Il presidente americano annuncia via Truth di aver bloccato l’operazione militare prevista per oggi, 19 maggio, su richiesta dei leader del Golfo. Sul tavolo il programma nucleare iraniano, lo Stretto di Hormuz e il futuro del Medio Oriente
Il mondo ha trattenuto il respiro per ore. Un attacco militare americano contro l’Iran era programmato per la mattina del 19 maggio 2026, poi nella serata di lunedì è arrivato l’annuncio che nessuno si aspettava: Donald Trump ha fermato tutto. Non per sempre, ha precisato, ma per ora. “Ho rimandato l’attacco all’Iran per un po’. Si spera, forse per sempre”: con queste parole il presidente degli Stati Uniti ha descritto una delle mosse più clamorose della sua presidenza, un cambio di rotta improvviso che riflette la complessità estrema di una crisi che coinvolge l’intero assetto del Medio Oriente e che potrebbe ridisegnare gli equilibri globali per i prossimi decenni.
L’annuncio su Truth: “Negoziati seri in corso”
Tutto è cambiato in poche ore. Nella serata di lunedì 18 maggio, Donald Trump ha pubblicato un lungo messaggio sul suo social Truth annunciando la sospensione dell’attacco pianificato contro la Repubblica Islamica dell’Iran. L’operazione, secondo quanto dichiarato dallo stesso presidente americano, era prevista per martedì 19 maggio.
La richiesta di fermare l’offensiva è arrivata dai principali alleati degli Stati Uniti nella regione: l’Emiro del Qatar, Tamim bin Hamad Al Thani, il Principe ereditario dell’Arabia Saudita, Mohammed bin Salman Al Saud, e il Presidente degli Emirati Arabi Uniti, Mohamed bin Zayed Al Nahyan. I tre leader hanno convinto Trump a concedere ancora tempo alla diplomazia, sostenendo che le trattative in corso avrebbero portato a “un accordo pienamente accettabile per gli Stati Uniti d’America, così come per tutti i Paesi del Medio Oriente e non solo”.
Nel messaggio, Trump ha impartito istruzioni precise al Segretario alla Guerra Pete Hegseth e al Capo di Stato Maggiore Congiunto, Generale Daniel Caine, affinché l’operazione non venisse eseguita. Ma ha anche aggiunto una clausola che lascia pochissimi margini di ottimismo incondizionato: i militari devono comunque tenersi “pronti a sferrare un attacco su vasta scala contro l’Iran, in qualsiasi momento, qualora non si raggiunga un accordo accettabile”.
Il punto irrinunciabile, ribadito con forza dal presidente americano, è uno solo: nessuna arma nucleare per l’Iran. È questa la condizione preliminare senza la quale Washington non è disposta a fare alcun passo indietro.
Come si è arrivati a questo punto: il contesto della crisi
Per comprendere la portata dell’annuncio di Trump, occorre fare un passo indietro. Il cessate il fuoco dell’8 aprile 2026 aveva posto fine ai combattimenti diretti tra le forze americane, israeliane e iraniane, ma non aveva risolto nulla sul piano politico. I negoziati avviati dopo quella tregua sono rimasti a lungo in una fase di stallo, con le parti lontanissime su tutti i nodi cruciali: il programma nucleare, lo Stretto di Hormuz e il futuro delle sanzioni economiche.
Nelle ultime settimane la tensione era tornata a salire vertiginosamente. Trump aveva inviato segnali sempre più espliciti di imminente azione militare, arrivando a dichiarare che “il tempo stringe” e che l’Iran “farà meglio a darsi una mossa, altrimenti non resterà loro più nulla”. Il Pentagono aveva nel frattempo elaborato una lista di obiettivi da colpire, e fonti militari americane avevano riferito che le forze armate erano state messe in stato di massima allerta.
Dal fronte iraniano, nel frattempo, erano arrivati segnali contradditori. Secondo una ricostruzione del New York Times, Teheran avrebbe sfruttato il mese di cessate il fuoco per riposizionare i propri sistemi d’arma, dissotterrando e spostando i lanciatori di missili balistici precedentemente colpiti. Un comportamento che a Washington ha alimentato la convinzione che l’Iran stesse contemporaneamente trattando e preparandosi alla guerra.
Il memorandum in 14 punti: cosa c’è sul tavolo
Al centro dei negoziati c’è un documento rivelato da Axios: un memorandum d’intesa in 14 punti, frutto del lavoro degli inviati speciali di Trump, Steve Witkoff e Jared Kushner, in collaborazione con diversi funzionari iraniani.
La struttura del documento è a due tempi. Il primo prevede la dichiarazione formale della fine della guerra nella regione. Il secondo apre una finestra negoziale di 30 giorni entro la quale definire un accordo più dettagliato su tre assi principali:
- La riapertura dello Stretto di Hormuz per il libero transito delle navi commerciali
- La limitazione del programma nucleare iraniano e l’arricchimento dell’uranio
- La revoca delle sanzioni americane contro Teheran e lo sblocco di miliardi di dollari di fondi iraniani congelati
Durante questi 30 giorni, le restrizioni iraniane alla navigazione nello Stretto e il blocco navale statunitense verrebbero gradualmente rimossi. Se però i colloqui dovessero fallire, le forze americane potrebbero ripristinare il blocco o riprendere le azioni militari.
Le questioni più spinose — quelle sul nucleare e sull’arricchimento dell’uranio — sono state deliberatamente rinviate ai successivi cicli di colloqui. Un segnale che le parti sono ancora molto lontane su questi temi.
Lo stretto di Hormuz: la posta economica in gioco
Uno degli snodi più delicati dell’intera trattativa riguarda il controllo dello Stretto di Hormuz, il braccio di mare che separa la penisola arabica dall’Iran e attraverso cui transita circa il 20% del petrolio mondiale. Chiunque controlli Hormuz ha in mano una leva economica di portata globale.
L’Iran ha risposto alla crisi istituendo un nuovo organismo dedicato: la “Autorità dello Stretto del Golfo Persico”, creata dal Consiglio supremo di sicurezza nazionale e dalla Marina dei Guardiani della rivoluzione. Teheran ha fatto intendere di voler imporre un pedaggio al transito delle navi straniere, una mossa che Washington ha già dichiarato del tutto inaccettabile.
Tra le opzioni che Teheran starebbe valutando in caso di ripresa del conflitto figurerebbe anche il controllo dello Stretto di Bab al-Mandeb, il corridoio che collega il Mar Rosso al Golfo di Aden e attraverso il quale transita circa un decimo del commercio mondiale — un’area già teatro di azioni degli Houthi yemeniti, storicamente sostenuti dall’Iran.
Il nodo nucleare: la distanza tra le parti
Il tema del programma nucleare iraniano rimane il punto di maggiore frizione. Le posizioni delle due parti sono ancora molto distanti.
Secondo le ricostruzioni più attendibili, l’Iran avrebbe aperto alla possibilità di un congelamento temporaneo del proprio programma di arricchimento dell’uranio, ma si oppone categoricamente al suo smantellamento completo, come invece chiede Washington. Una delle condizioni poste da Teheran è che le proprie riserve di uranio altamente arricchito — stimate intorno ai 400 chilogrammi — vengano trasferite in Russia e non negli Stati Uniti.
Sul fronte della durata del congelamento, le distanze sono enormi. Tre fonti citate da Axios parlano di un minimo di 12 anni, mentre un’altra indicherebbe 15 anni come possibile punto di caduta. L’Iran avrebbe proposto una moratoria di soli 5 anni, mentre gli Stati Uniti ne avrebbero chiesta una di 20 anni.
Parallelamente, Washington ha fatto sapere attraverso la Reuters di essere disposta a permettere all’Iran di mantenere limitate attività nucleari pacifiche sotto la supervisione dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA): un’apertura significativa, ma ancora insufficiente per Teheran.
| Tema | Posizione USA | Posizione Iran |
|---|---|---|
| Arricchimento uranio | Smantellamento completo o moratoria 20 anni | Moratoria 5 anni, uranio in Russia |
| Stretto di Hormuz | Libero transito senza pedaggi | Apertura graduale con garanti (Pakistan e Oman) |
| Sanzioni economiche | Revoca subordinata ad accordo nucleare | Revoca immediata e totale |
| Fondi iraniani congelati | Sblocco graduale | Sblocco immediato |
| Risarcimenti di guerra | Rifiuto categorico | Richiesti come condizione preliminare |
La risposta di Teheran: minacce e aperture
L’Iran ha risposto all’annuncio di Trump con un doppio registro: da un lato le aperture diplomatiche, dall’altro le minacce militari. Ali Abdollahi, capo dello stato maggiore dell’esercito iraniano, ha dichiarato che le forze di Teheran sono “più preparate e più forti che mai” e ha messo in guardia gli Stati Uniti contro qualsiasi errore di calcolo.
Il ministro degli Esteri iraniano Araghchi ha puntato il dito contro i comportamenti “contraddittori ed eccessivi” degli Stati Uniti, definendoli un “serio ostacolo” alla diplomazia. Allo stesso tempo, ha sottolineato che la partecipazione dell’Iran ai colloqui deriva esclusivamente da “una prospettiva responsabile”.
Sul fronte militare, il portavoce del ministero della Difesa iraniano ha respinto le affermazioni di Trump sulla pressoché totale distruzione delle capacità difensive di Teheran, sottolineando che “una parte significativa della potenza militare del paese non è ancora stata impiegata”. Un avvertimento che Washington non può ignorare.
Il segretario di Stato Marco Rubio ha usato toni durissimi, definendo alcuni leader iraniani “insane in the brain”, e ha precisato che Washington non intende firmare un accordo “in un solo giorno”, trattandosi di “una questione altamente complessa e tecnica”. Eppure, ha aggiunto, è necessaria “una soluzione diplomatica molto chiara” sui temi oggetto di negoziato.
I mediatori del Golfo: il ruolo cruciale di Arabia Saudita, Qatar ed Emirati
La sospensione dell’attacco non sarebbe stata possibile senza l’intervento diretto dei tre grandi mediatori del Golfo. Arabia Saudita, Qatar ed Emirati Arabi Uniti hanno esercitato una pressione determinante su Trump, convincendolo a concedere ancora qualche giorno alla diplomazia.
Il Qatar svolge da anni un ruolo di intermediario privilegiato tra Washington e Teheran, ospitando canali di comunicazione indiretti che si sono rivelati fondamentali nelle fasi più critiche della crisi. L’Arabia Saudita di Mohammed bin Salman ha un interesse diretto alla stabilità regionale, avendo avviato da alcuni anni un processo di normalizzazione con l’Iran che le ultime settimane di guerra avevano rischiato di vanificare. Gli Emirati Arabi Uniti hanno invece un interesse economico enorme nel mantenere aperto lo Stretto di Hormuz, attraverso cui transita la quasi totalità delle proprie esportazioni di idrocarburi.
Anche la Turchia ha fatto sapere di considerare “una priorità” il raggiungimento della pace, con il ministro degli Esteri Hakan Fidan che ha dichiarato: “La nostra priorità è porre fine a questo conflitto e mantenere il cessate il fuoco. Una ripresa della guerra avrebbe conseguenze a livello economico e politico a livello globale”.
L’incognita della leadership iraniana
Uno degli elementi di maggiore incertezza riguarda la capacità del regime iraniano di raggiungere una posizione unitaria e mantenerla. La Casa Bianca ritiene che la leadership di Teheran sia profondamente divisa tra le diverse fazioni del regime, e che sia difficile costruire un consenso duraturo.
Negli ultimi mesi, funzionari americani avevano già espresso ottimismo in diverse fasi dei negoziati, solo per vedersi rispondere con nuove condizioni o silenzi prolungati. Il metodo iraniano di negoziato — prendere tempo, rispondere in modo parziale, alzare la posta — ha alimentato la frustrazione di Washington.
Rubio stesso ha sollevato il dubbio sulla reale capacità di Teheran di “mantenere e onorare” un eventuale accordo, lasciando intendere che un’intesa potrebbe essere raggiunta sulla carta ma difficile da implementare nella pratica.
L’Europa alla finestra
In questo scenario, l’Europa resta sostanzialmente ai margini. Diversi paesi europei, tra cui la Francia, avevano dichiarato di essere disponibili a partecipare a una missione internazionale nello Stretto di Hormuz per garantire la libertà di navigazione — ma solo dopo la fine dei combattimenti e con carattere puramente difensivo.
Il sondaggio New York Times/Siena, condotto tra l’11 e il 15 maggio su un campione di 1.507 elettori americani, ha evidenziato che il 64% degli elettori disapprova la gestione dell’economia da parte di Trump, e che la maggioranza esprime giudizi negativi sulla gestione della guerra con l’Iran. Un dato che potrebbe pesare nei calcoli politici del presidente americano, a soli sei mesi dalle elezioni di metà mandato.
Le prossime 48 ore: la finestra della diplomazia
Secondo fonti americane citate da varie testate internazionali, Washington si aspetta una risposta iraniana su diversi punti chiave nelle prossime 48 ore. Le trattative potrebbero svolgersi a Islamabad o a Ginevra.
Al momento nulla è stato concordato in modo definitivo. Ma le fonti concordano su un punto: le parti non erano mai state così vicine a un accordo dall’inizio della guerra. Un’osservazione che vale nei due sensi: un passo avanti rispetto alle settimane scorse, ma ancora lontanissimi da quella pace stabile che il Medio Oriente non conosce da decenni.
Trump ha lasciato la porta aperta, ma il piedino è già sul pedale del freno. Come ha detto lui stesso: “Si spera, forse per sempre”. Quel “forse” è la parola chiave di questo momento.

