Un mese di guerra nel Golfo: l’Iran combatte come un’insurgenza e tiene in ostaggio l’economia mondiale

Nonostante i bombardamenti quotidiani di USA e Israele, Teheran resiste sfruttando lo Stretto di Hormuz come arma strategica. Il 27 marzo i Pasdaran hanno annunciato la chiusura totale del corridoio, Washington valuta l’invio di 10.000 soldati di terra.

Un mese dopo l’avvio delle operazioni militari statunitensi e israeliane contro l’Iran, il conflitto ha assunto contorni sempre più complessi. Teheran non si comporta come una nazione sconfitta: adotta tattiche da guerriglia, usa missili e droni per colpire i vicini del Golfo e mantiene il mondo intero sotto pressione attraverso il controllo dello Stretto di Hormuz. Il 27 marzo, nel 28° giorno di guerra, i Guardiani della Rivoluzione hanno annunciato la chiusura totale dello stretto, bloccando tre navi portacontainer. La posta in gioco non è mai stata così alta.


Lo Stretto di Hormuz: l’arma più potente di Teheran

Lo Stretto di Hormuz, il braccio di mare che collega il Golfo Persico all’Oceano Indiano, è da sempre il tallone d’Achille dell’economia mondiale. Attraverso quel corridoio stretto passava, in tempi normali, circa il 20% di tutto il petrolio mondiale. Oggi quella rotta è paralizzata.

Il 27 marzo 2026, i Pasdaran — il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (IRGC) — hanno ufficializzato quello che molti temevano: il divieto totale di navigazione per tutte le imbarcazioni dirette verso i porti di Paesi ritenuti “alleati e sostenitori dei nemici israelo-americani”. Tre navi portacontainer di diverse nazionalità sono state bloccate all’ingresso dello stretto dopo aver ignorato gli avvertimenti di Teheran. La minaccia è esplicita: chiunque tenti di attraversare il corridoio affronterà “misure durissime”.

Ma questo è solo il culmine di una strategia portata avanti sin dall’avvio del conflitto, il 28 febbraio 2026. Sin dai primissimi giorni, Teheran ha imposto un blocco selettivo, consentendo il passaggio solo alle navi gradite e a quelle dei propri alleati. Il nuovo leader supremo Mojtaba Khamenei aveva dichiarato il 12 marzo che lo stretto “deve rimanere chiuso”. Ora quel principio è diventato realtà assoluta.

Per rafforzare la propria posizione, l’Iran ha adottato misure difensive e offensive nell’area. Funzionari dell’intelligence americana hanno riferito alla CBS che lo stretto sarebbe disseminato da circa una dozzina di mine iraniane. Teheran si sta inoltre preparando a eventuali sbarchi anfibi sull’isola di Kharg, posizionando mine antiuomo e anticarro lungo le coste. L’isola, da cui transita circa il 90% del greggio iraniano, è strategicamente vitale per il regime.

Il Parlamento di Teheran, intanto, sta lavorando a una legge per istituzionalizzare i pedaggi sulle navi in transito nello stretto, trasformando de facto il Hormuz in un pedaggio geopolitico controllato dall’Iran.


L’impatto economico globale: petrolio alle stelle, borse in caduta

Le conseguenze economiche del blocco si fanno sentire in tutto il mondo.

  • I prezzi del petrolio sono in forte rialzo, con i mercati che scontano la scarsità di approvvigionamento da una delle aree più produttive del pianeta
  • Wall Street ha registrato, il 26 marzo, il calo giornaliero più consistente dall’inizio del conflitto: l’indice S&P 500 ha perso l’1,7%, avviandosi verso la quinta settimana consecutiva di perdite
  • I Paesi asiatici, i principali importatori di petrolio del Golfo, stanno subendo le conseguenze più dirette, ma gli effetti si ripercuotono fino in Europa e negli Stati Uniti
  • Il costo dei beni di consumo è in aumento, poiché il petrolio è alla base del costo di produzione e trasporto di pressoché tutto ciò che consumiamo quotidianamente

I Pasdaran avevano già lanciato avvertimenti espliciti: “Dallo stretto non passerà un litro di petrolio, preparatevi a pagare 200 dollari per un barile.” La Banca Mondiale ha dichiarato di essere pronta a intervenire “su grande scala” a sostegno dei Paesi emergenti colpiti dall’impatto del blocco sul commercio globale.

La ministra degli Esteri italiano Antonio Tajani, ai margini del G7 in Francia, ha espresso la “ferma condanna dell’Italia per gli ingiustificati attacchi iraniani all’Arabia Saudita” e ha sottolineato come la diversificazione delle rotte commerciali sia diventata “una priorità strategica” per il Paese.


Tattiche da insurgenza: come l’Iran resiste ai bombardamenti

Nonostante le perdite subite — Trump ha dichiarato che circa il 9% dell’arsenale missilistico iraniano è ancora operativo — Teheran dimostra una resilienza che sorprende gli analisti. Il motivo è strutturale: l’Iran non combatte come un esercito convenzionale, ma adotta le stesse tattiche che ha insegnato per decenni ai propri proxy.

La strategia del “tira e scappa” (in inglese shoot and scoot) è il fulcro della resistenza iraniana. I lanciamissili mobili, camuffati da camion commerciali, vengono spostati continuamente per sfuggire ai raid aerei. È la stessa tattica usata con successo dagli Houthi yemeniti per bloccare il traffico nel Mar Rosso e dalle milizie sciite irachene contro le truppe americane in Iraq — entrambi addestrati e finanziati proprio da Teheran.

La geografia gioca a favore dell’Iran: un Paese montuoso grande come l’Alaska, con numerose basi aeree e navali costruite decenni fa e reti di bunker sotterranei che sfuggono ai bombardamenti. L’economia iraniana, isolata dal sistema finanziario globale da anni di sanzioni, è paradossalmente avvantaggiata: i danni economici che Teheran sta infliggendo al mondo non si ritorcono contro di lei nella stessa misura.


La crisi della leadership e i fronti interni

Sotto la superficie, l’Iran affronta però tensioni profonde. Sulla scena della leadership si addensano nubi di incertezza: Mojtaba Khamenei, diventato il nuovo leader supremo dopo la morte del padre, non appare in pubblico da settimane, e fonti americane riferiscono che sarebbe stato ferito durante il conflitto. L’IRGC e le altre unità militari sembrano operare senza un comando centrale unificato.

Sul fronte interno, il regime ha risposto alle tensioni con metodi brutali. La Basij — la forza paramilitare volontaria dei Guardiani della Rivoluzione — è ancora attiva e visibile nelle strade, con combattenti armati e altoparlanti che diffondono propaganda. In una mossa che ha destato scalpore, un ufficiale della Guardia, Rahim Nade-Ali, ha annunciato il reclutamento di ragazzi a partire dai 12 anni nelle file della Basij, giustificandolo come risposta a una presunta “domanda popolare”, ma di fatto rivelando la necessità di rimpolpare i ranghi decimati.

I negoziati restano in una fase di stallo. L’Iran ha respinto il piano in quindici punti proposto da Washington, presentando una controproposta in cinque punti che include la cessazione dei combattimenti, garanzie contro futuri conflitti, il pagamento dei danni di guerra e, in modo particolarmente significativo, il riconoscimento internazionale dell’autorità iraniana sullo Stretto di Hormuz.

La Casa Bianca ha riferito alla CNN di stare lavorando per organizzare colloqui nel fine settimane in Pakistan, con il vicepresidente JD Vance in prima linea. La Turchia è un’altra sede possibile. Pakistan, Turchia ed Egitto stanno mediando attivamente per convincere Teheran a sedersi al tavolo.


L’ultimatum di Trump e lo spettro della “fase due”

Donald Trump ha mantenuto la pressione militare, annunciando l’invio di ulteriori 2.000 paracadutisti in Medio Oriente e fissando — per la terza volta — un nuovo ultimatum: se l’Iran non riaprirà lo Stretto di Hormuz entro le 20:00 (ora della costa Est americana) del 6 aprile, gli Stati Uniti inizieranno a bombardare le centrali elettriche iraniane. La minaccia ha già ricevuto una risposta: il presidente del Parlamento iraniano Ghalibaf ha avvertito che, se le infrastrutture energetiche iraniane verranno prese di mira, “le infrastrutture vitali, energetiche e petrolifere dell’intera regione saranno considerate obiettivi legittimi.”

Il Wall Street Journal rivela che il Pentagono sta valutando l’invio di 10.000 soldati di terra per avviare quella che gli analisti chiamano la “fase due” del conflitto. Un’opzione sul tavolo è la conquista dell’isola di Kharg, che gestisce la quasi totalità delle esportazioni di greggio iraniane. Ma i rischi sono enormi: l’isola è fortemente difesa, con sistemi missilistici portatili (MANPADS) trasferiti nelle ultime settimane e un reticolo di mine.

Il gruppo di analisi Eurasia Group ha osservato che “Trump preferisce l’approccio ‘escalate to de-escalate'” e che gli USA sono in una posizione migliore per aumentare la pressione a metà aprile. Ma il Soufan Center, centro studi newyorkese, mette in guardia: “Washington sembra credere che un’impressionante dimostrazione di forza costringerà gli iraniani al tavolo negoziale. Ma gli USA non possono sperare di ottenere in pace ciò che non sono riusciti a conquistare in guerra.”


La NATO e la comunità internazionale

Sul fronte internazionale, il dibattito si è fatto più acceso. Il segretario generale della NATO Mark Rutte ha annunciato una missione di 22 nazioni per liberare lo Stretto di Hormuz; la Germania ha dichiarato di essere disponibile a partecipare dopo la fine del conflitto. Il ministro della Difesa tedesco Boris Pistorius ha chiesto una soluzione diplomatica “il più presto possibile”, precisando senza ambiguità: “Non è la nostra guerra.”

Il segretario di Stato americano Marco Rubio, parlando ai giornalisti prima della partenza per il vertice G7, ha dichiarato che lo stretto “potrebbe essere riaperto domani se l’Iran smettesse di minacciare il traffico marittimo mondiale.” Il segretario generale dell’ONU Antonio Guterres ha messo in guardia contro il rischio che il conflitto trasformi il Libano in una nuova Gaza.

Nel frattempo, si registra una mossa insolita: l’ambasciata iraniana in Spagna ha comunicato che Teheran è disponibile a valutare “qualsiasi richiesta” da parte di Madrid per il passaggio nello stretto, definendo la Spagna un Paese “impegnato nel rispetto del diritto internazionale.” Un segnale di come l’Iran stia cercando di spaccare il fronte occidentale, concedendo trattamenti di favore ai Paesi ritenuti neutrali.


Cosa potrebbe succedere ora

Il conflitto sembra avvicinarsi a un bivio. Le opzioni sul tavolo sono essenzialmente tre:

  1. Un accordo negoziato, che però richiede all’Iran di cedere sul programma missilistico e nucleare e agli USA di dare garanzie di non riprendere le ostilità — condizioni ancora molto distanti
  2. Una drastica escalation militare, con l’invio di truppe di terra e il bombardamento di infrastrutture strategiche, a rischio di trasformare il conflitto in una guerra aperta senza uscita
  3. Una guerra di logoramento prolungata, con l’Iran che continua a resistere come ha fatto per decenni tramite i suoi proxy, puntando semplicemente a sopravvivere abbastanza a lungo da dichiarare vittoria

La strategia iraniana, in fondo, è sempre la stessa: come ha scritto l’analista Shukriya Bradost, “La Repubblica Islamica sa che non può sconfiggere militarmente gli Stati Uniti. Il suo obiettivo è più semplice e insieme più strategico: sopravvivere abbastanza a lungo da rivendicare la vittoria.”