dei colloqui
Tappeto rosso, cannoni che sparano sulla piazza, una banda militare che esegue gli inni nazionali e circa trecento bambini in uniforme che sventolano bandiere americane e cinesi: l’accoglienza riservata a Donald Trump a Pechino è stata impeccabile sul piano della forma, in quello stile di grandiosità simbolica che la Cina riserva agli ospiti di massimo rango.
Xi Jinping ha accolto personalmente il presidente americano sul tappeto rosso della Grande Sala del Popolo, a pochi passi da piazza Tiananmen, con una stretta di mano — non il “grande abbraccio caloroso” che Trump aveva anticipato nei giorni precedenti. Il colloquio bilaterale vero e proprio è durato oltre due ore, a cui hanno partecipato i principali esponenti delle rispettive delegazioni.
Sul fronte americano erano presenti il Segretario di Stato Marco Rubio — che ha ottenuto un visto speciale nonostante sia soggetto a sanzioni cinesi —, il Segretario alla Difesa Pete Hegseth, il Segretario al Tesoro Scott Bessent e il vice capo di gabinetto Stephen Miller. Insieme a loro, una delegazione imprenditoriale senza precedenti: ben 17 tra i più potenti CEO americani, tra cui Elon Musk di Tesla, Jensen Huang di Nvidia e Tim Cook di Apple. Una scelta che sottolinea come il vertice non fosse solo politica ma, forse soprattutto, affari.
Uscendo dalla Grande Sala del Popolo, i tre magnati della tecnologia sono stati intercettati dai giornalisti: “Meraviglioso”, ha risposto Musk. “Tante cose buone”, ha aggiunto. Huang si è limitato a dire che i colloqui “sono andati bene” e che i due leader sono “incredibili”. Cook, con il sorriso, ha fatto il segno della pace.
L’avvertimento di Xi su Taiwan
Al di là del cerimoniale e delle dichiarazioni di facciata, il cuore politico del summit è stato segnato da un passaggio tutt’altro che conciliante. Xi Jinping ha sollevato con forza la questione di Taiwan, avvertendo che una gestione errata del dossier potrebbe portare i due Paesi a “scontrarsi, e persino a entrare in conflitto”.
Secondo quanto riportato dal ministero degli Esteri cinese, Xi ha dichiarato che, se la questione fosse gestita correttamente, le relazioni bilaterali potranno mantenersi “in generale stabili”. In caso contrario, i due Paesi rischiano una “situazione estremamente pericolosa”. Il leader cinese ha anche richiamato la cosiddetta “trappola di Tucidide”, il concetto geopolitico secondo cui una potenza emergente e una dominante tendono storicamente allo scontro — un chiaro messaggio sul ruolo che Pechino intende rivendicare nel nuovo ordine mondiale.
Xi ha ribadito che “l’indipendenza di Taiwan” e la pace nello Stretto sono “incompatibili come il fuoco e l’acqua”, e che tutelare la stabilità in quell’area è “il più grande denominatore comune tra Cina e Stati Uniti”. La Cina considera Taiwan parte integrante del proprio territorio e osserva con crescente ostilità le forniture militari statunitensi all’isola: a dicembre, Washington aveva annunciato la vendita di armamenti a Taipei per oltre 10 miliardi di dollari, consegna che non è ancora avvenuta.
Trump, dal canto suo, non ha risposto pubblicamente all’avvertimento. Interpellato dai giornalisti all’uscita dalla riunione mattutina, si è limitato a commentare: “Ottimo. Ottimo posto. Incredibile. La Cina è bellissima.” Nessuna parola su Taiwan.
La portavoce del governo taiwanese, Michelle Lee, ha dichiarato che gli Stati Uniti “hanno ripetutamente ribadito il proprio chiaro e fermo sostegno a Taiwan” nel corso dei colloqui — una versione ben diversa da quella che traspare dalla comunicazione ufficiale della Casa Bianca, che nel suo resoconto non ha fatto alcun riferimento alla questione taiwanese.
Il nodo Iran e lo Stretto di Hormuz
Tra i temi più urgenti portati da Trump al tavolo di Pechino c’è la guerra in Iran. Washington sa bene che Teheran dipende economicamente dalla Cina, che è il suo principale acquirente di petrolio nonostante le sanzioni internazionali. Trump vuole che Xi faccia pressione sull’Iran per arrivare a un accordo, anche se il presidente americano ha pubblicamente sostenuto di non avere “bisogno dell’aiuto cinese” su questo fronte.
Sul punto, la Casa Bianca ha riferito che i due leader hanno raggiunto un’intesa su alcuni principi fondamentali: Cina e Stati Uniti concordano sul fatto che l’Iran non possa mai dotarsi di armi nucleari e che lo Stretto di Hormuz debba restare aperto per garantire il flusso dei prodotti energetici. Si tratta di un accordo di principio significativo, considerato che la chiusura dello Stretto nei mesi scorsi ha scatenato uno dei più gravi shock energetici degli ultimi decenni.
Pechino, tuttavia, ha scelto toni più cauti nel proprio comunicato ufficiale, limitandosi a dire che le due parti “hanno scambiato opinioni” sulla situazione mediorientale — una formula diplomatica che non implica alcun impegno concreto. Xi ha anche espresso interesse per un aumento degli acquisti cinesi di petrolio americano, secondo quanto riferito dalla delegazione statunitense.
I dossier commerciali: dazi, terre rare e accordi settoriali
Il vertice di Pechino nasce anche — e forse soprattutto — dalla necessità di trovare una stabilizzazione delle relazioni economiche tra le due potenze, rimaste fortemente turbate dai dazi americani imposti da Trump e dalle successive contromisure cinesi, tra cui restrizioni all’export di terre rare strategiche per l’industria tecnologica occidentale.
Entrambe le delegazioni si presentano con l’obiettivo di prorogare la tregua commerciale annunciata dopo il precedente incontro in Corea del Sud. Le aspettative degli analisti erano tuttavia contenute: nessun “grande accordo” era atteso, ma piuttosto annunci mirati su singoli settori.
Sul fronte degli acquisti, la Cina avrebbe già approvato licenze di esportazione per diverse centinaia di aziende americane del settore carni, aprendo nuovamente il mercato cinese alle importazioni di carne statunitense. Sono attesi accordi anche su prodotti agricoli e aerospaziali, con il CEO di Boeing Kelly Ortberg tra i presenti nella delegazione americana.
Xi ha anche promesso che la Cina “aprirà ancor di più le porte al mondo”, pur senza fornire dettagli concreti. Il tono del presidente cinese è stato quello di chi si sente in una posizione di forza: la Cina non ha più bisogno di mostrarsi accomodante a tutti i costi e lo sa. Come hanno sottolineato diversi analisti, rispetto al vertice del 2017, Pechino appare oggi molto più sicura di sé, in parte grazie alle politiche imprevedibili di Washington che hanno spinto molti Paesi a rafforzare le relazioni con la Cina come alternativa strategica.
Il formato del summit: cerimonia, tempio e cena di stato
Oltre ai colloqui bilaterali, il programma del vertice ha previsto un denso calendario di eventi cerimoniali. Dopo la riunione mattutina alla Grande Sala del Popolo, i due presidenti si sono recati insieme al Tempio del Cielo, uno dei complessi architettonici più suggestivi di Pechino, costruito nel XV secolo. Nel corso della cena di stato serale, Xi ha brindato affermando che Stati Uniti e Cina “dovrebbero essere partner, non rivali”. Trump ha ricambiato elogiando la visita e invitando formalmente Xi a una visita alla Casa Bianca fissata per il 24 settembre — non è chiaro se il leader cinese abbia accettato.
Venerdì, secondo giorno del summit, i due leader si incontreranno per una cerimonia del tè e un pranzo di lavoro prima che Trump faccia ritorno a Washington.
Non sono mancati però anche momenti di tensione logistica e protocollare. Un agente del Secret Service americano è stato momentaneamente bloccato all’ingresso del complesso del Tempio del Cielo perché armato. In un altro frangente, funzionari cinesi hanno tentato di impedire ad alcuni esponenti della delegazione statunitense di salire nel corteo presidenziale, dando vita a un acceso confronto diplomatico.
Il contesto: perché questo vertice è cruciale
Il summit di Pechino arriva in un momento in cui le relazioni tra le due superpotenze sono cariche di tensioni su più fronti. Oltre a Taiwan e all’Iran, sul tavolo ci sono anche:
- La guerra in Ucraina e la preoccupazione americana per il sempre più stretto asse tra Cina e Russia. Washington teme che il rafforzamento della partnership tra Xi e Vladimir Putin possa portare alla nascita di un blocco alternativo all’Occidente.
- La corsa all’intelligenza artificiale: entrambi i Paesi competono per la supremazia tecnologica globale, e la questione dei chip avanzati — soprattutto quelli prodotti da Nvidia — è uno dei punti più sensibili.
- Le terre rare: la Cina controlla la stragrande maggioranza della produzione e lavorazione mondiale di questi minerali strategici, indispensabili per batterie, semiconduttori e tecnologie militari. Le restrizioni all’export imposte da Pechino come ritorsione ai dazi americani hanno messo in allarme le industrie occidentali.
- La penisola coreana: altro dossier geopolitico in cui la Cina gioca un ruolo chiave come interlocutore privilegiato di Pyongyang.
Xi Jinping agisce con la consapevolezza di chi guida un Paese con una prospettiva storica di lungo periodo — non condizionato da scadenze elettorali — e con l’obiettivo di affermare il ruolo della Cina come potenza globale alla pari degli Stati Uniti. Trump, al contrario, ha bisogno di risultati visibili nel breve termine, da spendere sul piano interno. Questa asimmetria di tempi e obiettivi è forse il fattore più determinante nell’evoluzione del rapporto tra le due potenze.
Reazioni internazionali: l’Europa guarda con apprensione
Il vertice di Pechino è osservato con grande attenzione anche dall’Europa, che teme di essere la grande esclusa da qualsiasi intesa bilaterale tra Washington e Pechino. Qualunque sia l’esito dei colloqui, per Bruxelles ci sono pochi motivi di ottimismo: un riavvicinamento commerciale tra Cina e USA potrebbe penalizzare ulteriormente le esportazioni europee, mentre un accordo su Taiwan o sull’Iran potrebbe essere raggiunto al di fuori di qualsiasi consultazione con gli alleati occidentali.
Conclusioni
Il vertice di Pechino rappresenta un momento spartiacque nelle relazioni tra le due superpotenze. Al di là degli sorrisi di facciata e della retorica della partnership, i nodi restano tutti sul tavolo: Taiwan, Iran, dazi e la ridefinizione dell’ordine globale. L’avvertimento di Xi su Taiwan — chiaro, pubblico, non diplomaticamente attenuato — è il segnale che la Cina non ha nessuna intenzione di cedere su quello che considera il proprio “core interest” assoluto. Trump, per parte sua, tornerà a Washington con qualche accordo commerciale di facciata e la promessa di una visita di Xi negli Stati Uniti. Ma le grandi questioni restano irrisolte.

