Usa e Iran firmano la pace venerdì a Ginevra: Hormuz riapre, sul nucleare 60 giorni di negoziato

Dopo mesi di guerra e quasi quattro anni di tensioni, Washington e Teheran hanno raggiunto un memorandum d’intesa: la cerimonia ufficiale è fissata per il 19 giugno in Svizzera, con colloqui preparatori già in corso a Doha. Trump minaccia: senza accordo definitivo sul nucleare, riprenderanno gli attacchi.

È la svolta diplomatica più attesa degli ultimi anni: Stati Uniti e Iran hanno raggiunto un accordo preliminare di pace, annunciato nella notte tra domenica 14 e lunedì 15 giugno 2026. La firma ufficiale del memorandum d’intesa è prevista per venerdì 19 giugno a Ginevra, in Svizzera, mentre colloqui preparatori sono già in corso a Doha, in Qatar. L’intesa prevede la cessazione immediata e permanente delle ostilità su tutti i fronti — incluso il Libano — la riapertura dello Stretto di Hormuz e l’avvio di un negoziato di 60 giorni sul programma nucleare iraniano. Le Borse europee hanno accolto la notizia con rialzi significativi, e il prezzo del petrolio è crollato in pochi minuti dall’annuncio.

Come si è arrivati all’intesa: 17 ore di negoziati a Teheran

L’accordo è il frutto di un’intensa attività diplomatica che ha visto protagonisti il Pakistan e il Qatar come mediatori principali. Secondo fonti diplomatiche citate dall’agenzia France-Presse, i mediatori del Qatar hanno lasciato Teheran dopo diciassette ore di intensi negoziati iniziati domenica, culminati nel raggiungimento di un’intesa che ha sorpreso per la rapidità degli sviluppi finali. Sul fronte americano, i negoziatori principali sono stati Steve Witkoff e Jared Kushner; per l’Iran ha trattato direttamente il ministro degli Esteri Abbas Araghchi.

Prima dell’accordo definitivo, le tensioni erano ancora altissime. Israele aveva intensificato i raid nel Libano meridionale — con attacchi a Dahiyeh, il quartiere meridionale di Beirut considerato una roccaforte di Hezbollah — e ulteriori bombardamenti erano stati segnalati nelle prime ore di lunedì 15 giugno in diverse località del sud libanese, tra cui Kfar Tebnit, Khiam e Mayfadoun. Il ministro della Difesa israeliano Israel Katz ha dichiarato che le Forze di Difesa Israeliane resteranno nelle zone di sicurezza in Libano, Siria e Gaza, senza limiti di tempo.

Non va dimenticato il percorso tormentato che ha preceduto l’intesa. La Casa Bianca aveva più volte annunciato una firma imminente — anche per domenica 14 giugno, giorno del compleanno di Donald Trump — ma Teheran aveva frenato, con i Pasdaran che accusavano il presidente americano di voler usare la pace come “regalo di compleanno” a fini di propaganda interna. I Guardiani della Rivoluzione avevano scritto su Telegram che l'”insolita insistenza” di Trump rappresentava un “test per il team negoziale iraniano”. Alla fine, però, le 17 ore di negoziati a Teheran hanno prodotto il risultato atteso.

Cosa prevede il memorandum d’intesa in 14 punti

Il documento è un memorandum d’intesa articolato in 14 punti, mediato da Pakistan e Qatar. Ecco i contenuti principali, stando a quanto emerso dalle fonti diplomatiche e dai media internazionali:

  • Cessate il fuoco immediato e permanente su tutti i fronti regionali, incluso il Libano. È questa la richiesta che Teheran aveva posto come condizione irrinunciabile per qualsiasi accordo.
  • Riapertura dello Stretto di Hormuz entro trenta giorni. Trump ha autorizzato contestualmente la revoca immediata del blocco navale statunitense sui porti iraniani. L’Iran gestirà lo Stretto insieme all’Oman, con la possibilità di riscuotere tariffe di transito.
  • Congelamento del programma nucleare: l’Iran si impegna a non produrre né acquisire armi atomiche, a non arricchire ulteriormente l’uranio e a non espandere i propri impianti. La questione delle riserve di uranio altamente arricchito già accumulate sarà affrontata nella seconda fase negoziale.
  • Sospensione delle sanzioni petrolifere statunitensi e progressivo allentamento in base all’attuazione dell’accordo e alla “buona fede” dimostrata da Teheran nei successivi negoziati.
  • Sblocco di fondi iraniani congelati all’estero per un ammontare di circa 24-25 miliardi di dollari, di cui la metà disponibile prima dell’avvio dei negoziati definitivi.
  • Ritiro delle forze Usa dalle aree circostanti l’Iran, con tempi e modalità da definire.
  • Meccanismo di monitoraggio internazionale per l’attuazione dell’accordo.
  • Approvazione finale tramite risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.
  • Negoziato definitivo di 60 giorni su questioni nucleari, sanzioni e sicurezza regionale. I colloqui finali non inizieranno prima dello sblocco dei primi fondi e della riapertura marittima.

Rimangono invece esclusi dal perimetro dell’accordo il programma missilistico balistico iraniano e il sostegno di Teheran ai gruppi armati nella regione, due punti su cui Israele aveva insistito maggiormente ma che Teheran ha sempre rifiutato di negoziare in questa fase.

Trump e la minaccia: “Senza intesa sul nucleare, riprenderemo gli attacchi”

Il presidente americano ha annunciato l’accordo con un tono trionfalistico, scrivendo su Truth: “Con la presente autorizzo pienamente la riapertura senza restrizioni dello Stretto di Hormuz e, contestualmente, autorizzo l’immediata revoca del blocco navale degli Stati Uniti. Navi di tutto il mondo, accendete i motori.” E ancora: “Che il petrolio scorra!”

Ma Trump ha anche lanciato un avvertimento molto chiaro in una conversazione telefonica di 28 minuti con il New York Times: qualora l’Iran non raggiungesse un accordo nucleare definitivo entro i 60 giorni previsti, Washington sarebbe pronta a riprendere gli attacchi militari contro Teheran, oppure a fare degli Stati Uniti “i custodi del Medio Oriente, in cambio del 20% dei ricavi della regione”. Trump ha anche dichiarato di aver salvato Israele dall'”annientamento nucleare”, malgrado le obiezioni del premier israeliano Benjamin Netanyahu, il quale ha fatto sapere che l’accordo non è “vincolante” per Tel Aviv.

Sul fronte della trattativa nucleare, è emerso che Trump avrebbe aperto alla possibilità che l’Iran diluisca le riserve di uranio altamente arricchito sul proprio territorio, sotto la supervisione degli ispettori dell’AIEA (Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica), invece di trasferirle all’estero come Washington aveva inizialmente richiesto. Una concessione importante che ha reso possibile lo sblocco finale dei negoziati.

La posizione dell’Iran: “Fine immediata della guerra su tutti i fronti”

Il viceministro degli Esteri iraniano ha dichiarato che a partire da domenica sera viene annunciata la fine immediata e definitiva della guerra e delle operazioni militari su più fronti, incluso il Libano. Teheran ha sottolineato come l’accordo rappresenti non una resa bensì un risultato diplomatico: il ministro Araghchi ha affermato che il memorandum d’intesa “soddisfa tutti i requisiti degli Stati Uniti” ma anche le esigenze fondamentali dell’Iran, primo tra tutti il riconoscimento della sovranità nazionale e l’esclusione del programma missilistico dai negoziati.

Nella bozza di accordo, in base a quanto trapelato da fonti vicine al team negoziale di Teheran, l’Iran si impegna esplicitamente a non “produrre o acquisire” un’arma nucleare, in linea con gli obblighi del Trattato di non proliferazione nucleare. Il piano includerebbe anche ambiziose proposte di ricostruzione economica dell’Iran per almeno 300 miliardi di dollari da parte degli Stati Uniti e dei loro alleati, un dato che Teheran ha presentato come una vittoria storica sul fronte economico.

Non mancano tuttavia le voci critiche all’interno del paese. Il quotidiano Khorasan, vicino ai Pasdaran, ha definito l’accordo un modo per “ritardare lo scontro finale”, mentre le frange più radicali del regime islamico hanno organizzato manifestazioni di protesta a Teheran.

Lo Stretto di Hormuz: il nodo energetico globale

La riapertura dello Stretto di Hormuz è il punto che ha avuto l’impatto più immediato sui mercati internazionali. Il passaggio strategico tra il Golfo Persico e il Mare Arabico è uno dei punti di transito energetico più cruciali del pianeta: in condizioni normali, vi transita circa un quinto del petrolio mondiale e una quota significativa del gas naturale liquefatto globale. La sua chiusura nei mesi precedenti aveva causato turbolenze significative nei prezzi dell’energia e nelle catene di approvvigionamento globali.

Tuttavia, la riapertura non sarà immediata: lo Stretto dovrà prima essere sminato, un’operazione che richiederà tempo e coordinamento internazionale. Le operazioni di bonifica navale saranno accompagnate da una missione marittima multilaterale a guida franco-britannica, già pronta all’attivazione. Il presidente francese Emmanuel Macron, intervenuto prima dell’apertura del G7 di Ginevra, ha dichiarato che i mezzi della missione internazionale sono “dispiegati e pronti ad essere attivati”.

L’accordo stabilisce che l’Iran gestirà lo Stretto insieme all’Oman e potrà riscuotere tariffe di transito, con l’eccezione delle navi israeliane e di quelle di paesi considerati “ostili”. Secondo fonti iraniane, il ritorno al livello prebellico di transito avverrà gradualmente entro 30 giorni dalla firma.

La reazione dei mercati: Borse in rialzo, petrolio in picchiata

Le reazioni finanziarie all’accordo sono state immediate e significative. Le Borse europee hanno aperto in forte rialzo lunedì mattina: Milano ha guadagnato l’1,46% portandosi a 52.250 punti, Francoforte ha segnato +1,76%, Parigi +1,33%, Londra +0,76%. Lo Stoxx 600, l’indice delle seicento maggiori società europee quotate, è salito dello 0,9%, ai massimi dal febbraio precedente.

Sul fronte delle materie prime, il prezzo del petrolio è crollato in risposta alla prospettiva di una riapertura di Hormuz e di un ritorno sul mercato del greggio iraniano. Un calo atteso dagli analisti, che avevano già avvertito come l’accordo avrebbe potuto riportare sul mercato una quantità significativa di barili precedentemente bloccati dal conflitto e dalle sanzioni.

L’Europa e il G7: “Svolta storica, ora attuarla in pieno”

L’accordo è stato accolto con entusiasmo unanime dall’Europa e dal G7, che si stava proprio riunendo a Ginevra quando è giunta la notizia. I vertici dell’Unione Europea — il presidente del Consiglio Europeo António Costa, la presidente della Commissione Ursula von der Leyen e la responsabile della politica estera Kaja Kallas — hanno emesso dichiarazioni convergenti chiedendo l’attuazione piena e immediata dell’accordo.

“Ora le armi devono tacere e le divergenze in sospeso devono essere risolte con mezzi pacifici, in conformità con il diritto internazionale”, ha dichiarato Costa. Von der Leyen ha sottolineato che l’accordo “è fondamentale per la stabilità regionale e l’economia globale” e che “apre la strada a negoziati più ampi sulla pace e la sicurezza in Medio Oriente”. Kallas ha concluso con una nota di cauto ottimismo: “Siamo a una potenziale svolta.”

Il premier britannico Keir Starmer ha definito l’accordo “un passo avanti estremamente importante” e ha annunciato che Londra è pronta a contribuire alla missione navale per la riapertura di Hormuz. Il Gruppo E4 — composto da Regno Unito, Francia, Germania e Italia — ha emesso una dichiarazione congiunta in cui afferma che l’Iran “non deve mai acquisire armi nucleari” e che i quattro paesi sono pronti a revocare alcune sanzioni se Teheran adotterà “passi concreti e verificabili” sul dossier nucleare.

Il ruolo dell’Italia: Meloni pronta alla presenza navale a Hormuz

La presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha espresso il “forte apprezzamento” dell’Italia per il memorandum d’intesa raggiunto, con un ringraziamento esplicito ai mediatori, in particolare Qatar e Pakistan. “Si tratta di un’occasione di pace che va colta: l’Italia, come già in passato, è pronta a sostenere il processo diplomatico verso un accordo complessivo”, ha scritto Meloni in una dichiarazione ufficiale.

Ma la posizione italiana va ben oltre il sostegno diplomatico. L’Italia si è detta pronta, “fermo restando la necessaria autorizzazione parlamentare”, a contribuire a una presenza navale internazionale per accompagnare la piena riapertura dello Stretto di Hormuz. I principi guida, ha specificato Meloni, sono chiari: l’Iran non può dotarsi dell’arma nucleare e la libertà di navigazione deve essere garantita. Una posizione in linea con quella degli altri paesi del G4 e che segna un potenziale ritorno dell’Italia da protagonista sulla scena della sicurezza marittima internazionale.

Il ruolo dei mediatori: Pakistan e Qatar protagonisti della diplomazia silenziosa

Tra i protagonisti meno visibili ma fondamentali dell’accordo figurano il Pakistan e il Qatar, i due paesi che hanno svolto il ruolo di mediatori tra Washington e Teheran. Il premier pakistano Shehbaz Sharif è stato il primo a dare l’annuncio ufficiale dell’accordo su X, con una dichiarazione che parlava di “cessazione immediata e permanente delle operazioni militari su tutti i fronti”. Il ministro degli Esteri pakistano Ishaq Dar ha poi confermato che la cerimonia di firma è prevista per il 19 giugno a Ginevra, ringraziando anche Arabia Saudita, Turchia, Qatar, Egitto e Nazioni Unite per i loro “sinceri sforzi diplomatici”.

Il Qatar, dal canto suo, ha svolto un ruolo di facilitatore logistico essenziale: la delegazione qatariota ha trascorso 17 ore a Teheran domenica, conducendo le trattative finali che hanno portato alla firma del memorandum. Il primo ministro del Qatar, lo sceicco Mohammed bin Abdulrahman Al-Thani, aveva già espresso nelle settimane precedenti la “grande soddisfazione” di Doha per i progressi compiuti, sottolineando la necessità che tutte le parti rispondessero agli sforzi di mediazione.

I nodi irrisolti: Israele, missili e gruppi armati regionali

Nonostante l’euforia diplomatica, restano aperte alcune questioni di fondamentale importanza. Il primo nodo riguarda Israele: Tel Aviv ha fatto sapere che l’accordo non è “vincolante” per lo Stato ebraico, e le Forze di Difesa Israeliane (IDF) hanno continuato i raid nel Libano meridionale anche nelle ore successive all’annuncio. Il ministro Katz ha ribadito che l’esercito israeliano “rimarrà nelle zone di sicurezza in Libano, Siria e Gaza senza alcun limite di tempo”. Una posizione che potrebbe complicare significativamente l’attuazione del cessate il fuoco in Libano, che è invece uno dei capisaldi dell’accordo per Teheran.

Il secondo nodo riguarda il programma missilistico balistico iraniano e il sostegno ai gruppi armati regionali — Hezbollah in Libano, le milizie filo-iraniane in Iraq e Siria, gli Houthi in Yemen. Questi punti sono stati esplicitamente esclusi dal memorandum d’intesa, ma rappresentano le principali preoccupazioni di sicurezza sia per Israele che per i paesi del Golfo Persico. Sarà un tema che tornerà inevitabilmente nella seconda fase negoziale.

Il terzo nodo, forse il più tecnico ma non meno cruciale, riguarda le riserve di uranio altamente arricchito già accumulate dall’Iran. La questione è stata rinviata ai negoziati definitivi, con Trump che avrebbe aperto all’ipotesi della diluizione in loco sotto supervisione AIEA. Ma ottenere garanzie verificabili su questo punto sarà la vera sfida diplomatica dei prossimi 60 giorni.

Cosa succede adesso: la road map verso la pace

La road map concordata prevede i seguenti passi:

  • 15 giugno 2026: colloqui preparatori tra delegazioni USA e Iran a Doha, in Qatar.
  • 19 giugno 2026: cerimonia ufficiale di firma del memorandum d’intesa a Ginevra, in Svizzera. Per gli USA firmerà il vicepresidente J.D. Vance, già in viaggio verso l’Europa su aerei C-17.
  • Entro 30 giorni dalla firma: riapertura dello Stretto di Hormuz alla navigazione commerciale, completate le operazioni di sminamento; revoca del blocco navale americano; sblocco di circa 12 miliardi di dollari di fondi iraniani congelati.
  • Entro 60 giorni dalla firma: negoziato finale su nucleare, sanzioni e sicurezza regionale. In caso di mancato accordo, Trump ha minacciato la ripresa degli attacchi militari.

La comunità internazionale segue con attenzione ogni sviluppo. L’accordo di Ginevra, se confermato e attuato nei tempi previsti, potrebbe segnare la fine di un conflitto che ha destabilizzato il Medio Oriente, sconvolto i mercati energetici globali e messo a dura prova la tenuta dell’ordine internazionale. Ma la strada verso una pace stabile è ancora lunga, e i prossimi sessanta giorni saranno decisivi.