Trump cerca la via d’uscita dalla guerra in Iran mentre il petrolio vola oltre i 100 dollari

Il presidente americano parla di conflitto “quasi concluso”, ma i suoi stessi consiglieri temono le ricadute economiche e politiche in vista dei midterm. Intanto Teheran nomina la nuova Guida suprema sfidando Washington.

La guerra in Iran inizia a pesare sulla Casa Bianca. Dopo dieci giorni di combattimenti, con il petrolio che ha sfondato la soglia dei 100 dollari al barile e i sondaggi che segnalano un’opinione pubblica americana contraria al conflitto, Donald Trump cerca una via d’uscita. Lo fa a modo suo: dichiarando vittoria prima che la vittoria sia arrivata, lanciando segnali contraddittori e lasciando che i suoi consiglieri più fidati si affannino a trovare una narrativa credibile per spiegare la fine delle operazioni militari.


“Siamo avanti nei tempi, finirà presto”

Parlando ai giornalisti dalla Florida lunedì, Trump ha caratterizzato la missione militare come se avesse già raggiunto i suoi obiettivi principali. “Siamo molto avanti rispetto ai tempi previsti”, ha detto, aggiungendo che il conflitto sarebbe finito “molto presto” e che l’Iran non avrebbe più “navi, comunicazioni né aviazione.”

Un messaggio che suonava come una dichiarazione di vittoria. Salvo poi complicarsi nelle ore successive. Sempre lunedì, il presidente ha aggiunto: “Potremmo andare oltre, e andremo oltre.” Un’affermazione che mal si concilia con la narrativa della guerra in dirittura d’arrivo.

Le contraddizioni di Trump sul conflitto iraniano si accumulano da giorni. La settimana scorsa aveva parlato di “resa incondizionata” dell’Iran e non aveva escluso l’invio di truppe di terra. Lunedì, invece, al New York Post ha dichiarato di essere “lontanissimo” dall’emettere un simile ordine.


I consiglieri spingono per un’exit strategy

Dietro le dichiarazioni pubbliche si muove qualcosa di più significativo. Alcuni dei principali consiglieri di Trump, nelle ultime settimane, lo avrebbero esortato in privato a costruire un piano di uscita dal conflitto, sostenendo che le operazioni militari hanno già raggiunto i principali obiettivi dichiarati.

Le ragioni sono essenzialmente due: i prezzi del petrolio e le elezioni di midterm.

Gli analisti di Goldman Sachs hanno avvertito che se la situazione nel Golfo non migliorerà, il prezzo del petrolio supererà probabilmente i 100 dollari al barile. Se la crisi dovesse protrarsi per tutto marzo, i prezzi potrebbero superare i picchi del 2008 e del 2022, quando il Brent oltrepassò i 147 dollari al barile e la benzina negli Stati Uniti superò i cinque dollari al gallone.

L’impennata dei prezzi rappresenta un rischio concreto per Trump perché, nell’anno delle elezioni di midterm, il costo della vita è il vero terreno di scontro elettorale. E questo potrebbe essere esattamente l’obiettivo di Teheran: rendere la guerra così dolorosa in termini economici da costringere USA e Israele a fermarsi.

Il consigliere economico esterno Stephen Moore ha sintetizzato il problema senza giri di parole: “Quando il prezzo di gas e petrolio sale, sale tutto il resto. Dato che l’accessibilità dei prezzi era già un problema, questo crea sfide reali.”

Se il blocco dello Stretto di Hormuz dovesse protrarsi fino alla fine di marzo, il prezzo del greggio potrebbe superare i 150 dollari al barile, alimentando ulteriormente inflazione e costi per consumatori e imprese.


Il petrolio, l’arma di Teheran

I prezzi del petrolio sono saliti significativamente sul mercato mondiale dall’inizio del conflitto. L’indice internazionale del petrolio Brent è cresciuto di oltre il 28% e il West Texas Intermediate del 30%, registrando il più rapido aumento dal 1988. Entrambi gli indici si sono avvicinati ai 120 dollari al barile.

Lo Stretto di Hormuz risulta di fatto chiuso, una situazione che gli analisti temono da decenni. I principali produttori di petrolio del Golfo Persico non riescono a esportare il greggio. Le capacità di stoccaggio sono ormai piene e diversi Paesi iniziano a ridurre la produzione. L’output dell’Iraq è crollato del 60%.

Bruce Kasman, capo economista di JPMorgan, ha avvertito che se il conflitto si protrae, i prezzi del petrolio potrebbero salire oltre i 120 dollari, spingendo l’economia mondiale in recessione.

Dallo Stretto di Hormuz transita circa un quinto di tutto il petrolio mondiale. Il blocco di questa via d’acqua non è soltanto un problema americano: colpisce duramente l’Europa, ancora dipendente dal gas del Golfo, e soprattutto l’Asia, dove Cina, Corea del Sud, India e Giappone importano quote elevatissime di greggio proprio da quella rotta.

Trump ha provato a gestire la crisi energetica annunciando la rimozione di “sanzioni legate al petrolio” su alcuni Paesi non meglio precisati, e la fornitura di “assicurazioni sul rischio” per le petroliere che transitano nella regione, con la Marina americana pronta a scortarle attraverso lo Stretto di Hormuz “se necessario.” Parole rassicuranti, ma senza una strategia di fondo chiaramente definita.


La tensione con Israele sugli impianti petroliferi

A complicare il quadro, nelle ultime ore, sono emersi segnali di frizione all’interno dell’alleanza USA-Israele. Le forze di difesa israeliane (IDF) hanno colpito circa trenta depositi e impianti petroliferi a Teheran, in un’offensiva che sarebbe andata ben oltre le aspettative di Washington.

Un funzionario americano ha espresso sorpresa e disappunto per la portata degli attacchi: “Non riteniamo sia stata una buona idea.” Negativo anche il giudizio di Trump stesso, secondo un suo consigliere: “Al presidente non piace l’attacco, vuole preservare il petrolio. Non vuole che il petrolio bruci, questo ricorda alla gente i prezzi più alti.”

I Pasdaran iraniani hanno risposto con una minaccia esplicita: se le infrastrutture energetiche dell’Iran saranno ancora colpite, Teheran risponderà colpendo i siti petroliferi di tutta la regione, con la prospettiva di un barile a oltre 200 dollari.


La nuova Guida suprema: Mojtaba Khamenei sfida Trump

Nel mezzo della crisi, l’Iran ha mosso una mossa politica che ha cambiato il quadro negoziale. Mojtaba Khamenei, 56 anni, è stato designato l’8 marzo Guida suprema dell’Iran dall’Assemblea degli esperti, un organismo composto da 88 membri del clero sciita. L’assemblea ha dichiarato di “non aver esitato per un momento nell’adempiere alla propria missione nonostante la brutale aggressione in corso.”

I Guardiani della rivoluzione, le forze armate, la polizia e la diplomazia hanno immediatamente giurato fedeltà al nuovo leader, che prende il posto del padre, al potere dal 1989.

Si tratta di una scelta che suona come una dichiarazione di resistenza. Mojtaba, secondogenito di Khamenei, è ritenuto più radicale del padre, più militare che militante religioso. Se l’Assemblea degli Esperti avesse scelto l’ex presidente moderato Hassan Rohani, si poteva sperare in un compromesso.

Trump aveva espresso in anticipo la propria contrarietà all’eventuale nomina del figlio di Khamenei, arrivando a definirlo un “peso leggero”. Dopo la nomina ufficiale, il presidente americano ha ribadito che il nuovo leader “non durerà a lungo” senza la sua approvazione, e Israele aveva già avvertito di voler “perseguire qualsiasi successore.”

Mojtaba Khamenei è considerato espressione della linea più dura del regime, ha rapporti consolidati con i Guardiani della rivoluzione e con le milizie Basij. Analisti e accademici che seguono da vicino la politica iraniana sottolineano che la scelta non chiude le porte a ogni possibile soluzione diplomatica: molto dipenderà dai consiglieri che lo circonderanno e dalla sua volontà o meno di cercare un accordo in cambio di un cessate il fuoco. Ma la linea ufficiale di Teheran, per ora, è di resistenza: il presidente del Parlamento iraniano ha dichiarato che il Paese non è alla ricerca di un cessate il fuoco e che gli “aggressori devono essere puniti.”


La missione della scuola e la bomba politica delle vittime civili

Su Trump pesa anche un’altra questione irrisolta, destinata a diventare politicamente esplosiva: il caso del missile Tomahawk che ha colpito una scuola in Iran, uccidendo 175 persone. Trump, che inizialmente aveva attribuito la responsabilità dell’attacco a Teheran, lunedì ha fatto un passo indietro: “Non so abbastanza. Credo che sia qualcosa che mi è stato detto essere sotto indagine.” Ha aggiunto di essere “disposto a convivere” con un’inchiesta sulla responsabilità. Gli investigatori militari americani sarebbero già orientati verso la conclusione che siano state le forze USA a sparare il missile.


Il bilancio umano e militare

Il conflitto, iniziato il 28 febbraio con i primi attacchi congiunti di USA e Israele contro obiettivi iraniani, ha già prodotto un bilancio pesante. Sette militari americani sono morti e otto sono rimasti gravemente feriti, secondo il Comando Centrale statunitense. L’Iran ha risposto colpendo basi americane nella regione, aeroporti internazionali e raffinerie in diversi Paesi del Medio Oriente, con missili e droni.

Gli USA hanno colpito migliaia di obiettivi iraniani: edifici governativi, basi militari, siti missilistici, strutture legate al programma nucleare. L’obiettivo dichiarato dell’amministrazione Trump è impedire all’Iran di minacciare gli Stati Uniti e i loro alleati regionali, attraverso la distruzione del programma nucleare e del sistema missilistico balistico di Teheran.


Tra comunicazione di guerra e realtà sul campo

Quello che emerge con chiarezza è la tensione crescente tra la narrativa della vittoria rapida che la Casa Bianca cerca di costruire e la realtà sul terreno, che indica un conflitto tutt’altro che prossimo alla conclusione. Teheran non cede, la nuova Guida suprema è espressione della linea più intransigente, i prezzi dell’energia continuano a mettere sotto pressione l’economia americana, e l’alleanza con Israele mostra le prime crepe.

Sullo sfondo, l’ombra dei midterm di novembre 2026: per Trump, che ha costruito la propria traiettoria politica sulla promessa del benessere economico degli americani, u