Dopo l’aggressione shock da parte di un richiedente asilo, torna al centro il rapporto tra immigrazione, criminalità e risposte dello Stato
La brutale aggressione di una donna a Sondrio da parte di un giovane straniero riaccende un dibattito che in Italia si trascina da anni: quanto incide davvero l’immigrazione sulla sicurezza pubblica? E cosa sta (o non sta) facendo il governo che aveva promesso più ordine e rimpatri? In questo vuoto, anche la sinistra ha abdicato al tema, lasciandolo interamente alla propaganda della destra.
Un’aggressione brutale che scuote l’opinione pubblica
Una donna di 44 anni è stata violentemente aggredita e stuprata a Sondrio, nei pressi della stazione ferroviaria, la sera del 6 ottobre. L’uomo arrestato è un richiedente asilo di 24 anni, originario del Mali, ospitato in una struttura d’accoglienza in provincia. Secondo le ricostruzioni, l’aggressore avrebbe colpito con ferocia la vittima, staccandole un orecchio a morsi, dopo averla rapinata e abusato sessualmente di lei.
Il fatto ha immediatamente sollevato un’ondata di indignazione e paura, alimentando nuovamente il binomio “stranieri e pericolo sociale”, già radicato nell’opinione pubblica e cavalcato regolarmente in ambito politico.
Il caso, nella sua atrocità, è diventato una sorta di simbolo: la violenza estrema compiuta da uno straniero in un contesto urbano vulnerabile, come quello delle stazioni, si presta perfettamente alla narrazione securitaria. Tuttavia, episodi di questo tipo — per quanto gravi e inaccettabili — non possono e non devono diventare il metro assoluto per giudicare fenomeni migratori complessi.
Sicurezza e immigrazione: un legame costruito più nella percezione che nei numeri
L’equazione immigrazione = insicurezza è un meccanismo semplificato, ma assai efficace nel dibattito pubblico. Diversi studi dimostrano che, al di là delle percezioni diffuse, i dati non giustificano una correlazione automatica tra aumento della presenza straniera e crescita della criminalità.
Tuttavia, quando accadono episodi come quello di Sondrio, le paure sedimentate riemergono con forza, rafforzando stereotipi e richieste di repressione. Si crea così un circuito di conferma: più si parla di immigrazione come problema di sicurezza, più la gente si sente insicura, e più cresce il consenso per soluzioni drastiche.
Le promesse del governo Meloni: controllo, espulsioni e CPR
Il tema della sicurezza, connesso a doppio filo all’immigrazione, è stato centrale nella campagna elettorale del governo in carica. La promessa era chiara: tolleranza zero per l’immigrazione irregolare, più rimpatri, rafforzamento dei centri di permanenza per il rimpatrio (CPR) e controllo del territorio.
Alcune misure sono state effettivamente introdotte:
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Decreti sicurezza che ampliano la possibilità di trattenere stranieri nei CPR fino a 18 mesi.
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Protocollo con l’Albania per realizzare centri extra-territoriali per migranti da espellere.
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Nuove risorse per la polizia e le forze dell’ordine, in particolare nelle aree urbane a rischio.
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Snellimento delle procedure per i rimpatri, con accordi bilaterali rinnovati o in via di definizione.
Ma a fronte di questi annunci, i numeri raccontano una realtà più complicata. I rimpatri effettivi restano pochi rispetto alla platea di irregolari presenti sul territorio. Le strutture di detenzione sono insufficienti e spesso al centro di denunce per condizioni inumane. Inoltre, la cooperazione con i Paesi di origine è difficile, poiché molti non accettano il rientro forzato dei propri cittadini o non dispongono di anagrafe affidabili.
Cosa può (e cosa non può) fare lo Stato
Le promesse politiche spesso si scontrano con i limiti strutturali e giuridici.
Gli strumenti effettivi a disposizione:
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Pattugliamento rafforzato delle aree critiche.
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Espulsione amministrativa per soggetti pericolosi, condannati o recidivi.
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Centri di rimpatrio, con procedura accelerata nei casi di reati gravi.
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Monitoraggio dei richiedenti asilo, attraverso codici identificativi e tracciabilità dei percorsi.
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Cooperazione internazionale, se sostenuta da strumenti giuridici solidi.
I limiti oggettivi:
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Tempi lunghi delle procedure di espulsione.
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Rifiuto dei Paesi d’origine di riaccettare migranti indesiderati.
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Impossibilità di trattenere a lungo chi non ha commesso reati, per vincoli costituzionali.
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Rispetto dei diritti umani, che esclude trattamenti disumani o espulsioni collettive.
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Presenza di irregolari di fatto “non espellibili”, spesso privi di documenti.
La destra promette sicurezza, ma i risultati sono modesti
Nonostante il tono muscolare, i risultati concreti del governo in tema di sicurezza sono ancora deboli. I CPR sono pochi, malgestiti e con posti limitati. I rimpatri restano ben al di sotto degli annunci. Il controllo delle periferie è frammentario e spesso affidato alle forze dell’ordine senza reali strumenti di prevenzione sociale.
La strategia securitaria rischia così di diventare più propaganda che politica, alimentando l’idea che la minaccia sia sempre esterna, senza affrontare le radici sociali della devianza, né investire davvero su integrazione e inclusione.
Anche la sinistra ha ignorato la sicurezza: un errore pagato caro
La sinistra italiana ha per lungo tempo lasciato il tema della sicurezza alla destra, considerandolo secondario o ideologicamente “contaminato”. Questa scelta ha avuto un costo alto, in termini di consenso nelle periferie urbane, nei piccoli centri, tra le fasce popolari.
Eppure, la sicurezza è un diritto sociale, non una bandiera di parte. Una sinistra moderna dovrebbe farsi carico del bisogno di protezione, ma con strumenti differenti: politiche di prevenzione, presidio del territorio, recupero del degrado urbano, investimenti nei servizi.
Recuperare terreno su questo fronte significa intercettare un malessere reale, offrendo risposte che non siano basate sull’esclusione, ma su una coesione sociale concreta. Lasciare il monopolio della sicurezza alla destra significa cedere un campo decisivo della politica, con conseguenze durature.
Il bisogno di una visione più matura e realistica
Il caso di Sondrio impone una riflessione che vada oltre l’emozione e la reazione. È legittimo, anzi doveroso, pretendere giustizia per la vittima e prevenzione per i cittadini. Ma non si può costruire una politica pubblica sulla base di singoli fatti, per quanto gravi.
Serve un approccio razionale, sistemico e rispettoso dello Stato di diritto. La sicurezza si garantisce con mezzi efficaci, ma anche con legalità, trasparenza e investimenti sociali. Alimentare la paura non rende più sicuri: offrire risposte concrete, sì.
