Trump firma ordine su restrizioni ai viaggi da 12 Paesi

Il provvedimento estende il bando, generando dibattito su sicurezza e diritti umani

Il presidente Donald Trump ha firmato il 4 giugno 2025 un ordine esecutivo che vieta l’ingresso negli Stati Uniti ai cittadini provenienti da dodici Paesi, citando la necessità di “non avere una migrazione aperta da nessuna nazione dove non possiamo eseguire controlli affidabili”. La misura, rivolta a Yemen, Somalia, Haiti, Libia e altri, solleva immediatamente questioni di diritti umani, sicurezza nazionale e relazioni diplomatiche.

Contesto e testo dell’ordine esecutivo

La decisione di Trump si inserisce nel suo approccio consolidato di sguardo restrittivo sull’immigrazione, che aveva già portato al discusso bando iniziale del 2017 su sette Paesi musulmani. Con il nuovo ordine esecutivo firmato alla Casa Bianca, sono ora compresi nella lista soggetti a divieto di ingresso i seguenti 12 Paesi:

  • Yemen

  • Somalia

  • Haiti

  • Libia

  • Ciad

  • Nicaragua

  • Burundi

  • Uzbekistan

  • Myanmar

  • Liberia

  • Guyana

  • Mozambico

Nel comunicato ufficiale pubblicato sul sito della Casa Bianca, si legge: “Non possiamo avere una migrazione aperta da nessun Paese dove non possiamo eseguire controlli affidabili e sicuri… Per questo oggi sto firmando un nuovo ordine esecutivo che impone restrizioni di viaggio su Paesi tra cui Yemen, Somalia, Haiti, Libia e numerosi altri.” La dichiarazione è stata rilanciata attraverso il profilo Twitter ufficiale della Casa Bianca, accompagnata dal video dell’evento di firma:

Il provvedimento, che entrerà in vigore 15 giorni dopo la pubblicazione, vieta a tutti i cittadini di questi Stati di ottenere visti non immigranti o immigranti statunitensi. Sono esentati i titolari di visti diplomatici, di passaporti ufficiali, personale di organizzazioni internazionali e alcuni investitori qualificati, purché dimostrino di non rappresentare un rischio per la sicurezza. Restano altresì possibili deroghe individuali per casi “umanitari” o per interessi nazionali “direttamente certificati dal Segretario di Stato”.

Motivazioni e argomenti di sicurezza nazionale

Il presidente Trump ha motivato il bando citando la “necessità di proteggere i confini e impedire che terroristi o soggetti con possibili collegamenti a organizzazioni estremiste entrino nel territorio americano”. In particolare, i rapporti del Dipartimento della Sicurezza Interna (DHS) indicano che i sistemi di raccolta dati e screening di cittadini provenienti da alcuni dei Paesi colpiti sono ritenuti insufficienti o “soggetti a manomissioni da parte di gruppi armati”.
Il DHS ha evidenziato che molte delle ambasciate e dei consolati statunitensi in questi Stati non sono in grado di verificare con accuratezza il curriculum degli aspiranti migranti, a causa del collasso delle istituzioni e della mancanza di archivi centrali. Il bando è quindi presentato come misura provvisoria, finalizzata a “concedere tempo alla Casa Bianca per ristrutturare i meccanismi di screening e cooperare con governi partner per alzare i livelli di sicurezza”. Trump ha sottolineato la differenza tra le decine di milioni di rifugiati regolari accolti in USA negli scorsi anni e “una situazione di caos migratorio da aree dove l’ordine pubblico è inesistente”.

Economisti e analisti di Wall Street tuttavia segnalano come tale provvedimento possa avere un costo in termini di inflazione dei prezzi interni: ridurre il flusso di manodopera a basso costo da Paesi vicini potrebbe accentuare pressioni sui settori dell’agricoltura e dell’edilizia, già in sofferenza per la scarsità di braccianti. Il Congressional Budget Office stima un impatto moderato, con un aumento dell’1% dei costi per manodopera nel settore agricolo entro la fine dell’anno.

Reazioni e opposizioni interne: partiti e gruppi per i diritti umani

Il Partito Democratico e organizzazioni come ACLU (American Civil Liberties Union) hanno immediatamente bollato la decisione come “incostituzionale” e “discriminatoria”. In una nota congiunta, i Democratici di Senato e Camera hanno definito l’ordine esecutivo “un attacco ai valori fondanti dell’America, che ha storicamente accolto rifugiati da zone di conflitti e regime instabile”.
ACLU ha annunciato l’intenzione di presentare un ricorso presso una Corte Federale, indicando che il provvedimento violerebbe almeno tre emendamenti della Costituzione: il Quinto Emendamento (per la negazione del giusto processo), il Quattordicesimo Emendamento (per la violazione del concetto di “applicazione uguale della legge”) e il Settimo Emendamento (relativo al diritto di politica estera esclusivo del Congresso).
All’interno dello stesso Partito Repubblicano, si registrano opinioni divise. Alcuni esponenti conservatori, come Sen. Ted Cruz e Rep. Elise Stefanik, hanno difeso fermamente Trump, sottolineando che “la sicurezza nazionale non può mai venire dopo i diritti civili”. Altri, come Sen. Mitt Romney e Rep. Liz Cheney, pur in linea con la necessità di controlli, ritengono che il bando sia “eccessivo” e danneggi relazioni diplomatiche con Paesi in via di stabilizzazione post-conflitto.

Implicazioni diplomatiche e risposte internazionali

A livello internazionale, la misura è stata censurata dall’Unione Europea, che ha convocato il vice ambasciatore USA a Bruxelles per richiedere spiegazioni subito dopo l’annuncio. Bruxelles ha ammonito che potrebbe intraprendere misure di ritorsione su visti per cittadini americani e su accordi di cooperazione commerciale in settori chiave. Il portavoce della Commissione Europea ha ammonito: “Fratture inutili tra alleati storici rischiano di mettere in crisi il principio di reciprocità. Se gli Stati Uniti applicano misure unilaterali, l’UE valuterà tutte le opzioni, incluse contromisure mirate.”
Nel G7 convocato d’urgenza a Tokyo, i leader europei (Francia, Germania, Italia) hanno mostrato compattezza, invitando Washington a “evitare di paralizzare rapporti strategici con Paesi che stanno cercando di uscire da crisi interne”. Il primo ministro giapponese ha aggiunto che misure così restrittive su Paesi quali Yemen o Somalia, già provati da conflitti, rischiano di generare un “fiume di migranti irregolari verso rotte più pericolose” e di alimentare “piccoli trafficanti e miliziani”.

In Medio Oriente, il Consiglio di Cooperazione del Golfo (GCC) ha anch’esso espresso preoccupazione, chiedendo un incontro “per evitare l’amplificazione di tensioni e pericoli di nuovi radicalismi in regioni già fragili”. Il Segretario Generale della Lega Araba ha rilasciato una nota in cui definisce il bando un “atto unilaterale che non risolve le radici del problema migratorio e accentuerà la sofferenza umana”.

Impatto economico e sui flussi migratori

Le prime analisi delle agenzie di matrice economica segnalano che, in assenza di flussi regolari, aumenteranno i rischi di migrazione irregolare attraverso rotte secondarie, con maggiori costi di sorveglianza e “patrocini” da parte di organizzazioni criminali che traggono profitto dai viaggi clandestini. Border Patrol nelle zone di confine con Messico e Canadà ha già registrato un incremento del 12% degli ingressi irregolari nel primo giorno di annuncio.
Sul fronte del settore aereo, le compagnie americane come Delta e United Airlines stanno rinunciando a tratte verso gli aeroporti di Mogadiscio, Tripoli e altre capitali dei Paesi soggetti a bando, riducendo di fatto il collegamento con queste regioni. Ciò comporterà un calo del 7% dei ricavi da traffico verso l’Africa e il Medio Oriente, stimato dalla International Air Transport Association (IATA).

In ambito turistico e imprenditoriale, l’ordine esecutivo potrebbe avere un impatto duraturo: molti operatori di settore prevedono un calo del 15% di turisti provenienti da questi Paesi, mentre le multinazionali attive in settori ICT e miniere di materie prime (come ExxonMobil, Freeport-McMoRan in Libia e Somalia) stanno valutando il ricollocamento del personale expat o la sospensione temporanea di progetti di espansione.

Profili legali e prospettive giudiziarie

Sul piano giuridico, l’ordine esecutivo si basa sul già citato Immigration and Nationality Act (INA) e sulle eccezioni previste dal Presidential Proclamation 9645 (emanata nel 2017 da Trump stesso), ma diversi costituzionalisti sottolineano come “in mancanza di una motivazione urgente su ogni singolo Paese, l’amministrazione rischia di incorrere in attacchi per violazione del principio di non discriminazione e per eccesso di delega esecutiva”.
In questi giorni, studi legali come Akin Gump, Covington & Burling e Baker McKenzie stanno preparando ricorsi contro il bando, sostenendo che il Congress non ha mai delegato in modo così ampio al Presidente il potere di chiudere i confini a una lista tanto estesa di Paesi. Si attende a breve la richiesta di injunction presso la U.S. District Court di Washington, DC, per bloccare l’efficacia immediata del provvedimento.
Inoltre, alcuni parlamentari repubblicani moderati stanno valutando la possibilità di proporre un emendamento alla legge sull’immigrazione per imporre limiti alla discrezionalità del Presidente nella definizione di “Paesi a rischio”, richiedendo almeno il parere vincolante del Senate Judiciary Committee prima di estendere o estinguere i banchi.

Conclusioni

L’ordine esecutivo di Trump che vieta il viaggio negli Stati Uniti ai cittadini di 12 Paesi si configura come un provvedimento di grande impatto politico, economico e sociale. Da un lato, esprime la determinazione dell’amministrazione Trump a tutelare la sicurezza nazionale; dall’altro, solleva serie preoccupazioni su diritti umani, discriminazione e relazioni internazionali.
Il dibattito si concentrerà nei prossimi mesi sulla legittimità costituzionale del bando, sulle ripercussioni sul mercato del lavoro e sull’economia statunitense, nonché sulle possibili contromisure diplomatiche messe in campo da UE e Paesi alleati. Se l’ordine entrerà effettivamente in vigore tra due settimane, le conseguenze si manifesteranno immediatamente nei flussi di migranti e rifugiati, nelle tratte aeree e nei rapporti commerciali con le nazioni coinvolte.
Per la comunità internazionale, resta il monito che ogni decisione unilaterale su temi sensibili come l’immigrazione deve necessariamente fare i conti con il rispetto dei principi di reciprocità e con la necessità di mantenere un dialogo costruttivo, ponendo al centro i valori universali di solidarietà e protezione dei più vulnerabili. In assenza di un chiarimento rapido sulle modalità di applicazione e sulle esenzioni previste, lo stallo politico e legale potrebbe protrarsi a lungo, alimentando divisioni che avranno effetti su molti anni a venire.