L’ex presidente USA spiazza il mondo proponendo l’autocrate russo come garante della pace in Medio Oriente
Donald Trump rilancia il suo stile dirompente anche in politica estera: nel pieno del conflitto tra Israele e Iran, ha dichiarato che Vladimir Putin potrebbe essere il mediatore ideale per un accordo di pace. Un paradosso che scuote gli equilibri diplomatici internazionali.
Un’uscita sconcertante
Nel mezzo di una delle crisi più gravi degli ultimi anni tra Israele e Iran, Donald Trump ha sorpreso tutti durante un’intervista rilasciata all’emittente americana ABC. Ha dichiarato con nonchalance: “Putin è pronto. Mi ha chiamato per dirmelo, ne abbiamo parlato a lungo”, riferendosi all’autocrate russo come possibile facilitatore di un’intesa diplomatica tra le parti.
Una frase che da sola basterebbe a suscitare scalpore, considerando che Putin è coinvolto da oltre tre anni in una guerra devastante in Ucraina, ed è soggetto a pesanti sanzioni internazionali, anche da parte degli Stati Uniti. La proposta di affidargli il ruolo di paciere tra due potenze regionali in guerra è apparsa a molti come una provocazione o, peggio, un segnale del profondo disallineamento di Trump rispetto agli equilibri del mondo occidentale.
Il cortocircuito della leadership globale
Il paradosso non sta solo nella proposta in sé, ma nella sua incoerenza con la dottrina diplomatica statunitense degli ultimi decenni. Gli Stati Uniti hanno sempre promosso un approccio multilaterale, basato su alleanze, diplomazia e deterrenza. Ora, invece, Trump sembra voler riscrivere le regole, promuovendo un attore squalificato dallo stesso Occidente come interlocutore privilegiato.
Putin, il leader sanzionato, isolato e responsabile dell’aggressione all’Ucraina, verrebbe dunque legittimato come uomo della pace in Medio Oriente. Un gesto che, se accolto, svuoterebbe di significato la diplomazia europea, le sanzioni USA e l’intero impianto di valori atlantici.
Un passato già ricco di forzature
Non è la prima volta che Trump propone visioni controverse sullo scenario internazionale. È lo stesso che durante il conflitto a Gaza, alla presenza del premier israeliano, ha suggerito di trasformare la Striscia in “una splendida riviera mediterranea”, a costo di espellere l’intera popolazione palestinese. Lo stesso che ha trattato Zelensky e il presidente sudafricano come petulanti mendicanti nello Studio Ovale. E ancora, lo stesso che ha dichiarato di voler annettere la Groenlandia, territorio della Danimarca, membro della NATO, senza considerare che un’aggressione militare lo costringerebbe – per l’articolo 5 dell’Alleanza – a dichiarare guerra a sé stesso.
Il denominatore comune è sempre lo stesso: una visione personalistica, impulsiva e profondamente anti-istituzionale della politica estera.
Il post sui social: il “paciere universale”
A rincarare la dose, Trump ha pubblicato un post su Truth Social il 15 giugno 2025, in cui si autoproclama “grande risolutore di conflitti globali”. Con tono enfatico, ha elencato gli scontri che – a suo dire – avrebbe risolto: dalla disputa tra India e Pakistan, alla tensione tra Serbia e Kosovo, fino al conflitto tra Egitto ed Etiopia per la diga sul Nilo.

Nel post scrive: “Ci sarà pace, presto, tra Israele e Iran! Molte chiamate e incontri sono già in corso. Faccio molto, ma non ricevo mai credito per niente, ma va bene così, il popolo capisce”. Conclude con uno slogan già sentito: “MAKE THE MIDDLE EAST GREAT AGAIN!”.
L’immagine che emerge è quella di un leader che riduce la geopolitica a una serie di telefonate e intuizioni personali, ignorando la complessità delle relazioni internazionali, gli equilibri regionali e il peso delle istituzioni multilaterali.
I rischi di una visione semplificata
Affidare un negoziato così delicato a un personaggio controverso come Putin mette in crisi l’intera architettura della sicurezza globale. I rischi sono molteplici:
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Legittimare il Cremlino come attore rispettabile, scavalcando anni di diplomazia internazionale e sanzioni.
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Screditare l’Occidente, che da anni chiede unità e coerenza nella risposta alle crisi globali.
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Creare precedenti pericolosi, in cui ogni conflitto può essere risolto al di fuori dei canali istituzionali, solo grazie all’iniziativa personale di leader carismatici.
Una diplomazia svuotata
In questo quadro, a perdere non è solo la credibilità americana, ma l’intero ordine internazionale basato su regole condivise. Se oggi Putin viene considerato affidabile per mediare tra Israele e Iran, domani lo sarà anche per intervenire a Taiwan? O per garantire la sicurezza nel Sahel?
Il rischio è che il mondo entri in una nuova fase post-democratica, dove a decidere non sono più le istituzioni ma gli accordi tra autocrati e leader populisti.

