Trump minacciò di bombardare Mosca e Pechino, rivela la CNN

Registrazioni audio inedite svelano minacce esplicite dell’ex presidente a Putin e Xi: “Vi bombarderò se invadete Ucraina o Taiwan”

Donald Trump avrebbe minacciato direttamente Vladimir Putin e Xi Jinping di bombardare Mosca e Pechino, anche con armi nucleari, se Russia o Cina avessero intrapreso operazioni militari in Ucraina o Taiwan. A rivelarlo è la CNN, che ha diffuso l’audio di un intervento registrato nel 2024, in cui l’ex presidente racconta le sue “strategie di deterrenza”. Una rivelazione clamorosa che smentisce la narrazione recente di Trump come uomo di pace e mina la coerenza della sua candidatura al Nobel per la Pace.


Registrazioni audio rivelano minacce shock

Le registrazioni, acquisite da CNN e riportate da ANSA, provengono da un evento privato in cui Trump si rivolgeva a un gruppo ristretto di donatori. L’ex presidente, parlando apertamente, ha riferito di aver detto a Putin:

“Se invadi l’Ucraina, bombarderò Mosca”.
Similmente, avrebbe rivolto una minaccia equivalente a Xi Jinping:
“Se muovete un passo verso Taiwan, bombarderò Pechino”.

Trump sostiene che queste frasi fossero parte di una strategia per mantenere la pace, spingendo i leader rivali a considerarlo talmente imprevedibile da non rischiare. “Anche se pensano solo al 10% che io possa davvero farlo, si fermano”, avrebbe detto.


Strategia di deterrenza o diplomazia del terrore?

Trump descrive questo approccio come “deterrenza per imprevedibilità”, una forma estrema di pressione psicologica sui leader avversari. Secondo quanto riferito da fonti vicine all’ex presidente, il suo obiettivo sarebbe stato impedire qualsiasi iniziativa aggressiva da parte di Russia e Cina, dando l’impressione che gli Stati Uniti fossero pronti a tutto, anche a usare la forza nucleare.

Questo tipo di comunicazione – se confermata – si discosta nettamente dalla diplomazia istituzionale e avvicina l’ex presidente a una visione del potere fondata sulla minaccia militare, piuttosto che sul dialogo.


Il paradosso con la candidatura al Nobel per la Pace

Solo pochi giorni fa, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha ufficialmente candidato Donald Trump al Premio Nobel per la Pace, elogiando il suo ruolo nel cessate il fuoco tra Israele e Hamas e nella liberazione di ostaggi. In precedenza, anche il governo del Pakistan aveva avanzato una candidatura (poi ritirata dopo i bombardamenti americani in Iran).

Questa doppia narrazione – da un lato minacce nucleari, dall’altro ambizioni pacifiste – crea una contraddizione insanabile. Il Nobel, secondo i criteri stabiliti dal Comitato norvegese, premia l’impegno verso la risoluzione pacifica dei conflitti, la diplomazia e la cooperazione internazionale. Minacciare bombardamenti contro due potenze nucleari è quanto di più distante da tali principi.


Come funziona la candidatura al Nobel

È importante ricordare che non esistono autocandidature al Nobel per la Pace. Le nomine devono essere presentate da figure specifiche, tra cui:

  • Membri di governi nazionali o parlamenti;

  • Accademici in discipline rilevanti (storia, diritto, scienze politiche);

  • Ex vincitori del Nobel;

  • Membri di organizzazioni internazionali.

Trump è stato nominato da Netanyahu e, precedentemente, da parlamentari pakistani, ma in nessun caso ha ricevuto una designazione ufficiale da parte del comitato. Le sue ripetute dichiarazioni pubbliche, in cui si lamenta di “non aver ancora vinto il Nobel”, appaiono più come rivendicazioni politiche che come attestazioni di merito pacifista.


Una retorica aggressiva e le implicazioni internazionali

Le frasi rivelate da CNN rischiano di esacerbare le tensioni internazionali già delicate tra Washington, Mosca e Pechino. L’idea che un ex presidente degli Stati Uniti possa aver ipotizzato, seppur in forma di bluff, il bombardamento diretto di capitali straniere è vista da molti osservatori come una minaccia all’equilibrio globale.

Allo stesso tempo, le parole di Trump rischiano di:

  • Rafforzare l’immagine di inaffidabilità diplomatica degli Stati Uniti agli occhi delle potenze rivali;

  • Compromettere la credibilità della politica estera americana, specie in vista di un possibile ritorno di Trump alla Casa Bianca;

  • Dividere ulteriormente l’opinione pubblica interna, tra chi interpreta la durezza come segno di forza e chi la vede come irresponsabilità.


Contraccolpo politico negli Stati Uniti

Le reazioni interne negli Stati Uniti sono contrastanti. I sostenitori di Trump elogiano la “franchezza” e la “determinazione” mostrata nel fronteggiare due potenze avversarie. Ma molti analisti e membri del Congresso, soprattutto nel campo democratico, denunciano una pericolosa deriva autoritaria e un abuso delle logiche della deterrenza.

Anche in campo repubblicano cresce il malumore tra i moderati: le registrazioni, sommate alle altre recenti controversie (inchieste giudiziarie, dichiarazioni bellicose), potrebbero compromettere l’appoggio di una parte dell’elettorato centrista, fondamentale per le elezioni presidenziali del 2024.


Una figura sempre più divisiva

La figura di Donald Trump si conferma una delle più polarizzanti della storia politica americana. Da un lato, ottiene appoggi trasversali per alcune operazioni diplomatiche (come gli Accordi di Abramo), dall’altro rappresenta una minaccia all’ordine multilaterale, con toni e comportamenti ritenuti da molti inaccettabili.

Se le minacce a Mosca e Pechino si confermassero come parte integrante della sua dottrina, non si tratterebbe solo di una strategia elettorale o retorica, ma di una visione geopolitica del tutto fuori dai canoni occidentali post-guerra fredda.


Conclusione

Le registrazioni diffuse da CNN gettano un’ombra lunga sulla credibilità internazionale di Donald Trump e sul senso stesso della sua candidatura al Nobel per la Pace. La coesistenza di minacce nucleari e ambizioni pacifiste rappresenta un paradosso difficilmente giustificabile. Mentre cresce la tensione internazionale, le parole di Trump ricordano al mondo quanto possa essere sottile la linea tra deterrenza e provocazione.