La separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri ottiene il terzo sì parlamentare, ma resta forte la contrarietà di parte della magistratura e dell’opposizione
La Camera dei Deputati ha approvato in terza lettura la riforma costituzionale che introduce la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri, segnando un passo decisivo nel percorso parlamentare della riforma della giustizia voluta dal governo Meloni. Il testo, tuttavia, non ha raggiunto la maggioranza qualificata dei due terzi, aprendo alla possibilità di un referendum popolare. Tra le voci più critiche si distingue quella del procuratore Nicola Gratteri, che contesta la necessità e l’utilità del provvedimento.
Terzo sì parlamentare alla riforma
Con 243 voti favorevoli, 109 contrari e nessun astenuto, la Camera ha approvato il disegno di legge costituzionale che prevede una netta separazione delle carriere dei magistrati requirenti (i pubblici ministeri) e giudicanti (i giudici). La votazione ha superato la soglia della maggioranza assoluta ma non ha raggiunto i due terzi dei voti necessari per blindare la riforma ed evitare un eventuale referendum confermativo.
Il provvedimento, già passato per due volte alla Camera e una al Senato, necessita ora di un ultimo passaggio a Palazzo Madama. Se anche lì otterrà un sì senza i due terzi dei voti, sarà possibile un referendum costituzionale che chiamerà i cittadini a esprimersi sulla modifica.
Il contenuto della riforma
La riforma introduce un principio che ha diviso da decenni la politica e la magistratura: la separazione strutturale tra chi indaga e chi giudica, con l’obiettivo – secondo i promotori – di rafforzare l’imparzialità e l’equilibrio del sistema giudiziario.
Attualmente, in Italia, giudici e pubblici ministeri appartengono allo stesso ordine, possono transitare da una funzione all’altra in determinati limiti, e sono gestiti da un unico Consiglio Superiore della Magistratura (CSM). Con la nuova impostazione, invece, sarebbero previsti due CSM distinti, due percorsi di carriera non comunicanti e una rigida distinzione operativa.
Le reazioni politiche: tra entusiasmo e proteste
Il governo ha accolto con soddisfazione il voto. La presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha definito la riforma “storica e attesa da anni”, sottolineando che rappresenta “una svolta per il sistema giudiziario italiano e una tutela maggiore per la terzietà dei giudici”.
Antonio Tajani, vicepremier e leader di Forza Italia, ha parlato di “quintessenza delle riforme” e di un atto di modernizzazione per l’intero ordinamento.
Ma il clima in Aula si è acceso: forti le proteste delle opposizioni, che hanno criticato gli applausi del centrodestra al termine della votazione. La seduta è stata brevemente sospesa dalla vicepresidente della Camera Anna Ascani per sedare le tensioni tra i banchi.
Gratteri: “Non serve. Si cambia la Costituzione per lo 0,2% dei magistrati?”
Tra le voci più critiche si distingue quella del procuratore di Napoli Nicola Gratteri, che in più occasioni ha contestato la fondatezza giuridica e l’utilità pratica della riforma.
Intervenuto in televisione e sulla stampa, Gratteri ha dichiarato:
“Sono contrario perché non serve. Solo una minima parte dei magistrati chiede di cambiare carriera, e quando avviene devono cambiare regione. Si insiste così tanto per lo 0,2% di tutti i magistrati?”
Secondo il magistrato calabrese, la riforma ha un impianto ideologico più che tecnico: “La realtà è che questo tema è usato per attaccare la magistratura inquirente e tentare di ridurne l’autonomia”, ha aggiunto.
Per Gratteri, l’effetto concreto potrebbe essere quello di indebolire il ruolo del pubblico ministero, con il rischio che venga a trovarsi sotto l’influenza del potere esecutivo:
“Separare le carriere significa creare un pubblico ministero meno indipendente, più controllabile dal governo e dalle sue priorità politiche”.
Non solo: Gratteri ha messo in dubbio anche il beneficio sulla tempistica dei processi, affermando che la riforma non migliorerebbe l’efficienza né ridurrebbe i ritardi della giustizia.
Le critiche dell’opposizione e del mondo giudiziario
A fianco di Gratteri si schierano numerosi esponenti della magistratura associata, tra cui l’ANM (Associazione Nazionale Magistrati), che ha ribadito il suo no alla riforma, denunciando il rischio di “una magistratura a doppia velocità e con standard di autonomia differenti”.
Nel mondo politico, le opposizioni – dal Partito Democratico al Movimento 5 Stelle – hanno espresso forte contrarietà, definendo la riforma:
-
“Una vendetta contro i giudici scomodi”;
-
“Un indebolimento della giustizia penale”;
-
“Un attacco all’equilibrio tra poteri dello Stato”.
Molti deputati di centrosinistra, durante il dibattito, hanno sottolineato che la Costituzione attuale garantisce già la separazione funzionale tra giudice e PM, e che il cambio di funzione è già oggi rigidamente regolato, con limiti territoriali e temporali.
Le incognite del referendum
Poiché il testo non ha ottenuto i due terzi dei voti richiesti, è ora possibile che venga indetto un referendum costituzionale. A promuoverlo potrebbero essere le opposizioni parlamentari o 500.000 elettori attraverso una raccolta firme.
La prospettiva di un referendum apre nuovi scenari politici: da un lato il governo potrebbe usarlo come banco di prova del consenso sulla sua agenda riformista, dall’altro rischia una polarizzazione sociale che potrebbe trasformare il voto in un giudizio sull’intera politica del centrodestra.
I prossimi passaggi
Ora il testo dovrà tornare al Senato per l’ultimo via libera. Anche in quella sede, se non sarà raggiunta la maggioranza dei due terzi, si riaprirà il fronte referendario.
Nel frattempo, cresce il dibattito tra giuristi, operatori del diritto e opinione pubblica. Il cuore della questione resta aperto: è davvero necessaria una riforma costituzionale per affrontare un fenomeno che riguarda una percentuale minima dei magistrati?
Come ha osservato Gratteri:
“Con questa riforma non si risolvono i veri problemi della giustizia italiana: organici carenti, risorse limitate, carichi di lavoro insostenibili e tempi lunghissimi. Stiamo guardando dalla parte sbagliata”.
