Trump rilancia su Truth le lodi di Salvini, ma il vicepremier tace: il paradosso di chi ha sempre esaltato l’uomo che ci sta costando caro

Il presidente americano ha condiviso un’intervista di febbraio concessa dal leader della Lega al sito di estrema destra Breitbart. Salvini, che posta di tutto sui social, questa volta non ha rilancito. La ragione è politica e brucia: Trump è il principale responsabile della crisi energetica che gli italiani stanno pagando ogni giorno alla pompa e in bolletta.

Tre mesi fa, durante le Olimpiadi invernali di Milano Cortina, Matteo Salvini rilasciava un’intervista al sito americano di estrema destra Breitbart News in cui ringraziava Donald Trump per il suo “coraggio” e per le “fondamenta culturali” che stava dando all’Occidente. Quella conversazione — rimasta nel cassetto fino al 3 maggio — è tornata alla ribalta quando Trump in persona l’ha rilanciata sul suo social Truth. Ma stavolta Salvini, lo stesso che non perde occasione di condividere qualsiasi notizia o commento sui social, ha scelto il silenzio. Una reticenza che racconta tutto di come la destra italiana stia cercando disperatamente di prendere le distanze dall’uomo che ha sempre indicato come modello: lo stesso che, con la guerra in Iran, la chiusura dello Stretto di Hormuz e una pioggia di dazi, sta portando l’Italia verso una delle crisi economiche più pesanti degli ultimi anni.


Un’intervista di febbraio, un rilancio di maggio: i tempi non sono casuali

L’intervista di Matteo Salvini a Breitbart News — sito di riferimento dell’alt-right americana, fondato da Steve Bannon — era stata concessa a fine febbraio, a margine delle Olimpiadi invernali, subito dopo che il vicepremier si era incontrato brevemente con il vicepresidente americano JD Vance al Palazzo Reale di Milano. La pubblicazione, però, è avvenuta il 3 maggio. La tempistica non è casuale: in quello stesso giorno veniva annunciata la visita a Roma del segretario di Stato Marco Rubio, prevista per il 7-8 maggio, destinato ad incontrare Papa Leone XIV e i ministri italiani Antonio Tajani e Guido Crosetto. Il clima era quello di un possibile “disgelo” tra Washington e Roma, dopo settimane di tensioni diplomatiche durissime.

Nell’intervista, Salvini si era espresso in termini entusiastici nei confronti di Trump. Aveva dichiarato di volerlo ringraziare per il “coraggio” e per le “basi culturali” che stava costruendo, aveva lodato la differenza tra il primo e il secondo mandato — con la presenza di “figure come Vance” che avrebbero dato un “contesto culturale profondo” al progetto politico americano — e aveva rivendicato di essere stato uno dei pochi a sostenere apertamente Trump sia nel primo che nel secondo mandato. Parole che il presidente degli Stati Uniti ha evidentemente apprezzato, tanto da rilanciare il pezzo sullo stesso social da cui, poche settimane prima, aveva attaccato duramente l’Italia e la premier Giorgia Meloni.


Il silenzio di Salvini: quando il rilancio conviene… e quando no

Qui emerge uno dei paradossi più rivelatori della vicenda. Matteo Salvini è noto per essere tra i politici italiani più attivi sui social network. Commenta, condivide, risponde, posta fotografie e dichiarazioni su qualsiasi argomento, dalle grandi questioni internazionali alla polemica del giorno. Eppure, di fronte a un riconoscimento diretto da parte del presidente degli Stati Uniti — una delle personalità che più ha esaltato negli ultimi anni — ha scelto la discrezione.

Solo dopo le insistenti domande dei giornalisti, a margine di un evento a Milano, Salvini ha commentato la vicenda con toni blandi: “Se il presidente della più grande democrazia al mondo rilancia le tue riflessioni, fa sicuramente piacere”. Poi ha aggiunto: “L’intervista è di febbraio, siamo a maggio. Avere buoni rapporti con gli Stati Uniti è fondamentale. Se nel mio piccolo riesco a contribuire al fatto che l’Italia sia stimata, fa parte del mio lavoro”. Nessun post trionfante. Nessuna condivisione entusiasta. Solo una risposta misurata, quasi imbarazzata.

Il motivo è politico ed è sotto gli occhi di tutti:  dopo la sconfitta al referendum sulla giustizia, la destra italiana ha compreso che il legame con Trump è diventato un peso, non un vantaggio. Gli attacchi del presidente americano al Papa Leone XIV, le critiche feroci a Meloni (“non è più la stessa persona”), le minacce di ritirare le truppe americane dalle basi italiane, la gestione unilaterale della guerra in Iran: ogni azione di Trump ha eroso il capitale politico di chi lo aveva santificato.


La corsa a prendere le distanze: tardi, ma meglio che mai?

Il leader di Alleanza Verdi e Sinistra Nicola Fratoianni ha sintetizzato bene il senso di questa inversione di rotta: “Adesso c’è la corsa a prendere le distanze da Trump da parte della destra italiana: ieri Meloni, oggi Salvini e Tajani, domani chi sa chi altri. Va bene, però bisogna anche dire la verità agli italiani: c’è voluto che Trump attaccasse il Papa per dare la sveglia ai Maga italiani”.

E in effetti il riposizionamento è stato graduale, a tratti goffo. Quando Trump ha attaccato Meloni definendola “negativa” — accusandola di non aver aiutato gli USA con l’Iran e di non meritare più lo stesso rapporto privilegiato — la premier ha risposto con cautela, senza mai pronunciare il nome del presidente americano nel suo discorso alla Camera. Salvini e il ministro degli Esteri Tajani hanno cercato di mediare, dichiarando che il rapporto con gli Stati Uniti rimane solido ma che “in amicizia è giusto dire ciò che si pensa anche quando non si è d’accordo” — formula usata per criticare gli attacchi di Trump al Pontefice senza rompere apertamente.

Ma il problema non è solo diplomatico. È economico. Ed è qui che la contraddizione si fa insostenibile.


Dazi, guerra in Iran, Hormuz: chi ha davvero causato la crisi energetica

Mentre Salvini tuona contro i “vincoli idioti” dell’Unione Europea, gli italiani pagano bollette record e benzina a prezzi mai visti. Ma la causa principale di questa crisi non va cercata a Bruxelles.

Nelle ultime settimane, il vicepremier si è trasformato in un critico instancabile dell’Europa. Ha definito l’UE “sorda se non nemica”, ha accusato Bruxelles di “ingabbiare” l’Italia impedendole di usare i soldi degli italiani per aiutare famiglie e imprese in difficoltà. Ha chiesto la sospensione dei vincoli del Patto di Stabilità, del Green Deal, delle regole sugli aiuti di Stato. Ha minacciato di “portare le chiavi dei camion e dei trattori a Bruxelles” se l’Europa non si fosse svegliata. Ha dichiarato che, se si dovessero fermare i camion, “i negozi sarebbero vuoti” e che l’Italia “non si può bloccare perché Bruxelles è guidata da gente che vive su Marte”.

Il tono è efficace dal punto di vista della comunicazione politica. Ma nasconde una verità scomoda: le radici della crisi che gli italiani stanno vivendo non si trovano a Bruxelles, bensì a Washington.

La guerra in Iran — secondo la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen — ha già costato all’Europa oltre 27 miliardi di euro in soli 60 giorni di conflitto, con una stima di 500 milioni al giorno. La chiusura di fatto dello Stretto di Hormuz, uno dei principali snodi energetici mondiali, ha provocato impennate nei prezzi del carburante che si riflettono su ogni aspetto della vita economica: dal prezzo alla pompa alle bollette domestiche, dai costi dell’autotrasporto ai cantieri fermi perché il bitume è aumentato del 70%. L’agenzia di rating S&P ha tagliato le previsioni di crescita dell’Italia per il 2026 allo 0,4%, rispetto allo 0,8% stimato a novembre. Il potere d’acquisto delle famiglie, che si stava lentamente riprendendo dopo anni di difficoltà, viene nuovamente eroso.

A questo si aggiungono i dazi di Trump, che colpiscono le esportazioni italiane in settori strategici come l’agroalimentare. E l’obbligo di aumentare le spese per la difesa — destinando risorse a materiale bellico principalmente americano — in un momento in cui le casse dello Stato sono già sotto pressione.

Come ha osservato il deputato Angelo Bonelli: “Salvini, Meloni e questo governo hanno fatto una guerra ideologica alla transizione ecologica. Hanno ostacolato l’installazione degli impianti rinnovabili, hanno bloccato investimenti, hanno alimentato propaganda contro il Green Deal europeo e hanno scelto di tenere l’Italia legata al gas degli Stati Uniti e del Qatar. Oggi scoprono lo shock energetico, ma sono loro ad aver reso il Paese più debole, più dipendente e più esposto alle crisi internazionali”.


Il Nobel per la pace che non arriverà

Il contrasto è stridente. Per anni, Matteo Salvini ha proposto Donald Trump come candidato al Premio Nobel per la pace. Lo ha elogiato come punto di riferimento per la destra sovranista mondiale. Lo ha citato come modello di governo coraggioso. Ha partecipato a raduni europei a fianco di Jordan Bardella e Geert Wilders dove Trump veniva indicato come il grande alleato dei movimenti nazionalisti-populisti del continente.

L’intervista a Breitbart — rilasciata durante le Olimpiadi di Milano Cortina, in un momento di relativa distensione diplomatica — è l’ultima testimonianza pubblica di questo percorso di devozione. “Ringrazio il Presidente Trump per il coraggio e per le basi culturali che sta dando a un progetto economico e politico” aveva detto Salvini. E aveva aggiunto, con una certa enfasi, di essere stato “uno degli unici” a sostenere Trump in entrambi i mandati.

Oggi quelle parole, rilanciate su Truth dallo stesso Trump come un trofeo, suonano come una condanna politica agli occhi di milioni di italiani che fanno i conti con la crisi. Il vicepremier non le condivide sui suoi canali. Non le commenta con entusiasmo. Non le usa come arma di propaganda. Eppure l’intervista esiste, è pubblica, e porta la sua firma.


La trappola del populismo: chi paghi gli errori altrui

C’è un filo logico che attraversa tutta questa vicenda e che merita di essere nominato con chiarezza. La destra italiana — da Salvini a Meloni — ha costruito per anni il proprio consenso su una narrativa precisa: l’Europa è il problema, i tecnocrati di Bruxelles ci opprimono, i sovranisti di tutto il mondo sono i nostri alleati naturali. In questo schema, Trump era il campione indiscusso, il presidente americano che aveva il coraggio di dire ciò che i burocrati non osavano.

Oggi quella narrativa si è incrinata sotto il peso della realtà. Trump ha avviato una guerra nel Medio Oriente — quella contro l’Iran — che ha messo in ginocchio l’approvvigionamento energetico europeo e italiano. I suoi dazi hanno colpito l’export italiano. Le sue minacce di ritirare le truppe dalle basi italiane hanno esposto fragilità strutturali nella nostra politica estera. I suoi attacchi al Papa hanno indignato un Paese a larga maggioranza cattolica.

E mentre Salvini attacca l’Europa per i “vincoli del Patto di Stabilità”, sono proprio quei vincoli — certo rigidi, certo da riformare — l’ultimo argine che impedisce all’Italia di sprofondare in una crisi fiscale a cui la politica economica del suo “alleato” americano ha contribuito in modo determinante.

La presidente von der Leyen ha riconosciuto che la guerra in Iran costa 500 milioni al giorno all’Europa. Il Governo Meloni ha dovuto investire quasi un miliardo per il taglio delle accise, e i conti “non tornano più”, come ha scritto l’Espresso. La crisi delle compagnie aeree, il rischio di riduzione dei voli estivi, il bitume che non arriva ai cantieri stradali: tutto questo ha un’origine ben precisa, che non si chiama “vincoli europei”.


Conclusione: le parole restano, le bollette anche

Il rilancio di Trump dell’intervista di Salvini su Truth arriva in un contesto politicamente paradossale. Da un lato, può essere letto come un primo segnale di distensione tra Washington e Roma, nella settimana in cui Rubio atterra in Italia per incontrare Tajani e il Papa. Dall’altro, rappresenta una piccola trappola politica per il leader leghista: essere riconosciuto pubblicamente dall’uomo più controverso del pianeta, proprio nel momento in cui l’Italia paga le conseguenze delle sue scelte geopolitiche.

Salvini ha scelto il silenzio. Ma il silenzio, in politica, parla sempre.

Le parole dell’intervista di febbraio restano lì, su Breitbart e su Truth, per chi vuole leggerle. La benzina al distributore sotto casa resta sui prezzi attuali. Le bollette di aprile e maggio restano sul tavolo di famiglie e imprese. E la domanda — a chi attribuire la responsabilità di questa crisi — ha una risposta sempre più difficile da evitare.