Trump e l’Iran: una guerra a colpi di annunci, tra cessate il fuoco fantasma e minacce al buio

Il presidente americano afferma che Teheran ha chiesto la pace. L’Iran smentisce. Non è la prima volta che le dichiarazioni della Casa Bianca si rivelano false o contraddittorie: un pattern che sta logorando la credibilità degli Stati Uniti sul piano internazionale.

Mercoledì 1° aprile 2026, Donald Trump ha pubblicato su Truth Social un annuncio che avrebbe potuto cambiare le sorti di una guerra: il presidente iraniano avrebbe chiesto agli Stati Uniti un cessate il fuoco. Pochi minuti dopo, Teheran smentiva categoricamente. Non era pesce d’aprile. Era solo un altro giorno nella guerra dell’informazione targata Trump.


Il cessate il fuoco che non c’era

“Il nuovo presidente del regime iraniano, molto meno radicale e molto più intelligente dei suoi predecessori, ha appena chiesto agli Stati Uniti d’America un CESSATE IL FUOCO!” — così ha scritto Trump sul suo social. L’annuncio era accompagnato da una condizione: gli USA avrebbero “preso in considerazione” la richiesta solo quando lo Stretto di Hormuz fosse stato riaperto. “Nel frattempo — aggiungeva il messaggio — stiamo bombardando l’Iran nell’oblio, o come si dice, riportandolo all’età della pietra!!!”

Ore dopo, il portavoce del ministero degli Esteri iraniano Esmail Baghaei definiva le affermazioni di Trump “false e infondate”. L’ambasciata iraniana a Madrid pubblicava addirittura uno screenshot del post di Trump per smentirlo formalmente. Nessuna richiesta di tregua era stata avanzata da Teheran.

Non solo: il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi aveva già dichiarato il giorno precedente ad Al Jazeera che l’Iran non stava cercando un semplice cessate il fuoco, ma la fine della guerra con garanzie concrete, e che “non c’era alcun negoziato diretto in corso” con Washington — solo messaggi tramite intermediari.

La Guardia Rivoluzionaria iraniana ha rilasciato una dichiarazione separata in cui affermava che lo Stretto di Hormuz “è saldamente e decisamente sotto il controllo” delle sue forze, e che lo stretto “non sarà aperto ai nemici di questa nazione attraverso il ridicolo spettacolo del presidente degli Stati Uniti”.

Più tardi, nella stessa giornata, gli analisti hanno ipotizzato che Trump potesse essersi riferito a una dichiarazione del presidente iraniano Masoud Pezeshkian, fatta il giorno prima durante una telefonata con il presidente del Consiglio europeo António Costa, in cui Pezeshkian aveva detto che l’Iran era disposto a porre fine alla guerra, ma solo a condizione che gli attacchi americani cessassero e che fossero fornite garanzie. Una disponibilità condizionata, dunque — non una richiesta di resa.


Il catalogo delle contraddizioni

Questo episodio non è un incidente isolato. Nelle ultime settimane, la comunicazione di Trump sulla guerra in Iran ha seguito un ritmo quasi quotidiano di affermazioni rimescolate, smentite e nuovi annunci. Vale la pena ricostruire la sequenza.

  • 29 marzo: Trump sostiene su Truth che l’Iran ha accettato “la maggior parte” delle richieste americane per porre fine alla guerra. Teheran smentisce immediatamente.
  • 30 marzo: Trump minaccia di distruggere “tutte le centrali elettriche, i pozzi di petrolio e l’isola di Kharg” se non si raggiunge un accordo. Contestualmente, afferma che le trattative “stanno procedendo molto bene”.
  • 31 marzo: Nello Studio Ovale, Trump dice ai giornalisti che la guerra potrebbe finire “in due o tre settimane” e che i prezzi “crolleranno” quando si deciderà di chiuderla. Agli alleati che non partecipano al conflitto dice: “Andate ad Hormuz a prendervi il vostro petrolio da soli”.
  • 1° aprile: Trump afferma che l’Iran ha chiesto il cessate il fuoco. L’Iran smentisce. Nella stessa serata, fonti della Casa Bianca dicono ai giornalisti che Trump nel suo discorso in prima serata non annuncerà la fine della guerra, ma dirà che continuerà “ancora qualche settimana”.

Come ha osservato il professor Mohamad Elmasry del Doha Institute for Graduate Studies, Trump “dà speranza con un respiro e la toglie con il successivo”. “Il linguaggio che usa è molto importante. Ieri voleva bombardare l’Iran nell’età della pietra, oggi usa questo linguaggio forzato sull’oblio. Non è esattamente incoraggiante.”


Il problema strutturale: chi decide davvero in Iran?

Un aspetto che le dichiarazioni di Trump sistematicamente ignorano riguarda la struttura del potere iraniano. Anche ammettendo che il presidente Masoud Pezeshkian avesse espresso, in qualche forma, la volontà di trattare, in Iran il presidente non ha l’ultima parola: è la Guida Suprema ad avere autorità finale su guerra e pace. Il nuovo ayatollah supremo Mojtaba Khamenei, subentrato dopo la morte del padre, si è mantenuto finora lontano dalle apparizioni pubbliche. Le decisioni strategiche passano attraverso di lui, non attraverso Pezeshkian.

Come ha notato anche Axios, “anche se il presidente Pezeshkian avesse chiesto il cessate il fuoco, potrebbe non avere l’ultima parola: in Iran è la Guida Suprema, non il presidente, ad avere autorità ultima.” Inoltre, Trump nel suo post si riferiva a un “nuovo presidente del regime”, ma Pezeshkian era già presidente prima dell’inizio della guerra.


Il contesto: la pressione economica che guida la narrativa

Dietro al turbine di annunci c’è una variabile che i mercati stanno misurando molto attentamente: il prezzo del petrolio. Dal primo giorno di guerra, il Brent è aumentato di quasi il 60%, superando i 103 dollari al barile. Negli Stati Uniti il prezzo della benzina alla pompa ha superato i 4 dollari al gallone, il livello più alto dal 2022. Secondo fonti della Casa Bianca citate da Politico, si teme che il barile possa arrivare a 150 dollari.

Non è un caso che ogni annuncio di Trump che evoca una possibile fine della guerra faccia crollare i prezzi del greggio sui mercati. A fine marzo, l’annuncio di una pausa negli attacchi alle infrastrutture energetiche iraniane ha fatto scendere il Brent da oltre 113 dollari a poco meno di 104 in poche ore.

Secondo AgenSIR, il pattern è chiaro: “Il turbinio degli annunci dalla Casa Bianca, dopo un mese di guerra, segnalano la confusione come il leit motiv trumpiano.” L’analisi degli ultimatum rivela una struttura che si ripete: una minaccia (48 ore, poi 5 giorni, poi 10 giorni), un allentamento, nuove minacce. I mercati oscillano. I governi alleati cercano di capire cosa stia succedendo davvero.


Gli alleati spaesati

La NATO è un altro fronte di tensione. Il segretario di Stato Marco Rubio ha dichiarato a Fox News che, a guerra finita, gli USA dovranno “riesaminare” il loro rapporto con l’alleanza atlantica. Diversi paesi europei — tra cui Spagna, Francia e Italia — hanno negato l’uso delle proprie basi militari alle operazioni americane contro l’Iran. Il governo italiano ha rifiutato l’accesso alla base di Sigonella. La Francia ha impedito il sorvolo del proprio territorio ad aerei militari diretti in Israele.

Il premier australiano Anthony Albanese ha esortato la Casa Bianca a chiarire i propri obiettivi in Iran. In molte capitali europee ci si interroga sulla stessa domanda: cosa vuole davvero Trump? La riapertura di Hormuz? Il cambio di regime? La denuclearizzazione? L’uscita rapida da una guerra impopolare?

Il New York Times ha osservato che Trump, per la seconda volta in pochi giorni, ha dichiarato di aver raggiunto l’obiettivo di eliminare la minaccia nucleare iraniana. “Ma le prove dicono il contrario”, ha scritto il quotidiano. Analoga valutazione sul “cambio di regime”: decapitati oltre 250 vertici del sistema di potere iraniano, il regime è però ancora in piedi e operativo.


La guerra delle parole e i suoi effetti reali

Quello che emerge è un quadro in cui la comunicazione presidenziale americana si è trasformata in uno strumento di pressione sui mercati e sull’opinione pubblica, prima ancora che di diplomazia. Trump annuncia progressi quando Teheran li nega. Evoca cessate il fuoco che non esistono. Minaccia operazioni militari che poi sospende. Chiede la riapertura di Hormuz, poi lascia intendere che potrebbe andarsene anche senza.

Questo stile ha un costo. Gli alleati non sanno come calibrare le proprie posizioni. I mercati reagiscono a ogni tweet. E l’Iran, che pure ha interesse a uscire da una guerra devastante, non ha interlocutori credibili con cui costruire una trattativa solida.

La domanda che aleggia su tutto il conflitto è semplice: ci si può fidare di quello che dice Trump? L’episodio del “cessate il fuoco fantasma” del 1° aprile è, probabilmente, la risposta più eloquente.